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Guida Turistica Roma
Benvenuti nella Città Eterna! Di seguito vi proponiamo gli itinerari più belli della città Roma. Le nostre guide turistichesaranno a vostra completa disposizione per accompagnarvi attraverso percorsi originali ed interessanti. Nelle visite guidate potrete ammirare i luoghi della Roma antica e moderna. Rivivrete la storia dell’Impero Romano dalla fondazione della città da parte di Romolo sino alla caduta dell’Impero. Le guide turistiche vi accompagneranno inoltre nei luoghi che contraddistinguono gli albori del cristianesimo ed il buio periodo medievale. Passeggiando tra i vicoli della città rimarrete esterrefatti dai monumenti della Roma Rinascimentale e Barocca. Sarà un esperienza unica ed indimenticabile la visita alla città del Vaticano ed alla Cupola di San Pietro. Ricorderete con nostalgia le famose gradinate di Piazza di Spagna e gli eleganti negozi del centro. Quindi che aspettate prenotate la vostra visita guidata! Le nostre guide turistiche saranno liete di accogliervi! È possibile effettuare anche itinerari anche su richiesta.

Iitinerari arecheologici a Roma
• Visite Guidate: il Colosseo.
• Visite Guidate: il Foro Romano e il Palatino.
• Visite Guidate: i Fori Imperiali ed il Tempio di Venere a Roma.
• Visite Guidate: il Circo Massimo e gli Orti Farnesiani.
• Visite Guidate: l’ Aventino attraverso Santa Prisca, Santa Sabina e il Tempio di Diana.
• Visite Guidate: le Terme di Caracalla.
• Visite Guidate: la Bocca della Verità, il Tempio di Ercole e di Portuno.
• Visite Guidate:il Teatro di Marcello ed il Campidoglio.
• Visite Guidate: La passeggiata nel Ghetto di Roma.
• Visite Guidate: Piazza Venezia ed il Complesso del Vittoriano.
• Visite Guidate: Da Piazza del Popolo a Piazza di Spagna.
• Visite Guidate: Il Rione Trastevere, Santa Maria in Trastevere, il Rione Ripa e l’Isola Tiberina.
• Visite Guidate: Piazza San Pietro, la Basilica di San Pietro, il Vaticano.
• Visite Guidate: La Basilica ed il Mitreo di San Clemente.
• Visite Guidate: San Giovanni in Laterano, Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, le Mura Aureliane e l’Anfiteatro Castrense.
• Visite Guidate: Santa Maria degli Angeli e le Terme di Diocleziano, Piazza della Repubblica, Piazza dei Cinquecento e la zona della stazione Termini.
• Visite Guidate: La Via Appia, il Mausoleo di Cecilia Metella ed il Circo di Massenzio.
• Visite Guidate: Arco di Druso, Mura Aureliane, Porta San Sebastiano e Museo delle Mura.
• Visite Guidate: Catacombe di San Callisto e di San Sebastiano.
• Visite Guidate: Il Parco degli Scipioni, con il Sepolcro degli Scipioni e il Colombario di Pomponio Hylas.
• Visite Guidate: La passeggiata nel Parco degli Acquedotti.
• Visite Guidate:Le Mura Serviane.
• Visite Guidate: Dalla Piramide di Caio Cestio a Monte Testaccio e l’emporio della Marmorata.
• Visite Guidate: I Musei Capitolini.
• Visite Guidate: La Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini.
• Visite Guidate: La Crypta Balbi.
• Visite Guidate: La Basilica di San Crisogono a Trastevere con i sotterranei.
• Visite Guidate: La Basilica di Santa Cecilia in Trastevere con i sotterranei.
• Visite Guidate: La via Prenestina, da Porta Maggiore al Parco dei Gordiani.
Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca



VISITE GUIDEATE A ROMA

Le guide turistiche di Roma raccontano la grande storia dell’impero Romano negli importanti siti archeolgigi attraverso paesaggi naturalistici mozzafiato.
Cominciamo il nostro racconto storico col Vittoriano
Uno dei simboli al centro di Roma che ci collega dal centro di i Piazza Venezia a via del Corso.
Nel 1878, dopo la morte del re Vittorio Emanuele II, il Parlamento italiano decise di dedicargli un monumento in suo onore. Tra i vari progetti architettonici fu scelto quello del giovane architetto marchigiano Giuseppe Sacconi.

Il monumento presenta uno stile neoclassico infatti lo spazio è concepito come una scenografia che celebra il periodo del Risorgimento Italiano. Si ispira all’ Altare di Pergamo e al tempio di Palestrina ponendosi come una piazza sopraelevata nel centro di Roma.
Il costo del progetto passò dai 9 milioni di lire preventivati inizialmente ai 27-30 milioni finali. Per la realizzazione del complesso si demolirono edifici più antichi tra cui l’Arco di San Marco, il monastero dell’Aracoeli, la Torre di Paolo III, e la splendida residenza dei Torlonia.

La chiesa di Santa Rita, databile al 1600, che sorgeva alle pendici della scalinata dell’Aracoeli fu spostata nei pressi del Teatro di Marcello.
I lavori per la costruzione del complesso iniziarono nel 1885 e proseguirono con lentezza in quanto i disegni progettuali iniziali furono continuamente modificati. Lo stesso materiale con cui doveva essere costruito, il travertino romano, fu sostituito dal marmo botticino, famosa pietra di provenienza bresciana, più facilmente malleabile. La struttura architettonica del Vittoriano è estremamente dinamica e ricca di particolari. Un percorso ascendente ideale che attraverso scalinate terrazzamenti, arricchiti da sculture e dai bassorilievi del centrale Altare della Patria, si innalza ai templi laterali e da questi al portico colonnato sormontato dalle quadrighe in bronzo.
Il monumento non è molto gradito ai Romani che lo chiamano “macchina da scrivere” vedendolo come un tentativo mal riuscito di riproduzione della Roma Imperiale.

Ai lati del monumento, da notare sono le Fontane dei due mari: quella di sinistra rappresenta l’Adriatico e l’Oriente con il Leone di San Marco, quella di destra rappresenta il Tirreno con la lupa di Roma e la sirena Partenope. Sulla scalinata si trovano la sede del Museo centrale del Risorgimento di Roma e l’Altare della Patria, quest’ultimo la parte più nota del complesso monumentale. È progettato dallo scultore Angelo Zanelli che si ispira alle Bucoliche e alle Georgiche di Virgilio.

Dal 1921 la cripta al suo interno conserva i resti del Milite Ignoto in memoria dei combattenti caduti durante la prima guerra mondiale mai stati identificati. A giugno del 1911 per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, Vittorio Emanuele III inaugurò la grandiosa statua equestre in bronzo dorato, fulcro dell’intero monumento. Fra il 1924 ed il 1927 sui Propilei furono posizionate la Quadriga dell’Unità, di Carlo Fontana, e la Quadriga della Libertà, di Paolo Bartolini.

Nella struttura interna, il Vittoriano, ospita il Sacrario delle Bandiere. Qui sono custodite le bandiere di guerra dei reparti militari disciolti e delle unità navali radiate dal naviglio dello Stato, nonché le bandiere dell’ Esercito Italiano, dell’Aeronautica Militare, della Marina Militare, della Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria, del Corpo Forestale dello Stato, della Guardia di Finanza disciolte.
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ALessandro Innocca


IL TEMPIO DI VENERE A ROMA

Ancora oggi sul versante occidentale della valle del Colosseo sono visibili i resti del più grande tempio che Roma abbia mai avuto: il tempio di Venere e Roma.
Il tempio è dedicato alla città Eterna e alla dea Venere, madre di Enea suo fondatore. Esso costruito alle pendici del Velia occupa tutto lo spazio compreso tra la Basilica di Massenzio e la valle del Colosseo.

Sappiamo che fu voluto dall’imperatore Adriano e dedicato nel 135 d.C. Il voto del tempio alle due divinità da parte dell’imperatore Adriano avviene in concomitanza con la riorganizzazione della festa dei Parilia: in base a una moneta l’evento può essere datato con precisione al 21 aprile.

L’edificio fu eretto su disegno e progetto dello stesso imperatore, la cui opera fu duramente criticata dall’architetto di Traiano, Apollodoro di Damasco, che avrebbe pagato con la vita la sua intraprendenza. Nell’area precedentemente si ergeva l’atrio della Domus aurea , al centro della quale era collocata la colossale statua di Nerone, la più grande statua del mondo antico alta circa 35 metri senza la base.

Quando l’imperatore Adriano diede inizio ai lavori, dovette spostare la statua trasformata in dio Sole vicino al Colosseo, impiegando un carro trainato da ben ventiquattro elefanti. Il tempio di forme ellenizzanti si innalza al centro del grande podio artificiale.
Quest’ultimo sui lati lunghi era affiancato da un doppio portico di colonne in granito grigio, mentre sui lati corti era collegato con delle scalinate al Colosseo e al Foro Le colonne oggi sono ancora visibili grazie ad un restauro degli anni trenta. Il tempio vero e proprio presentava all’interno due celle cultuali orientate in senso opposto, una per ciascuna divinità venerata, precedute da un vestibolo. La cella di Venere che si affaccia verso il Colosseo resta solo l’abside, del colonnato che cingeva su quattro lati l’edificio non resta traccia. Assai meglio conservata è quella dedicata a Roma rivolta verso il Foro, inglobata all’interno dell’ex convento di Santa Francesca Romana.

Pregevoli sono le colonne in porfido lungo le pareti e l’abside che ospitava la statua della divinità , gli stucchi dei cassettoni che ornano il soffitto e il ricco pavimento di marmi policromi. Quanto è visibile non risale però alla fase adrianea ma al restauro voluto da Massenzio nel 307 d.C. in seguito all’incendio che distrusse tutta la parte centrale del Foro, a testimonianza di quale grande importanza avesse ancora due secoli dopo il tempio dedicato al culto di Venere e Roma.

Il santuario aveva infatti una valenza politica creando la sintesi tra Venere, cui è attribuita una dimensione cosmica, e Roma rappresentata in forma divinizzata, ma anche la sintesi tra il passato e il futuro dell’Urbe, tra Oriente e Occidente, tra Aeternitas e Fortuna. L’imperatore Adriano fu un personaggio dai mille aspetti dotato di grande cultura letteraria, artistica e tecnica. Il suo amore per l’antica Grecia condizionò un’intera epoca dell’arte, della cultura e della vita romana. Egli fu soldato, poeta, architetto e ingegnere. Tra i suoi progetti degni di nota sono il Vallo Adriano noto anche come Roman Wall, fortificazione in pietra che segnava il confine tra la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia (Scozia), oggi principale attrazione turistica dell’Inghilterra settentrionale, e la famosa Villa Adriana residenza regale extraurbana nei pressi di Tivoli.
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IL PALATINO E CIRCO MASSIMO

Nel Cinquecento il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, per rimarcare la potenza del casato, impiantò sui resti antichi del Palatino, luogo simbolo della storia di Roma, gli Orti Farnesiani. La villa è circondata da rigogliosi giardini, utili allo svago della famiglia e a ospitare sontuosi ricevimenti. Si dice che fu lo stesso Michelangelo a progettare il complesso, tuttavia lo stile imponente del portale collocato un tempo all’ingresso principale degli Orti presso il Foro Romano ed ora posto su via di San Gregorio sembra sia da attribuire al Vignola e al Rinaldi.

Gli orti sono organizzati su una serie di terrazze unite da rampe che attraverso il ninfeo della Pioggia culminavano nel teatro del Fontanone, aveva il suo cuore nella Casina affrescata, sormontata da voliere popolate di uccelli esotici. Nel basamento della Domus Tiberiana era stato ricavato un sistema di criptoportici per le passeggiate al fresco nei giardini ornati dalle antiche sculture rinvenute proprio in quegli anni sul Palatino per lo stupore e la meraviglia dei visitatori.

Un sistema di criptoportici collocava i due palazzi principali. A destra del parapetto vi è la zona in cui un tempo sorgeva uno dei più antichi palazzi imperiali, la Domus Tiberiana costruita da Tiberio. Ceduto ai Borboni di Napoli, quello che era divenuto il primo giardino botanico e zoologico al mondo cadde in uno stato di abbandono fino a quando tra il Settecento e l’Ottocento i viaggiatori del Grand Tour riscoprirono la romantica bellezza del colle, immerso in un paesaggio lussureggiante misto a rovine grandiose da cui si gode ancora un panorama unico della città di Roma.

Gli scavi archeologici hanno restituito alcune curiose tracce della frequentazione dei rampolli dell’antica nobiltà europea come i servizi da mensa di manifattura inglese adoperati nelle scampagnate e nelle merende e abbandonati sul posto. I giardini furono restaurati nell’Ottocento ad opera dell’archeologo Giacomo Boni che accanto alla flora romana, vi volle introdurre anche le nuove piante che arrivavano dall’Oriente e dal sud Africa grazie all’intensificarsi degli scambi commerciali favoriti dagli inglesi.

Fin dalla fondazione di Roma il verde occupava una parte consistente del colle Palatino, alle cui pendici meridionali del Palatino è possibile ammirare uno dei più grandi edifici per spettacoli di tutti i tempi: il Circo Massimo. Si tratta di un antico circo romano in grado di ospitare sino a 250000 persone dove si svolgevano le corse dei carri. Dodici cocchi a quattro cavalli compivano sette giri attorno all’area da corsa. La partenza avveniva sul lato corto che guardava verso il fiume Tevere, dove erano sistemate le carceres, ovvero dodici gabbie di partenza.

Gli ultimi giochi furono organizzati nel 549 d.C. da Totila, re dei Goti. Il Circo Massimo fu anche luogo di persecuzioni e martiri cristiani. In occasione di feste e giochi pubblici, solo i cristiani si astenevano dal partecipare ai sacrifici e ai spettacoli, con un atteggiamento che suonava particolarmente offensivo e irriguardoso nei confronti degli dèi, e generando un insopportabile senso di fastidio. Occasioni che trovavano riunita insieme una moltitudine di gente, come i giochi del circo, erano l’ideale per denunciare i cristiani nemici delle divinità e della società.
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AREA ARCHEOLOGICA DEL CIRCO MASSIMO

Il Circo Massimo, situato nella valle tra il colle Palatino e l’Aventino, è uno dei più grandi edifici di tutti i tempi. Si tratta di un antico circo romano di incredibili dimensioni, 621 m di lunghezza e 118 m di larghezza, dove si svolgevano corse dei carri, gare sportive e competizioni atletiche.

Il Circo Massimo fu uno dei luoghi più frequentati dai Romani arrivando a contenere sino a 250000 persone. Purtroppo oggi a causa dell’interro dei resti è visibile solo in parte apparendo come un vasto prato al centro della città di Roma.

In antico si presentava come un edificio a pianta rettangolare con i due lati corti curvi circondato da gradinate a più piani di arcate che permettevano di raggiungere i posti a sedere, gli ambienti di servizio interni, le botteghe, le taverne e le bancarelle che circondavano l’area delle corse. Al centro vi era la spina, struttura longitudinale attorno a cui correvano i carri. La spina era abbellita con due obelischi, trasportati dall’Egitto, alcuni santuari e tempietti, inoltre sette uova e sette delfini di bronzo che servivano a contare i giri.Dodici cocchi a quattro cavalli compivano sette giri attorno all’area da corsa.

La partenza avveniva sul lato corto che guardava verso il fiume Tevere, dove erano sistemate le carceres, ovvero dodici gabbie di partenza. Queste disposte obliquamente permettevano l’allineamento dei carri ed erano dotate di un meccanismo che permetteva l’apertura simultanea. Ad ogni gara partecipavano quattro squadre, le factiones, ognuna identificata da un colore.

Le corse andavano avanti dall’alba al tramonto arrivando sino a 100 al giorno. Il Circo Massimo è collegato alle origini della città di Roma, infatti secondo la leggenda durante i giochi indetti da Romolo in onore del dio Consus proprio qui sarebbe avvenuto il ratto delle Sabine.

Nel VII secolo secondo la tradizione, dopo la bonifica delle paludi della valle Murcia, Tarquinio Prisco avrebbe costruito il primo impianto in legno. Senza dubbio l’edificio attuale, lastricato con marmi e travertini, è il risultato di secoli di ampliamenti e restauri.
Con il via Giulio Cesare si ha l’edificio in muratura di cui è conservata parzialmente la pianta. Augusto istallò al centro della pista il primo obelisco, quello di Ramesse II alto 23,7 m, ora a piazza del Popolo. L’imperatore inoltre fece costruire il cosiddetto “palco imperiale” ed un’ edicola dedicata alle divinità che presiedevano i spettacoli. Successivamente numerosi incendi devastarono l’ippodromo: dopo l’incendio del 64 d.C. Nerone lo fece ricostruire quasi completamente aumentandone la capacità; mentre l’incendio avvenuto sotto il regno di Domiziano portò al rifacimento di epoca traianea, a cui appartengono le strutture in laterizio attualmente visibili.

Il circo fu ampliato da Caracalla dopo le e poi restaurato da Costantino, Costanzo II, nel 357 fece portare l’obelisco di Thutmosis III, alto 32,5 m, oggi visibile nella Basilica di San Giovanni in Laterano.Gli ultimi giochi furono organizzati nel 549 d.C. da Totila, re dei Goti.

A causa del decentramento subito da questa zona di Roma nell’alto Medioevo, l’area divenne zona agricola e iniziò il progressivo interro che tutt’oggi ricopre gran parte dell’edificio. Oggi gli unici resti visibili sono quelli del lato curvo a fianco della Moletta, torre medievale dei Frangipane, le arcate, le sostruzioni e le gradinate costruite sotto Traiano.
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L’Aventino e giardino degli aranci

L’Aventino è il più meridionale ed isolato dei sette colli della di Roma. Presenta pendici ripide e di difficile accesso soprattutto dalla parte del fiume Tevere. Ad est è collegato con un altro piccolo colle chiamato Piccolo Aventino. La posizione e la vicinanza del fiume hanno condizionato la storia della collina, strettamente legata alla figura di Remo nel mito di fondazione della città e alla storia della plebe di Roma.
Secondo la leggenda i due gemelli Romolo e Remo, figli della vestale Rea Silvia e del dio Marte, furono abbandonati in una cesta di vimini e gettati nelle acque del Tevere per volere del loro cattivissimo zio Amulio, re di Albalonga, che temava che da adulti potessero regnare al suo posto.

Fortunatamente i due neonati si salvarono perché la cesta rimase incagliata in un cespuglio e una lupa che passava da quelle parti li allattò e riscaldò. Poco tempo dopo il pastore Faustolo e sua moglie Laurenzia li trovarono in un bosco e decisero di prenderli con sé e allevarli. Una volta adulti, Faustolo disse ai gemelli di non essere il vero padre e raccontò tutta la verità. I due fratelli allora ritornarono ad Albalonga, punirono il crudele Amulio e liberarono il nonno Numitore, restituendole il trono. Decisero poi di fondare una nuova città, chiedendo consiglio ad uno stregone per sapere chi dei due ne sarebbe diventato il re.

L’indovino rispose che Romolo doveva andare sul colle Palatino, mentre Remo sull’Aventino. Da lassù avrebbero guardato attentamente il cielo, osservando il volo degli uccelli per capire il volere degli dei. Avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior numero. Remo fu il primo a vedere gli uccelli: sei avvoltoi con le ali immense che volavano proprio sopra la sua testa.

Ma poco dopo Romolo ne vide ben dodici. La fortuna favorì Romolo, che prese un aratro e tracciò un solco per segnare la cinta della città vietando al fratello di sorpassarlo senza il suo permesso. Remo invidioso non ascoltò l’avvertimento e calpestò il solco. Romolo a quel punto sguainò la spada e uccise il fratello diventando il primo Re di Roma. Ignoriamo quando l’Aventino sia stato abitato per la prima volta. Secondo una tradizione, esso sarebbe stato popolato dal re Anco Marcio con gli abitanti delle città da lui distrutte.

Più tardi, per la sua particolare posizione il colle diventò un quartiere mercantile, frequentato da stranieri. Iniziarono così a sorgervi gli antichi templi: il tempio di Diana, di Minerva, di Giunone, della Luna e soprattutto quelli di Cerere, Libero e Libera, sede della plebe di Roma. Secondo la tradizione, la plebe stanca dai soprusi subiti dai patrizi si ritirò nel V sec.a.C. sul colle e solo in seguito alle insistenze di Agrippa rientrò in città. L’Aventino acquistò un carattere popolare divenendo la sede dei plebei, contrapposto al Palatino sede dei patrizi.
In epoca imperiale il colle perse le sue caratteristiche di quartiere commerciale e popolare, per trasformarsi in un quartiere aristocratico. Fu occupato dalle case private di Traiano e Adriano. In seguito fu devastato dai Goti di Alarico, nel sacco del 410 e, venne abbandonato.
L’Aventino oggi si presenta come un quartiere elegante, conosciuto per il Roseto Comunale, il Giardino degli Aranci e soprattutto per il “buco di Roma”, la serratura più famosa al mondo, dalla quale è possibile accostando l’occhio, godere di un panorama unico sulla Cupola di S. Pietro.
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Via Appia
La via Appia antica è la più importante strada romana di si conservano i resti. I Romani la definivano regina viarum, essa collegava Roma a Brindisi, il più importante porto per l’Oriente nell’antica Roma. Fu costruita nel 312 a.C dal censore Appio Claudio Cieco dal quale prende il nome. Egli fece strutturare ed ampliare una strada preesistente che collegava Roma ad Albano. L’antica via fu restaurata ed ampliata degli imperatori Augusto, Vespasiano, Traiano, Adriano. L’inizio della via Appia era presso il lato curvo del Circo Massimo, dove si apriva Porta Capena.

Proprio da qui si cominciavano a contare le miglia. Il tratto iniziale collegava Roma a Capua, passando per Ariccia, Terracina, Fondi, Formia, Minturno e Mondragone. Da Capua proseguiva poi per Santa Maria a Vico e raggiungeva Arpaia e di qui, scendeva verso Apollosa ed il torrente Corvo. Nel 190 a.C. la strada venne ampliata fino a Benevento, tuttavia il percorso fino a questa città è sconosciuto, ma è certo che essa vi entrava passando sul Ponte Lebbroso. In epoca successiva la via Appia fu ampliata raggiungendo il mare a Taranto e terminando a Brindisi.

Il fondo stradale, nei tratti antichi meglio conservati, è caratterizzato dal basolato, ovvero dalle antiche lastre pavimentali costituite da enormi blocchi di basalto vulcanico. Lungo la via vennero costruiti molti edifici che raccontano la storia di Roma. Ai margini della strada nel corso dei secoli nacque un grande sepolcreto fatto di tombe di aspetto e dimensioni differenti che rappresentavano una sorta di celebrazione delle famiglie che ne ordinavano la costruzione.

L’alta frequentazione della via Appia portò anche alla nascita, lungo il suo asse, di impianti termali come quello di Capo di Bove e di ville suburbane a carattere agricolo con annesso nucleo residenziale come la Villa dei Quintilimportante sito archeologico di Roma. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la strada cadde in disuso per molto tempo, fino a quando Papa Pio VI ordinò il suo restauro e la riportò in attività. Iniziò la sua lenta ripresa, anche grazie agli sforzi di numerosi archeologi e storici come Pirro Ligorio, Ennio Quirino Visconti, Antonio Nibby, Carlo Fea, Giovanni Battista De Rossi. Grazie ai disegni del Piranesi e del Rossini ancora oggi possiamo godere di uno straordinario paesaggio che il tempo ha inesorabilmente distrutto. Visto l’interesse storico e la mole dei reperti archeologici presenti lungo la via, soprattutto nel tratto cittadino, è stato istituito, il 10 novembre 1998, Parco naturale regionale Appia antica, on un’area di circa 3.500 ettari ed esteso nei comuni di Roma, Ciampino e Marino. Il paesaggio dell‘Appia Antica che possiamo oggi ammirare è il risultato di un costante e duraturo rapporto tra uomo e natura, diretta conseguenza dell’ unione della componente naturalistica, archeologica ed urbanistica. Nel quartiere residenziale che fiancheggia il parco sorgono le ville di ambasciatori e attori, famose quelle di Liz Taylor e Richard Burton.
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Le antiche Spa dei Romani e le Terme di Caracalla

Le terme romane sono gli edifici che anticiparono le odierne spa. Trassero la loro origine dalla fusione del ginnasio greco con il bagno a vapore egizio. Erano luoghi affollatissimi dove si riuniva tutto il popolo romano, in quanto l’accesso era quasi sempre gratuito. Tuttavia esistevano due tipi di terme uno più povero destinato alla plebe ed uno più fastoso destinato ai patrizi.

Era prevista la divisione tra uomini e donne in spazi ed orari diversi. La frequentazione delle terme iniziò a diffondersi alla fine del III secolo a.C. e progressivamente venne assorbito dalla tradizione romana. In questi luoghi era possibile fare bagni caldi o freddi in acque profumate, massaggi con oli ed unguenti speciali, esercizi ginnici e fisici nelle annesse palestre. Nelle terme non si svolgevano solamente le funzioni legate alla cura del corpo infatti largo spazio era lasciato al fattore culturale. Si ascoltavano conferenze e letture in appositi luoghi chiamati auditoria, oppure esibizioni canore e musicali nelle sale definite musaca.

In tutte le terme romane sono presenti le biblioteche illuminate da lucernari posti sul soffitto, dove i frequentatori potevano leggere i libri deposti con cura, ognuno dei quali era identificato da un cartellino. Le terme erano quindi centri polifunzionali caratterizzati in tutto l’Impero Romano dalla medesima struttura. Erano alimentate da grandi acquedotti ed il calore era distribuito attraverso le sospensure dei pavimenti, in cui circolava aria calda.

Le terme aprivano a mezzogiorno e chiudevano al tramonto. Il percorso termale iniziava con la ginnastica nella palestra o con le gare di lotta negli spazi esterni. In seguito ci si recava si recava ai bagni passando prima nel tepidarium stanza più lussuosa delle terme, poi si entrava nel calidarium ed infine nella stanza più calda, il laconicum. Dopo la pulizia del corpo si faceva una nuotata nella piscina del frigidarium.

Successivamente si ci dedicava alla cura dello spirito attraverso lo studio nelle biblioteche greche e latine oppure assistendo a letture poetiche e attrazioni musicali. Nel periodo imperiale gli edifici termali divennero sempre più grandi e lussuosi, un esempio sono le terme di Caracalla a Roma. Furono costruite nel 212 a.C. sul colle Aventino, nei pressi del circo Massimo, dall’imperatore Caracalla. Alimentate da uno degli acquedotti di Roma, l’Acqua Marcia, potevano ospitare fino a 1500 persone.

Presentano una pianta rettangolare, tipica delle “grandi terme imperiali”. Si entrava nel corpo centrale dell’edificio da quattro porte sulla facciata nord-orientale. Sull’asse centrale si possono ancora osservare in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e le natatio; ai lati di questo asse sono disposti simmetricamente attorno alle due palestre altri ambienti. Essi comprendevano una biblioteca greca e una latina, e grandi spazi pubblici coperti, riccamente decorati da statue, mosaici, affreschi e rilievi in stucco.

Le terme di Caracalla cessarono di funzionare nel 537 d.C durante la guerra Gotica, a causa della distruzione degli acquedotti da parte del re dei Goti, Vitige. Oggi le terme fanno da sfondo a numerosi concerti tra cui quello svolto il 7 luglio del 1990 dai Tre Tenori: Plácido Domingo, José Carreras e Luciano Pavarotti.
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IL COLOSSEO LO STADIO DI ROMA
Simbolo della città di Roma e d’Italia, è il più grande anfiteatro romano in grado di ospitare sino a 70000 spettatori, paragonabile agli odierni stadi di calcio. In antichità era conosciuto come Anfiteatro Flavio, il nome “Colosseo” si diffuse nel Medioevo per la vicinanza del Colosso di Nerone, statua in bronzo dell’imperatore.
Sorge sul laghetto prosciugato della Domus Aurea di Nerone, al limite orientale del Foro Romano.La costruzione durò circa dieci anni. Fu iniziato poco dopo la salita al trono dell’imperatore Vespasiano e inaugurato da suo figlio Tito nell’80 d.C. con spettacoli durati cento giorni. I lavori furono terminati dall’imperatore Domiziano dopo l’inaugurazione. Nel Colosseo si svolgevano i combattimenti dei gladiatori, i più forti e vincenti, beniamini del pubblico e soprattutto delle matrone romane. Famoso per la sua passione per i giochi gladiatori era l’imperatore Commodo, che definendosi gladiatore partecipava personalmente ai combattimenti.

L’anfiteatro inoltre, era la sede dei spettacoli di caccia ad animali feroci ed esotici, esecuzioni capitali e scontri navali che rievocavano battaglie famose del passato.La struttura realizzata con blocchi di travertino proveniente dalle cave di Tivoli presenta una forma ellittica. L’esterno è composto da quattro piani, i primi tre costituiti da arcate inquadrate da semicolonne, il quarto piano suddiviso da lesene in scomparti intervallati da finestre. Al di sopra delle finestre alcuni pali sostenevano il grande velario che veniva steso sopra l’edificio per proteggere gli spettatori dal sole.L’ingresso era gratuito per tutti i cittadini romani ed il posto era assegnato in base alla condizione sociale. Ogni romano infatti aveva una tessera con l’indicazione del posto che poteva occupare. Il settore più basso era riservato ai senatori e alle loro famiglie, il secondo settore ai cavalieri, il terzo e il quarto alla plebe.
I spettacoli iniziavano la mattina con le cacce agli animali feroci e con le condanne a morte dei criminali fatti sbranare dalle belve, proseguivano con spettacoli musicali e si concludevano nel pomeriggio con gli attesissimi combattimenti dei gladiatori.
Tra la fine del IV e il V secolo, dopo il saccheggio dei Visigoti e dei Vandali, colpito da terremoti e incendi, cominciò a decadere e rimase inutilizzato per anni. Per tutto il Medioevo e il Rinascimento divenne cava di materiali edilizi, ricovero per animali e luogo di piccole abitazioni e laboratori artigiani. Nel XII secolo la famiglia dei Frangipane vi impiantò un palazzo fortificato di cui non rimane traccia. Nel corso dei secoli il Colosseo acquista sacralità, in ricordo dei cristiani uccisi durante i giochi, divenendo il simbolo della vittoria del cristianesimo sui suoi persecutori. Nel 2007 il Colosseo viene proclamato come una delle Sette nuove meraviglie del mondo e la sua immagine compare nella moneta europea. Già nel VII secolo Beda il Venerabile afferma: “Finchè esisterà il Colosseo, esisterà Roma, quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma e quando cadrà Roma cadrà il mondo”.
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Il PALATINO
Il colle Palatino è uno dei luoghi più affascinanti di Roma. Più di ogni altro luogo è strettamente legato alle leggende della fondazione della città. Virgilio, nell’Eneide, ci narra la misteriosa storia del re Evandro e di suo figlio Pallante che accolsero Enea, fuggito da Troia e giunto nel Lazio, proprio sul colle. Secondo un’altra leggenda la cesta che conteneva Romolo e Remo sarebbe stata trasportata dalle acque del Tevere in una grotta alle pendici del Palatino, detta poi Lupercale. Qui i due bimbi furono allattati dalla lupa ed in seguito trovati dal pastore Faustolo che li allevò insieme alla moglie Acca Larentia.

Romolo divenuto adulto, scelse questo luogo per fondare la città di Roma e abitò in una casa, identificata in una capanna denominata Casa Romuli all’angolo sud occidentale del colle, ricostruita continuamente in onore del mitico fondatore. Culti e feste religiose di antichissime tradizione erano connesse con la collina in particolare quella dei Lupercalia, in cui sacerdoti-lupi, vestiti di pelli di capra si dirigevano verso il fiume Tevere e facevano il giro del Palatino, percuotendo le donne sposate come rito di fertilità. Il nome del colle ha la stessa radice di quello della dea Pales alla quale era dedicata la festa dei Palilia, che si teneva il 21 aprile il natale di Roma e coincideva con la fondazione di Roma.

Secondo alcuni studiosi da Pala o altura oppure da Palus, poiché le antiche abitazioni erano palafitte. Il carattere sacro e mitico del Palatino, spinse l’imperatore Augusto, nato alle pendici del colle, a sceglierlo come residenza. In età tardo repubblicana il Palatino era diventato quartiere residenziale dove abitava gran parte della classe dirigente. Augusto comprò la casa del famoso oratore Ortensio Ortalo, situata accanto alla cosiddetta “casa di Romolo”, ampliandola con l’acquisto di case vicine. Una parte dell’abitazione era riservata alla moglie Livia, la cosiddetta “casa di Livia”. La casa di Augusto, con annesso il tempio di Apollo, sua divinità protettrice, mostra la volontà dell’imperatore di presentarsi come secondo fondatore di Roma. Dopo Augusto divenne naturale per gli imperatori risiedere sul Palatino. Sono stati identificati i palazzi imperiali di Tiberio, di Nerone, dei Flavi e di Settimio Severo.

Il colle alla fine dell’Impero era caratterizzato da edifici imperiali e giardini e da allora il termine PALATIUM iniziò ad indicare il “palazzo” per eccellenza. Rimase sede imperiale ma perse a poco a poco quella centralità politica che aveva avuto nei secoli. Poche sono le notizie che abbiamo del colle nel Medioevo, divenne residenza di imperatori e papi e nel XII secolo divenne fortezza dei Frangipane, una delle famiglie più importanti del tempo. Nel Rinascimento fu occupato da ville, vigne e giardini di nobili romani ma poi iniziò l’abbandono e la dispersione delle sue ricchezze.
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Le TERME DI CARACALLA
Le Terme di Caracalla, dette anche Terme Antoniniane, sono l’esempio più grandioso e meglio conservato di edificio termale di epoca romana. Sono state costruite nel 212 d.C sul colle Aventino, nei pressi del circo Massimo, per volere dell’ imperatore Caracalla. I lavori proseguirono fino al 216 d.C. anno in cui avvenne la dedica. L’edificio misurava 337 m di lunghezza e 328 m di larghezza. Queste misure saranno superate solo dalle Terme di Diocleziano. Nonostante fossero le terme più sontuose di Roma erano frequentate solamente dal popolo, l’aristocrazia infatti preferiva le terne di Agrippa, di Nerone e di Traiano. Per portare l’acqua alle terme fu creato un ramo speciale dell’acquedotto dell’Aqua Marcia, uno dei più antichi acquedotti di Roma. L’ingresso fu garantito da una larga strada alberata chiamata Via Nova. L’edificio termale sfruttava al massimo l’esposizione solare e nella struttura si ispirava alle terme di Traiano sull’Esquilino: ampio recinto quadrangolare adibito a servizi vari e corpo centrale propriamente balneare.

Le Terme di Caracalla potevano ospitare più di 1.500 persone e rappresentavano uno dei principali svaghi dell’antica Roma. Qui i Romani si dedicavano alla cura del corpo attraverso lo sport e i bagni nelle piscine ma anche alla cura dello spirito, vi erano infatti anche spazi per lo studio. Oltre agli ambienti termali c’erano le biblioteche, una greca e una latina, gallerie d’arte, sale riunioni e uno stadio. Il recinto esterno era costituito da un portico di cui non resta praticamente nulla, esso in antichità era preceduto da una serie di botteghe e taverne. Sui lati del recinto si aprivano due grandiose esedre. Si entrava nelle terme attraverso quattro porte poste sulla facciata nord-orientale dell’edificio. Due porte si aprivano agli ambienti della piscina mentre altre due davano accesso direttamente alle palestre.

L’ingresso attuale è quello centrale di destra. Sull’asse centrale si possono ancora osservare in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e le natatio ovvero le grande piscine di acqua fredda. Ai lati di questo asse, attorno a due palestre, sono disposti simmetricamente altri ambienti. Il frigidarium, non riscaldato, al contrario di calidarium e tepidarium, costituiva la tappa finale del percorso nelle terme, che si iniziava dalla palestra e dal bagno turco detto laconicum. Questi ambienti erano decorati con statue, marmi e mosaici di altissimo pregio e valore artistico. Grande interesse presentano anche i sotterranei dove si provvedeva tramite focolari al riscaldamento dell’acqua e a tutti i servizi fondamentali delle terme. Qui fu installato uno dei più grandi mitrei noti a Roma.Vari lavori di restauro furono realizzati da Aureliano, Diocleziano, Teodosio e Teodorico. Le terme di Caracalla cessarono di funzionare nel 537 d.C durante la guerra Gotica, a causa della distruzione degli acquedotti da parte del re dei Goti, Vitige.
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Bocca della Verità, Tempio di Ercole, Tempio di Portuno
La Bocca della Verità è un antico mascherone in marmo, incassato dal 1632 nella parete della chiesa di Santa Maria in Cosmedin in Piazza Bocca della Verità. In epoca romana era un antico tombino della Cloaca Massima, una delle fogne più grandi di tutta Roma. Essa raffigura un volto maschile barbato: gli occhi, il naso e la bocca infatti, sono forati per far defluire l’acqua. Nella Roma Antica, i tombini avevano spesso le fattezze di divinità fluviali che inghiottivano l’acqua piovana. Il medaglione risalente al I secolo, probabilmente rappresenta l’antica maschera di Tritone, una divinità marina con barba e corna. Ha un diametro di 1,75 m ed un peso di 1300 kg. La Bocca della Verità è conosciuta in tutto il mondo per la leggenda secondo la quale cui i bugiardi che vi introducono la mano resterebbero monchi. Secondo una leggenda la moglie di un patrizio romano accusata di adulterio fu condotta dal marito sospettoso dinanzi alla Bocca della Verità per essere sottoposta alla prova. La donna riuscì a salvare la sua mano con una astuzia: disse all’amante di presentarsi anche lui e che, fingendosi pazzo, la abbracciasse e baciasse davanti a tutti. Così la donna giurò di essere stata abbracciata in vita sua solo da suo marito e da quel pazzo che l’aveva aggredita. Avendo detto la verità, la donna riuscì a ritirare indenne la sua mano dalla tremenda Bocca, benché fosse colpevole di adulterio. Un’ altra diceria sostiene che questa bocca è denominata "della verità" perché non ha mai parlato. Il nome "Bocca della verità" comparve nel 1485 e da allora l’antico tombino fu costantemente menzionato tra le curiosità romane. Il film Vacanze Romane con Audrey Hepburn e Gregory Peck, ha reso la Bocca della Verità una tappa fissa per i turisti in visita a Roma. In piazza Bocca della Verità sono presenti a due templi: Il Tempio di Ercole ed il Tempio di Portunus. Il Tempio di Ercole, di forma circolare, è il più antico edificio di marmo rimasto in Roma. È stato costruito, alla fine del II secolo, da un mercante romano di nome M. Octavius Herrenus arricchitosi con il commercio dell’olio. Sull’iscrizione, conservata in parte, è presente il nome della divinità a cui è dedicato: Ercole Vincitore detto Olivarius. Ercole era infatti il patrono dei mercanti dell’olio. Il tempio è composto da 20 colonne poggianti su un basamento a gradini con fondazione in tufo di Grotta Oscura. Erroneamente il monumento è chiamato anche tempio di Vesta, forse perché simile a quello dedicato alla dea nei Fori.
Il Tempio di Portunus è dedicato al protettore dei fiumi e dei porti, in antichità era collegato direttamente con il Ponte Emilio, attraverso una strada scoperta di recente. L’edificio è collocato su un podio, presenta quattro colonne ioniche scanalate in travertino sulla facciata principale e dodici semicolonne addossate al muro della cella. Fu restaurato più volte ma nel suo aspetto attuale è collocabile al I secolo a.C.
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TEATRO DI MARCELLO, CAMPIDOGLIO, GHETTO

Il teatro di Marcello è situato nell’omonima via che da Piazza della Bocca della Verità conduce, salendo, verso il Campidoglio in quello che anticamente era il Campo Marzio. Parzialmente ben conservato ha le sembianze di un piccolo Colosseo. Era anticamente utilizzato per le rappresentazioni teatrali ed è il teatro più antico ed unico rimasto nella città. L’edificio venne iniziato da Cesare che però ebbe solo il tempo di liberare il terreno su cui sarebbe sorto, fu terminato da Augusto.

Il teatro è dedicato nel 13 d.C. a Marcello, nipote ed erede designato di Augusto, purtroppo morto prematuramente. Il primo utilizzo dell’ edificio per spettacoli risale all’anno 17 a.C., durante i ludi secolari, celebrazione religiosa di tre giorni e tre notti che delimitava la fine di un secolo e l’inizio del successivo. Il teatro poteva contenere 15000 spettatori ed in condizioni di particolare affollamento arrivare sino a 20000. L’altezza originaria era di 32,60 m mentre quella conservata è poco più di 20. Dei tre piani originari sono conservati solamente i primi due, di ordine dorico e ionico. La facciata esterna, in travertino, in origine presentava 41 arcate inquadrate da 42 pilastri. Sugli archi erano collocate grandi maschere teatrali in marmo, alcune recuperate durante gli scavi. Fu restaurato da Vespasiano e da Alessandro Severo. Rimase in funzione probabilmente sino al IV secolo.

Nel Medioevo fu occupato dai Savelli e nel Settecento passò agli Orsini che vi impiantarono un palazzo nella parte alta dell’edificio. Il Campidoglio è il più piccolo dei sette colli di Roma, occupa una posizione strategica che domina l’isola Tiberina ed il corso del fiume Tevere. In origine era collegato al Quirinale tramite una sella poi tagliata da Traiano per costruire il suo Foro. In antichità il nome Campidoglio sembra indicare “altura dominante” malgrado un’antica tradizione lo facesse derivare da un teschio, caput, rinvenuto nel colle. La tradizione antica narra il primo insediamento sul colle fu fondato dal dio Saturno, nel quale furono accolti i Greci guidati da Ercole.

Al tempo di Romolo, la conquista del Campidoglio da parte dei Sabini sarebbe avvenuta a seguito del tradimento di Tarpea, che avrebbe aperto le porte agli invasori che poi l’avrebbero uccisa seppellendola sotto i loro scudi. Uno degli episodi più importanti per la storia del Campidoglio è la costruzione del tempio di Giove, Giunone e Minerva iniziata da Tarquinio Prisco e continuata da Tarquinio il Superbo. Celebre inoltre è la difesa del colle fatta durante l’occupazione della città da parte dei Galli nel 390 a.C. Le oche capitoline, tenute nel recinto sacro del tempio di Giunone, con il loro starnazzare avvertirono i Romani dell’assalto notturno dei Galli. In ricordo dell’episodio venne eretto nel 345-344 a.C. il tempio di Giunone Moneta. Augusto fece costruire un piccolo tempio dedicato a Marte Ultore, Domiziano i templi degli Dei Consenti e di Vespasiano e Tito. Adriano e Marco Aurelio poi abbellirono il colle, ormai divenuto solo luogo di culto e méta delle processioni e dei trionfi. Partendo da Piazza del Campidoglio, tra Largo Argentina e l’Isola Tiberina, si trova il Quartiere Ebraico, uno dei più antichi ghetti al mondo e teatro di uno dei più tragici rastrellamenti di centinaia di ebrei nell’ottobre del 1943. Qui si può ammirare la maestosa Sinagoga, il più grande tempio d’Europa che mescola stile liberty e arte babilonese, e la bellezza del Museo Ebraico. I ristoranti del posto mantengono viva la cucina giudaico-romanesca kosher, che unisce piatti tipici ebraici con ricette romane.
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Piazza Venezia, Foro Romano
Piazza Venezia, situata ai piedi del Campidoglio, all’incrocio di via dei Fori Imperiali, via del Corso e via del Plebiscito, è una delle piazze più famose di Roma. L’aspetto attuale della piazza deriva dagli interventi urbanistici realizzati tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900, che hanno portato alla costruzione del Vittoriano, colossale monumento in onore di Vittorio Emanuele II, chiamato anche Altare della Patria. Questo monumento costruito nel 1885 in nello stile neo-classico di Giuseppe Sacconi, non è molto gradito ai Romani che lo chiamano “macchina da scrivere”. Qui sono conservati i resti del Milite Ignoto, in memoria dei combattenti caduti durante la prima guerra mondiale mai stati identificati. Per la realizzazione del complesso si demolirono edifici più antichi tra cui il monastero dell’Aracoeli, la Torre di Paolo III, e la splendida residenza dei Torlonia. La piazza ospita anche Palazzo Venezia, antica sede pontificia, da cui nel periodo di Carnevale, Papa Giulio II assisteva alla corsa dei cavalli barberi, che si svolgeva lungo via del Corso. Fino al 1914 funse da ambasciata dell’Impero Austro-Ungarico, in seguito il palazzo fu confiscato dallo Stato. Nel 1929 Benito Mussolini lo scelse come sede del Governo, dal balcone del palazzo il dittatore pronunciava i discorsi al popolo italiano tanto che la piazza fu denominata “Foro d’Italia”. Della sistemazione originaria della piazza si è conservato anche il Palazzo Bonaparte, dove visse dal 1818 fino alla morte, Letizia Ramolino, la madre di Napoleone. Proprio nella pedana rialzata al centro della piazza Alberto Sordi interpretò la parte del pignolo vigile urbano Otello Colletti, nel film di Luigi Zampa Il Vigile. Il Foro Romano è un sito molto complesso dove coesistono monumenti costruiti in epoche molto diverse e che spesso non sono stati usati contemporaneamente. Il Foro, prima di diventare il centro politico della città di Roma a partire dalla metà del VIII secolo a.C. era una valle paludosa e inospitale dove si seppellivano i morti. Il secondo re di Roma, Numa Pompilio, pose qui la sua abitazione, ma solamente con la dinastia etrusca dei Tarquini il Foro venne pavimentato e utilizzato come luogo della vita pubblica. Situata ai piedi del Campidoglio e del Palatino, la grande piazza di forma quadrangolare divenne il simbolo dell’idea romana di Repubblica ed ogni console, generale o imperatore desiderò esservi ricordato. Già nel VI secolo a.C. vengono eretti il Comizio, sede delle assemblee del popolo, la Curia, sede del Senato, e vi si pose la sede dei più antichi culti della città, quello di Saturno, di Vulcano, di Marte e di Vesta. Nel IV secolo a.C. viene costruita la grande tribuna detta Rostra e il Tabularium, sede dell’archivio di Stato. Alla metà del I secolo a.C. Cesare fece demolire il Comizio e spostò la Curia a favore della costruzione del suo Foro. Augusto vi costruì il tempio di Cesare divinizzato. Con l’avvento del principato si costruirono altre piazze monumentali, tra cui i Fori di Augusto, Vespasiano, Nerva e Traiano, il Foro pur restando il centro simbolico dello Stato Romano, perde la sua funzione politica e diventa il palcoscenico su cui inscenare la divinizzazione dell’imperatore dopo la morte. L’ultimo intervento monumentale fu quello di Massenzio agli inizi del IV secolo d.C. e da questo momento in poi inizia una lenta decadenza.
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Arco di Druso e Porta San Sebastiano
L’arco di Druso si trova a Roma, all’inizio di Via Appia Antica, di fronte Porta San Sebastiano. Per molti anni è stato ritenuto erroneamente un arco trionfale, eretto nel 9 d.C., in onore di Druso maggiore. In realtà si tratta di una delle arcate dell’Acquedotto Antoniniano costruito da Caracalla, nel III secolo d.C., per alimentare le sue terme. Osservando il monumento si può notare un arco inquadrato da due colonne con capitelli sormontati da un architrave, al di sopra del quale si eleva l’attico, dove correva l’acqua dell’acquedotto. Per la sua collocazione all’ingresso della regina viarum venne monumentalizzato. L’imperatore Onorio agli inizi del V secolo, fece costruire due bracci curvilinei che collegavano l’arco a Porta S. Sebastiano, al fine di creare una corte interna ed una sorta di castello difensivo. Il nome antico di Porta San Sebastiano è Porta Appia, derivante dal nome della via che da essa usciva. Nel Medioevo si iniziò ad utilizzare la denominazione attuale, in quanto la porta conduceva alle famose catacombe del martire San Sebastiano. Si tratta della porta più grande e meglio conservata delle Mura Aureliane. Gli studiosi hanno distinto cinque fasi costruttive. Nella prima fase la porta era costituita da due arcate gemelle che si aprivano tra due torri semicircolari. Nella seconda fase si ampliarono e rialzarono le due torri, inoltre attraverso due muri paralleli si collegò la porta al preesistente arco di Druso, in modo da formare un cortile interno in cui l’arco aveva la funzione di controporta. Nella terza fase l’imperatore Onorio creò dei basamenti quadrati rivestiti in marmo che inglobano le torri. La quarta fase riguarda solamente alcune sistemazioni interne. La quinta fase le conferì l’aspetto attuale. La chiusura era realizzata da due battenti in legno e da una saracinesca. Sulla porta sono presenti numerosi graffiti, tra cui croci dei pellegrini, nomi italiani e stranieri, date ed indicazioni stradali. L’interno della porta subì molte trasformazioni, tra queste le più importanti risalgono al 1942-1943, quando divenne l’abitazione del segretario del partito fascista Ettore Muti. Sono di quegli anni i mosaici in bianco e nero situati in vari ambienti, come la camera di manovra, dove restano le mensole di travertino che sostenevano la saracinesca. Oggi la porta e le torri ospitano il Museo delle Mura, realizzato nel 1990, suddiviso in tre sezioni antica, medievale e moderna. Si ripercorre la storia della fortificazione della città, i motivi strategici della scelta del percorso, la tecnica costruttiva, la tipologia delle porte, i restauri e le successive trasformazioni.
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Aventino: epoca medievale e moderna
L’Aventino è il più meridionale dei sette colli storici di Roma. È costituito da due piccole cime di cui il Grande Aventino incluso nel Rione Ripa a ridosso del Tevere, ed il Piccolo Aventino corrispondente al Rione San Saba. I due rioni sono separati da viale Aventino che collega piazza di Porta Capena a Porta Ostiense. Ignoriamo quando sia stato abitato per la prima volta. La sua posizione e la vicinanza con il Tevere ne hanno condizionato la storia strettamente legata alla leggenda dei due gemelli Romolo e Remo. Remo scelse il colle per edificarvi la futura città contrapponendosi a Romolo che scelse il Palatino. Proprio sul colle Remo avrebbe osservato il volo degli uccelli per capire il volontà degli dei sul futuro fondatore. L’Aventino, ben presto divenuto quartiere mercantile, divenne il simbolo del popolo di Roma. Gli abitanti della collina, di varia provenienza, finirono per costruire la plebe. Secondo la tradizione la plebe stanca dai soprusi subiti dai patrizi si ritirò sul colle, dando inizio alla lunga lotta tra patrizi e plebei, che si concluse solo all’inizio del III secolo a.C., con l’equiparazione politica dei due gruppi sociali. Nel 456 a.C. il colle fu dichiarato di proprietà pubblica e distribuita ai plebei perché vi costruissero case. Oggi con richiamo alla storia romana, viene chiamata Secessione dell’Aventino, l’atto di protesta attuato, il 27 giugno 1924, da alcuni deputati d’opposizione contro il governo fascista, in seguito all’ uccisione di Giacomo Matteotti. Egli aveva denunciato alla Camera gli imbrogli elettorali e le violenze delle squadre d’azione fasciste. I deputati, riuniti in una sala di Montecitorio, decisero di abbandonare il parlamento, fino a quando non fosse stata abolita la milizia fascista e ripristinata l’autorità della legge. In epoca imperiale il colle perse le sue caratteristiche di quartiere commerciale e popolare, per trasformarsi in un quartiere aristocratico. In seguito all’invasione dei Visigoti di Alarico tutte le abitazioni vennero distrutte e da allora il colle si spopolò completamente. Nei secoli successivi alcuni monaci vi impiantarono monasteri ed eremitaggi. In epoca medioevale vi sorsero la chiesa di Santa Prisca, una delle più antiche chiese di Roma, e i monasteri di Santa Sabina e dei Santi Bonifacio e Alessio. Sul Piccolo Aventino sorgono le chiese di San Saba e di Santa Balbina. Dove ora si trova il Giardino degli Aranci, nel XIII secolo vi era la rocca della famiglia Savelli nella quale visse anche papa Onorio IV. Nel 1765 Giovan Battista Piranesi vi sistemò la Piazza dei Cavalieri di Malta, che prende il nome dalla Villa del Priorato di Malta, sede del priorato dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Fino al 1860 l’Aventino conservò intatto il suo suggestivo aspetto con la presenza dei ruderi romani, dei monasteri, delle chiese e della rocca. Fu caratterizzato come altri quartieri di Roma dall’edilizia intensiva degli anni ’60. Oggi si presenta come un’elegante zona residenziale, al di fuori dal caotico traffico cittadino, pervasa da un’atmosfera tranquilla e carica di storia. È interessante notare che sul colle non esiste una sola attività commerciale.
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Catacombe di San Callisto
Le catacombe di San Callisto sono tra le più note e importanti della città di Roma. Occupano la cosiddetta area “callistana” compresa tra la via Appia Antica, la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese. Tre ingressi diversi danno accesso alle catacombe. Di questi il primo è posto all’ incrocio tra via Appia Antica e via Ardeatina, il secondo sul margine destro di via Appia Antica vicino alle catacombe di San Sebastiano ed il terzo via delle Sette Chiese. Originariamente con il termine catacomba si indicava la zona della via Appia compresa tra la tomba di Cecilia Metella e la città di Roma. Con il tempo il termine iniziò ad indicare in generale il cimitero cristiano sottoterra. Le catacombe di San Callisto occupano un’area di 15 ettari di terreno e sono il risultato dell’unione di nuclei diversi di gallerie posti su quattro livelli di profondità. Esse arrivano ad una profondità superiore ai 20 metri. Il complesso cimiteriale prende il nome dal banchiere Callisto, diacono e poi papa, a cui il papa Zefirino affidò la gestione dei cimiteri cristiani, ponendoli sotto il diretto controllo della Chiesa. Nasce così il primo cimitero di proprietà della Chiesa di Roma. Qui furono seppelliti oltre 50 martiri, 16 pontefici e tantissimi cristiani. La parte più antica, databile tra la fine del II e gli inizi del III sec. d.C., è costituita dalle “Cripte di Lucina”. Il luogo più sacro è il cosiddetto “Piccolo Vaticano” o Cripta dei Papi che ospita nove papi, successori di Callisto, ed otto dignitari della Chiesa. Un altro nucleo molto importante è costituito dalla Cripta di Santa Cecilia, martire cristiana di nobile famiglia romana. Cecilia scoperta dalle autorità romane fu sottoposta a diverse pene. In un primo momento si cercò di asfissiarla nella caldaia della sua abitazione ma la giovane ne uscì illesa. Successivamente fu condannata a morte per decapitazione. La santa ricevette tre colpi di spada ma non morì subito e prima di morire ebbe la forza di ribadire la sua fede in Dio Uno e Trino. Venne sepolta nel luogo oggi occupato dalla sua statua e fu qui venerata per almeno cinque secoli. Nell’821 le sue reliquie furono trasportate nella basilica di Santa Cecilia a Trastevere. Nel 1599 aprendo la tomba si trovò il corpo della santa incorrotto. Tra la fine del III e la prima metà del IV secolo le catacombe di San Callisto furono ampliate con la regione di “Gaio-Eusebio”, il cui nome è legato alle deposizioni dei corpi dei papi Gaio ed Eusebio. Alla prima metà del IV secolo è da attribuire la regione detta “Occidentale” e alla seconda metà dello stesso secolo la regione detta “Liberiana”. Le catacombe ben presto divennero meta di pellegrinaggio tuttavia dopo il saccheggio di Alarico avvenuto nel V secolo d.C. furono sempre meno frequentate. Nel IX secolo le ossa dei santi venivano deposte nelle chiese della città e nel Medioevo le catacombe caddero in dimenticanza. Solo nel XIX secolo le catacombe di San Callisto tornarono ad essere valorizzate come luogo santo della cristianità.
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Catacombe di San Sebastiano
Le catacombe di San Sebastiano si trovano tra il secondo e il terzo miglio della via Appia Antica a Roma. Costituiscono un vasto cimitero cristiano sotterraneo di 12 chilometri di gallerie, poste su quattro piani. Oggi il primo piano è quasi completamente distrutto. Le catacombe di San Sebastiano furono le prime ad essere chiamate “ad catacumbas”, termine greco che indica “presso le cavità”. Il luogo infatti, prima di divenire un cimitero, era utilizzato per l’estrazione della pozzolana e del tufo nelle cave del profondo avvallamento. In epoca moderna il termine catacomba indica generalmente il cimitero sotterraneo cristiano. Il sito già dal I secolo d.C. era utilizzato per le sepolture di schiavi e liberti pagani. Ogni tomba era riconoscibile grazie ad piccolo contrassegno che poteva essere una lucerna, una moneta, un giocattolo o un’anfora. Inoltre sono state rinvenute sepolture monumentali, riferibili alla seconda metà del II secolo, in particolare nella piazzola, un ambiente circolare nelle cui pareti furono scavati tre mausolei. Quest’ultimi, data la presenza di immagini come le ancore ed il pesce, probabilmente furono utilizzati anche per le sepolture dei cristiani. Si tratta di mausolei appartenuti a liberti facoltosi: il primo mausoleo è di un certo Marcus Clodius Ermete, il secondo mausoleo è detto degli Innocentiores ed il terzo è denominato Dell’ascia. Le facciate sono molto simili e costituite da una porta centrale sormontata da un’iscrizione con il nome dei proprietari e da un timpano decorato con pitture, con un attico nel quale probabilmente si tenevano le cerimonie di commemorazione dei defunti. Della stessa epoca sono le villette caratterizzate da ricchissime decorazioni parietali. Alla metà del III secolo la piazzola venne interrata e si creò un secondo livello. Qui sono stati rinvenuti tre monumenti. Il primo è la cosiddetta triclia, una sala porticata, utilizzata per i banchetti funebri, dove sono stati rinvenuti 600 graffiti rivolti a San Pietro e San Paolo. Secondo la tradizione qui, per molti anni, vennero venerate le reliquie dei due apostoli tanto che il complesso fu identificato con l’appellativo di “Memoria Apostolorum”. Il secondo monumento costituisce un edicola in marmo ed il terzo è un ambiente con pozzo. Nel III secolo inoltre nella catacomba vennero sepolti i martiri cristiani S. Sebastiano, S. Quirino e S. Eutichio. Quirino era un vescovo della Pannonia mentre di Eutichio non si conosce nulla. San Sebastiano, che da il nome all’intero complesso cimiteriale, era un soldato milanese convertitosi al cristianesimo, martirizzato a Roma durante la persecuzione di Diocleziano. Le sue spoglie furono conservate nella catacomba fino al IX secolo, poi vennero trasferite all’interno della città. Nella prima metà del IV secolo l’area subisce un ulteriore interramento per costruire il terrapieno che ospiterà la grandiosa basilica paleocristiana dedicata agli Apostoli, fatta erigere dall’imperatore Costantino, oggi ricordata come basilica di S. Sebastiano. La basilica che sorge sopra al cimitero ospita all’interno della cappella le spoglie del santo.
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Foro Romano
Il 15 marzo 1836 il Diario di Roma scrive riguardo la visita di Papa Gregorio XVI al Foro Romano: “Bene”, diceva er Papa in quer macello de li du’scavi de Campo vaccino: “Ber bùcio! Bella fossa! Ber grottino! Belli sti serci! Tutto quanto bello! E guardate un po’ lì quer capitello si mejo lo po fa uno scarpellino! E guardate un po’ qui sto peperino si nun pare una pietra de fornello!” E tanto ch’er Papa in mezzo a cento archidetti e antiquari de la corte asternava er zu’savio sentimento, la turba, mezzo piano e mezzo forte, diceva:” Ah! Sto sant’omo ha un gran talento! Ah, un Papa de sto tajo è una gran zorte!”
Per i Romani il foro era il luogo d’incontro dei cittadini dell’Impero, lì si incontravano per discutere sulla politica, l’economia e la religione. Tutte le città romane ne possedevano uno ma il più importante e conosciuto era quello che si trova a Roma, nello spazio compreso tra piazza Venezia e il Colosseo e attraversato dalla via dei Fori imperiali. Il luogo è conosciuto come il Foro Romano per eccellenza. È un sito molto complesso dove coesistono monumenti costruiti in diverse epoche. Il visitatore potrà iniziare la visita del complesso partendo dal settore settentrionale, cui si accede dalla via dei Fori imperiali, per proseguire in direzione del Campidoglio e infine dirigersi verso il Palatino e l’Arco di Tito. Nel Foro Romano erano concentrati tutti i più importanti edifici pubblici e sacri della Roma Repubblicana. In un primo momento si procedette alla bonifica dell’area, occupata essenzialmente da paludi, tramite la costruzione della Cloaca Maxima, il sistema di drenaggio delle acque più antico della città. La grande piazza di forma quadrangolare divenne presto il simbolo dell’idea romana di Repubblica ed ogni console, generale o imperatore desiderò esservi ricordato. Il foro era percorso dalla via Sacra, l’asse stradale più importante e antico della città in cui sfilavano le processioni religiose e il corteo trionfale fino al Campidoglio. Nel VI secolo a.C. vengono eretti il Comizio, sede delle assemblee del popolo, la Curia, sede del Senato, ed i templi di Saturno, di Vulcano, di Marte e di Vesta. Di fronte la Curia, vi è uno dei monumenti più significativi del Foro: il Lapis Niger. Si tratta di un settore pavimentato in marmo nero identificato con il punto in cui Romolo fu ucciso o sparì in cielo. Nel IV secolo a.C. viene costruita la grande tribuna detta Rostra e il Tabularium, sede dell’archivio di Stato. Alla metà del I secolo a.C. Cesare fece demolire il Comizio e spostò la Curia a favore della costruzione del suo Foro. Augusto vi costruì il tempio di Cesare divinizzato. In epoca imperiale il Foro perde la sua funzione politica a favore dei Fori Imperiali. In seguito alle invasioni barbariche il Foro Romano cadde in un lento abbandono ed inesorabile abbandono che portò al deterioramento degli edifici. L’area del Foro si coprì quindi di rovine, alcuni spazi abitabili vennero trasformati in chiese e fortezze. Nel Rinascimento gran parte dei resti monumentali in marmo e pietra vennero presi e riutilizzati altrove o impiegati per fare la calce.
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Il Foro di Traiano
Il Foro di Traiano fu l’ultimo ed il più grandioso dei Fori imperiali. Fu costruito tra il 107 e il 113 d.C. usando il bottino conquistato dall’imperatore Traiano nella guerra contro i Daci. Nel suo Foro Traiano esaltò proprio la nuova conquista, dedicando ampio spazio alle immagini belliche. Il Foro fu dedicato nel 112 d.C. e la Colonna Traiana nel 113 d.C. La costruzione del Foro impose l’allargamento dell’area monumentale verso il Campo Marzio mediante il taglio della sella che univa il Campidoglio e il Quirinale. Il taglio fu eseguito dall’architetto Apollodoro di Damasco, come testimonia l’iscrizione sul basamento della Colonna Traiana. Il Foro, lungo 300 metri e largo 185, si articolava su terrazze sopraelevate l’una rispetto all’altra. Vi si accedeva tramite un arco sul lato del Foro di Augusto. Oltrepassato l’arco, si entrava alla piazza centrale rettangolare, chiusa sui lati lunghi da portici colonnati. Al centro della piazza era posta la statua equestre in bronzo di Traiano. Dietro i portici si aprivano due grandiose esedre semicircolari, di queste oggi è visibile solo quella orientale, in direzione dei Mercati di Traiano. Il fondo della piazza era sbarrato dalla Basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma. In essa si svolgevano attività giudiziarie, civili e commerciali. L’edificio, pavimentato in marmi colorati, era suddiviso in cinque navate concentriche e dotato di due grandi absidi sui lati brevi. Dalla basilica si accedeva alla piazza tramite tre ingressi monumentali, che si aprivano nella facciata. A nord della basilica erano poste due biblioteche. Oggi quella meglio conservata è quella di sinistra, visibile al di sotto della strada moderna. Si tratta di un vasto ambiente rettangolare munito di nicchie, dove erano posti gli armadi per i libri. Nella parete di fondo probabilmente una nicchia ospitava la statua di Minerva. Tra le due biblioteche è posta la Colonna Traiana, alta circa 30 metri. Essa è costruita in blocchi di marmo di Luni e poggia su una base a forma di dado con gli spigoli decorati con aquile che reggono festoni. Il fusto, circondato da una corona d’alloro alla base, si conclude con un capitello, che reggeva in origine la statua in bronzo di Traiano, oggi sostituita da quella di San Pietro. Nel lato rivolto verso la basilica Ulpia si trova la porta d’ingresso, attraverso la quale si accede all’ambiente interno e alla scala a chiocciola tagliata nel marmo, che porta fino alla sommità della colonna. La porta è sormontata da un pannello con iscrizione, sostenuto da due Vittorie. L’iscrizione dedicatoria da parte del Senato sembra indicare che l’altezza della colonna fosse pari a quella del colle tagliato per costruire il Foro. La Colonna era anche la tomba dell’imperatore e di sua moglie Plotina. Nell’ambiente interno della Colonna infatti si trovava la camera sepolcrale che ospitava l’urna d’oro con le ceneri dei due sposi. Il fregio figurato che si avvolge a spirale attorno al fusto racconta le guerre daciche: 155 scene illustrano gli avvenimenti principali rispettandone l’ ordine cronologico. Nel Foro di Traiano, lo spazio destinato all’esaltazione dell’imperatore, sepolto nella Colonna, risulta essere maggiore rispetto agli altri Fori.
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Il Tevere
Il Tevere, chiamato dai Romani Tiber, è il più importante fiume dell’Italia Centrale. Gli etruschi lo identificavano con Rumon, probabilmente legato al nome di Roma. Anticamente veniva definito anche Albula per la limpidezza delle sue acque. Secondo la tradizione il nome attuale deriva dal re latino Tiberino Silvo che vi sarebbe annegato. Il Tevere è il terzo fiume italiano per lunghezza dopo il Po e l’Adige. Con 405 km di percorso attraversa l’Appennino toscano, umbro e laziale per poi sfociare sul mar Tirreno. La sorgente del fiume si trova alle pendici del Monte Fumaiolo vicino il comune di Verghereto, in Provincia di Forlì-Cesena. Nel 1934 Mussolini fece collocare, accanto alla sorgente, una colonna di travertino dove figurano tre teste di lupo e un’aquila rivolta verso Roma. L’aquila è il simbolo della Roma imperiale riutilizzato in epoca fascista. Nella colonna è incisa la frase: Qui nasce il fiume sacro ai destini di Roma. Il fiume ha avuto un ruolo fondamentale per la nascita della città di Roma ed è strettamente legato alla storia della sua fondazione, datata 753 a.C. I due gemelli Romolo e Remo sarebbero stati abbandonati in una cesta proprio nelle acque del fiume e proprio qui, arenati sotto un fico, succhiano il nettare dei frutti in attesa di una vera poppata. In origine, l’Isola Tiberina era il punto di scambio tra le popolazioni etrusche che dominavano la riva destra, detta Ripa Veientana, e i villaggi del Latium vetus sulla riva sinistra detta la Ripa Graeca. Fino agli inizi del IV secolo a.C., i Romani e gli etruschi di Veio combatterono duramente, per il controllo dei traffici commerciali, che si svolgevano sul fiume. Alla fine del VI secolo a.C., Tarquinio il Superbo costruì la Cloaca Massima, la più antica condotte fognaria di Roma .Il Tevere era considerato una divinità personificata nel Pater Tiberinus. La sua festa veniva celebrata l’8 dicembre e coincideva con l’ anniversario della fondazione del tempio del dio sull’Isola Tiberina. Il primo ponte di Roma, costruito accanto l’isola Tiberina, era il ponte Sulpicio. Inizialmente in legno, la sua manutenzione fu talmente importante che in relazione ad esso nacque il più antico e importante sacerdozio romano, il pontifex. In epoca imperiale la storia del fiume è legata a quella del Mediterraneo, avente come fulcro il Porto di Ostia e come secondo scalo portuale, il Tevere. Il fiume, il cui letto era nell’antichità alquanto più basso di quello odierno, era attraversato nel tratto urbano dai ponti: Sublicio, Emilio, Fabricio, Cestio, di Agrippa, Neroniano, Elio, Aurelio, di Probo. Il Ponte Milvio si trovava nel tratto extraurbano. Il Tevere è sempre stato un fiume soggetto a piene improvvise. Come risulta testimoniano Tito Livio, Tacito e Dione Cassio, i primi tentativi di limitarne i danni risalgono al 657 a.C. con il re Tarquinio Prisco, per continuare poi con Giulio Cesare e con gli imperatori Augusto, Claudio, Nerone e Traiano. Nel periodo medievale e rinascimentale il Tevere non fu degnato di grande attenzione, tanto che lo Stato Pontificio fu rimproverato di totale inerzia nei confronti del fiume. Nel 1870, in seguito ad una devastante alluvione, viene iniziata una vera e propria azione sistematica volta alla protezione di Roma dal Tevere. Furono realizzate diverse opere per il contenimento del fiume tra cui gli alti muraglioni entro i quali oggi lo vediamo intrappolato. Con la realizzazione del lungotevere si è contribuito a dare un’ immagine suggestiva del fiume e del suo corso all’interno della città di Roma.
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Mura Aureliane
Nel III secolo d.C. la minaccia che i barbari potessero spingersi fino a Roma indusse l’imperatore Aureliano a dotare la città di nuove mura, le cosiddette Mura Aureliane. Il lavoro fu portato avanti abbastanza rapidamente: iniziato nel 271 d.C da Aureliano fu concluso dal successore Probo nel 279 d.C. Per la costruzione delle mura vennero chiamati architetti e muratori da ogni parte dell’Impero. All’inizio il sistema difensivo appariva abbastanza modesto, tuttavia era in grado di fermare gli attacchi dei barbari incapaci di condurre lunghi assedi. La fortificazione tuttavia, ben presto si rivelò insufficiente, pertanto si pensò di rinforzarla. Il primo restauro fu compiuto da Massenzio, riconoscibile ancora oggi per la particolare tecnica muraria utilizzata in mattoni e blocchetti di tufo. I lavori più importanti però vennero realizzati tra il 401-402 dall’imperatore Onorio per far fronte agli attacchi dei Goti. Egli raddoppiò l’altezza delle mura, rinforzò le torri e sostituì il precedente camminamento di ronda con una galleria coperta dove si aprono numerose feritoie. Al di sopra di essa realizzò un nuovo cammino di ronda munito di merli. Altri restauri furono compiuti da Belisario nel periodo delle guerre gotiche. Le mura difesero la città di Roma fino al 1870, quando l’esercito pontificio combatté contro l’esercito italiano. Il percorso complessivo delle mura Aureliane, lungo circa 19 km, comprende un’area di circa 135 ettari che include i sette colli e il quartiere di Trastevere. Segue una linea strategica che comportò cambiamenti rilevanti nelle relazioni tra l’abitato, il Tevere e il porto. Circa 1/10 delle mura è stato costruito da edifici di grandi dimensioni preesistenti. Passeggiando lungo il Viale del Campo Boario in direzione del Cimitero Protestante, si può ammirare uno dei tratti meglio conservati della cinta muraria di Aureliano, impressionante per la sua imponenza e per lo stato di conservazione. Le mura in mattoni sono spesse 4 metri ed alte 8 metri. Lungo la cinta muraria si aprono diverse porte in corrispondenza delle strade che partivano da Roma. Le porte più importanti presentano due ingressi gemelli inquadrati da torri semicircolari inoltre ogni 30 metri è posta una torre di vedetta con camera superiore per le baliste. Molto importante è il Museo delle Mura allestito all’interno di Porta San Sebastiano. Il Museo permette di accedere al di cammino di ronda sulle mura per un tratto di circa 350 metri. La galleria coperta conservata è intervallata da dieci torri e termina in alto con il secondo tratto di ronda scoperto e protetto da merli.
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Santa Maria in Cosmedin e Bocca della Verità
A Roma in Piazza Bocca della Verità si trova la chiesa paleocristiana di Santa Maria in Cosmedin. La chiesa fu eretta nel punto in cui in epoca romana sorgeva l’Ara Massima di Ercole, santuario a tutela degli scambi commerciali tra i mercanti elleni e indigeni. Accanto all’Ara vi era un un’aula porticata, i cui resti sono inseriti nella chiesa e nella sagrestia, identificata con la Statio Annonae. Si trattava di uffici che gestivano l’approvvigionamento e la distribuzione del cibo al popolo romano. Proprio per il carattere del luogo, nel VI secolo d.C. papa Gregorio I impiantò la prima chiesa, la cui funzione era quella di portare assistenza al popolo cristiano. Nell’VIII secolo d.C. papa Adriano la fece ricostruire inglobando l’antica sede dell’Annona. La chiesa era gestita da dei monaci greci accorsi a Roma per sfuggire alle persecuzioni degli iconoclasti e prese il nome di Santa Maria in Schola Greca. In seguito si diffuse la denominazione di Santa Maria in Cosmedin, dalla parola greca kosmidion (ornamento). Nel IX secolo d.C. papa Niccolò I vi aggiunse la sagrestia, l’oratorio e una residenza diaconale. Nel 1120 papa Callisto II fece costruire il portico. Il restauro di Giuseppe Sardi nel 1718 le conferì uno stile rococò ma nel 1899 G.B. Giovenale la riportò al suo aspetto romanico originario che ancora oggi conserva. La chiesa presenta una facciata a forma di capanna e presenta un portico con sette arcate, cui si sovrappongono sette finestre. In posizione decentrata svetta il campanile romanico risalente al XII secolo. L’interno della chiesa è a tre navate, il soffitto è ligneo ed il pavimento a mosaici cosmateschi e superfici marmoree. Sulla sinistra del portico è visibile la notissima Bocca della Verità incassata nel muro dal 1632. Qui ogni giorno una lunga fila di turisti attende per farsi fotografare con la mano dentro la fessura della bocca. La Bocca della Verità è conosciuta in tutto il mondo per la leggenda secondo la quale cui i bugiardi che vi introducono la mano resterebbero monchi. Si racconta di una donna che accusata di adulterio venne condotta dal marito dinanzi alla Bocca per essere sottoposta alla prova. Essa riuscì a salvare la sua mano chiedendo all’amante di presentarsi anche lui e che, fingendosi pazzo, la abbracciasse e baciasse davanti a tutti. Così la donna giurò di essere stata abbracciata in vita sua solo da suo marito e da quel pazzo che l’aveva aggredita. Avendo detto la verità, la donna riuscì a ritirare indenne la sua mano dalla tremenda Bocca, benché fosse colpevole di adulterio. Probabilmente in epoca romana la Bocca della Verità era semplicemente un tombino raffigurante una divinità fluviale. Guardandola infatti, si nota un volto maschile barbato con occhi, naso e bocca forati per far defluire l’acqua.
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Villa di Massenzio
Massenzio fu l’ultimo imperatore pagano dell’Impero romano. Nel 306 d.C. si fece proclamare imperatore dai pretoriani al posto di Severo, il successore designato. Governò l’Italia e l’Africa fino al 312 d.C. quando fu sconfitto da Costantino nella battaglia di Ponte Milvio. Morì all’età di 34 anni dopo essere stato decapitato e gettato nelle acque del Tevere. Massenzio sognava di riportare Roma alla grandezza delle origini e al centro del suo progetto vi era il ripristino del culto degli Dei e dei gemelli fondatori della città. Una delle sue opere più importanti fu la Basilica di Massenzio nel Foro Romano, dove all’interno era posta la colossale statua che lo raffigurava. Fece restaurare il Tempio di Venere e Roma di epoca adrianea ed ampliò la via Sacra, dove innalzò un mausoleo per suo figlio Romolo e la Porticus margaritaria. Si occupò inoltre del restauro delle mura Aureliane e della via Appia. Nelle sue proprietà sulla via Appia impiantò una villa suburbana, denominata villa di Massenzio, costituita da il palazzo vero e proprio, il circo ed il mausoleo dinastico. Il tutto fu realizzato per esaltare la figura dell’imperatore romano. L’intero complesso si estende tra il secondo ed il terzo miglio della regina viarum ed occupa una posizione scenografica alle pendici della collina rivolta verso i colli Albani. Il monumento più noto del complesso è il Circo che, a differenza del Circo Massimo, è legato all’imperatore e alla sua residenza. L’impianto è lungo circa 520 metri e largo 92 metri, esso poteva accogliere circa 10000 spettatori. Ai lati si conservano due torri da cui partivano le quadrighe durante i giochi e le competizioni. Si conservano inoltre le gradinate e la spina, struttura longitudinale attorno alla quale i carri compivano i sette giri della gara. L’obelisco che ornava il centro della spina si trova ora a nella Fontana dei quattro Fiumi a Piazza Navona. Un lungo porticato collegava il circo con il Palazzo costituito da una serie di ambienti disposti ai lati di un unico aula principale riscaldata. Quest’ultima era destinato alle riunioni, alle udienze ed alle cerimonie. Al margine settentrionale dell’aula vi era una cisterna ed accanto ad essa un ambiente rotondo e coperto a volta, identificato come l’ingresso monumentale al palazzo. Al centro della villa di Massenzio, all’interno di un quadriportico allineato sulla via Appia antica, sorge il Mausoleo, noto anche come tomba di Romolo. Esso è dedicato a Valerio Romolo, giovane figlio dell’imperatore annegato nel Tevere nel 307 e qui sepolto. La tomba era costituita da un edificio circolare preceduto da un avancorpo, molto simile al Pantheon. In origine era a due piani, mentre oggi resta solamente quello inferiore spoglio di tutti i rivestimenti che lo decoravano. Nell’Ottocento fu occupato dal casale della famiglia Torlonia, tutt’ora visibile. Nel 1926 il complesso di Massenzio fu inserito nei piani di intervento del Comune di Roma. Nel 1943 si costituì l’attuale area archeologica inizialmente affittata per uso agricolo. Nel 1960 iniziarono i primi restauri e scavi archeologici per arrivare al 1980 quando il complesso viene aperto al pubblico.
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L’imperatore Adriano storia
L’imperatore Adriano regnò dal 117 al 138 d.C. Appassionato di letteratura, musica, pittura, scultura e filosofia fu un uomo di straordinaria cultura e personalità. Il suo ventennio al potere fu caratterizzato da pace, tolleranza e prosperità. Egli preferì consolidare i confini dell’ Impero piuttosto che fare nuove conquiste. Per questo viene definito dagli studiosi “Imperatore buono”. Nacque a Italica, odierna Siviglia, da una famiglia originaria di Hatria, l’attuale Atri. Il padre, Publio Elio Adriano Afro, era imparentato con Traiano. All’età di 10 anni rimase orfano di entrambi i genitori e venne adottato da Traiano e la moglie Plotina. È destinato così alla successione al trono. Adriano apprese l’arte della guerra da Traiano accompagnandolo nelle più importanti spedizioni militari: in Dacia (odierna Romania), in Pannonia (odierna Ungheria) e in Oriente contro l’impero dei Parti. Nella seconda guerra contro i Daci si guadagnò una grande fama tanto che Traiano le regalò il preziosissimo anello avuto in dono da Nerva il giorno dell’adozione. Sposò Vibia Sabina, pronipote di Traiano, per rafforzare il legame con la famiglia imperiale ma il matrimonio fu un fallimento. Sembra che dalla fine del matrimonio Adriano abbia avuto rapporti solo con gli uomini. Molto celebrato fu il suo amore con il greco Antinoo. Quando questi affogò nel Nilo, Adriano gli dedicò innumerevoli statue, scandalizzando i cristiani che fecero del tutto per distruggerle. I suoi soldati, nonostante l’avversione per l’omosessualità, non fecero caso a questa sua predilezione stimandolo per le sue qualità morali. Ebbe ottimi rapporti con l’esercito. Egli pagava e dava premi, ma raramente faceva combattere i soldati, se non per difendere l’impero. Di Adriano sono noti numerosi ritratti che lo raffigurano come un uomo alto, di solida corporatura, viso lungo e folti capelli ricci. Si dice che fosse un camminatore instancabile, perfetto cavaliere ed eccellente tiratore d’arco. Aveva maniere semplici, era piacevole nel colloquio e possedeva una memoria formidabile. Alla morte di Traiano, i soldati lo acclamarono imperatore e dalla Siria, dove era governatore, posta fine alla guerra partica, venne a Roma proclamando i suoi propositi di una politica pacifica. Rese più sicuri i confini attraverso imponenti opere di fortificazione. La più grandiosa è il vallo di Adriano, posto in Britannia con lo scopo di separare i Romani dai barbari. Cancellò i debiti che i cittadini e gli abitanti delle province avevano contratto verso le casse imperiali e incoraggiò la coltivazione dei terreni abbandonati. Proseguì nella politica di Traiano di beneficenza a favore dei fanciulli della penisola italica, favorendo così l’aumento della popolazione. Nel 121, una volta consolidato il suo potere, iniziò una lunga serie di viaggi in Grecia, Gallia, Britannia, Egitto, Oriente, Spagna, Africa. Abbellì ogni città che visitò costruendo templi, biblioteche, terme e teatri. In Egitto fondò Antinùpolis in onore dell’ amato Antinoo. Ad Atene costruì un intero quartiere monumentale con la Porta, l’Olympièion, la Biblioteca e il Ginnasio. A Tivoli costruì la famosissima villa Adriana. A Roma restaurò il Phanteon, costruì il tempio di Venere e Roma, il Ponte Elio e fece erigere il suo mausoleo Castel S. Angelo. Morì nel 138 d.C. a Baia.
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Mausoleo di Adriano
Il Mausoleo di Adriano, oggi noto come Castel Sant’Angelo, è situato a Roma, sulla sponda destra del fiume Tevere, non molto distante dal Vaticano. Il monumento è collegato al Vaticano tramite un corridoio fortificato chiamato in romanesco “er Corridore”. Fu iniziato dall’imperatore Adriano nel 125 d.C., quale suo mausoleo funebre, e terminato da Antonino Pio nel 139 d.C. Si trovava di fronte al Campo Marzio al quale fu unito da un ponte appositamente costruito, il Ponte Elio. Questo ponte, perfettamente conservato, oggi è conosciuto con il nome di Ponte Sant’Angelo. Il Mausoleo fu posto subito al di là del ponte inaugurato nel 134 d.C. La sua struttura, inserita nel Medioevo entro il Castel Sant’Angelo, si è in gran parte conservata. L’opera originale era molto diversa da quella che oggi si può vedere. L’edificio era costituito da un basamento quadrato di 89 m di lato, alto 15 m, con ambienti a raggiera coperti a volta. Al centro di questo recinto era posto il tamburo circolare del diametro di 64 m., alto 21 m. Al di sopra di esso vi era un tumulo di terra alberato circondato da statue marmoree. Il tumulo era sormontato da una quadriga in bronzo guidata dall’imperatore Adriano raffigurato come il Sole. La facciata esterna era rivestita di marmo e su di essa comparivano le iscrizioni dei personaggi sepolti all’interno. L’ingresso originario, a tre fornici, non è conservato. Quello moderno è più alto di 3 metri rispetto a quello antico. Attorno al mausoleo correva un muro di cinta con ringhiera in bronzo decorata da pavoni, due di essi sono conservati al Vaticano. Il Mausoleo ospitò i resti dell’imperatore Adriano e di sua moglie Sabina, dell’imperatore Antonino Pio, di sua moglie Faustina maggiore e di tre dei loro figli, di Lucio Elio Cesare, di Commodo, di Marco Aurelio e di altri tre dei suoi figli, di Settimio Severo, di sua moglie Giulia Domna e dei loro figli e degli imperatori Geta e Caracalla. Nel 403 l’imperatore d’Occidente Onorio incluse l’edificio in un bastione delle Mura aureliane. Da quel momento l’edificio perse la sua funzione originaria di sepolcro diventando un fortilizio a difesa di Roma. Durante l’assedio dei Goti di Vitige nel 537 i difensori di Roma utilizzarono come proiettili anche le numerose statue che ornavano il monumento. La trasformazione in castello avvenne nel X secolo. Nel corso degli anni fu utilizzato come luogo di rifugio di papi e di prigione. Nel 1277 divenne proprietà del Vaticano e vi furono aggiunti gli appartamenti pontifici. Oggi ospita Il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo che illustra le alterne e numerose variazioni d’uso della sua sede. L’Angelo bronzeo del XVIII secolo che da il nome al castello scaturisce da un’ antica leggenda che risale alla terribile peste del 590. Secondo la storia la peste terminò grazie all’apparizione di un angelo, identificato poi come San Michele, che si posò sopra il mausoleo e fece il gesto di riporre la spada nel fodero a simbolo della grazia concessa. Ancora oggi nel Museo è conservata una pietra circolare con le impronte dei piedi lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste. Nella visita guidata si percorrerà il tratto iniziale del secolare Passetto, contemplando la suggestiva visione del monumento e riannodando le intricate trame della sua storia.
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Villa Adriana storia
« Fece costruire con eccezionale sfarzo una villa a Tivoli ove erano riprodotti con i loro nomi i luoghi più celebri delle province dell’impero, come il Liceo, l’Accademia, il Pritaneo, la città di Canopo, il Pecile e la valle di Tempe; e per non tralasciare proprio nulla, vi aveva fatto raffigurare anche gli inferi. » (Historia Augusta, Vita Hadriani, XXVI, 5).
A soli 4 km dall’antica Tibur, odierna Tivoli, l’ imperatore Adriano fece edificare nel II secolo d.C. la sua residenza reale extraurbana: villa Adriana. È la più grande delle ville imperiali romane estendendosi per circa 120 ettari. La villa distava da porta Esquilina solo 17 miglia ed era raggiungibile sia dalla via Tiburtina Valeria o dalla via Prenestina che tramite la navigazione sul fiume Aniene. La zona ricca di acque era attraversata da quattro degli antichi acquedotti romani che servivano Roma: Anio Vetus, Anio Novus, Aqua Marcia e Aqua Claudia. Nelle vicinanze esiste ancora oggi la sorgente di acqua solfurea delle Acque Albule, molto apprezzata dall’imperatore. Nel luogo esisteva una villa rustica di epoca repubblicana, ingrandita all’epoca di Giulio Cesare, pervenuta in proprietà della moglie di Adriano, Vibia Sabina. Questa costituì il primo nucleo della villa, incorporata poi nel Palazzo imperiale. Villa Adriana, sede del governo imperiale nel periodo invernale, era una vera e propria città che Adriano realizzò in due diverse fasi costruttive tra il 118 e il 133 d.C. Nella prima fase, tra il 118 e il 125, furono costruiti le Biblioteche, il Complesso settentrionale del Palazzo orientale, gli Hospitalia, il Giardino a sud-est del Palazzo, le Terme con heliocaminus, il Teatro marittimo, lo Stadio, la Caserma dei Vigili e le Grandi Terme. Nella seconda fase, tra il 125 e il 133, si realizzarono le Piccole Terme, il Complesso centrale del Palazzo orientale, il Palazzo occidentale, la Torre di Roccabruna, la Piazza d’Oro, il Pretorio, il Vestibolo, le Cento Camerelle, il Pecile, il Padiglione verso Tempe, il Canopo ed il Cortile ad est dello Stadio. Adriano riprodusse nella sua villa gli stili e gli edifici visti nei tanti viaggi compiuti nelle province in Oriente. Tramite un sistema di vie sotterranee carrabili o pedonali, utilizzate dai domestici, riuscì a collegare tutte le zone della villa senza intralciare il livello sovrastante, ufficiale e di rappresentanza. Erano così assicurate riservatezza e tranquillità unitamente a funzionalità ed eleganza del complesso. Adriano seppe fondere la raffinatezza ellenistica con la pratica capacità di governo tipicamente romana. Dopo la morte dell’imperatore, avvenuta nel 138 d.C., la villa continuò a far parte dei beni della Casa Imperiale. Nei secoli successivi fu spogliata dei suoi marmi, utilizzati in molti edifici e chiese medievali. Cadde in un lento declino. All’inizio del `700 gran parte della villa fu acquisita dalla casata Conte che iniziò una campagna di scavi e la adornò con cipressi e viti. Dopo l’unità d’Italia la villa passò al Demanio statale. Nel 1999 Villa Adriana è stata dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ogni giorno centinaia di turisti accompagnati da guide professionali rimangono affascinati dai segreti della splendida villa.
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Pantheon
Il Pantheon si trova a Roma, in piazza della Rotonda. È un tempio dedicato a tutte le divinità romane passate, presenti e future. Il nome deriva infatti da due parole greche: pan, "tutti" e theon "dei". Il luogo in cui sorge, secondo la leggenda, coincide con il punto in cui il fondatore di Roma, Romolo, fu afferrato da un aquila e portato in cielo fra gli dei. Di tutti gli edifici romani il Pantheon è quello che vanta più primati. È il meglio conservato: ciò si deve alla donazione che ne fece l’imperatore bizantino Foca al papa Bonifacio IV e alla sua successiva trasformazione in chiesa, con il nome di Santa Maria ad Martyres. Il tempio inoltre ha la cupola più grande di tutta la storia dell’architettura ed è considerato il capostipite di tutti gli edifici cultuali moderni. In antichità è stata l’opera più imitata tanto che Michelangelo la considera fatta dagli angeli non dagli uomini. L’edificio è inscrivibile in una sfera perfetta. I Romani lo chiamano infatti la Rotonna. L’altezza è uguale al suo diametro e misura 43,44 m per 43,44 m. Questa caratteristica risponde a criteri classici di architettura equilibrata e stabile. Nel Pantheon possiamo notare l’armonia delle linee e il calcolo perfetto delle geometrie delle masse. Entrando si è colpiti da un raggio luminoso che illumina l’intero edificio filtrando attraverso l’apertura circolare sulla sommità della cupola. In caso di pioggia l’acqua entra nell’edificio per poi sparire nei 22 fori quasi invisibili del pavimento. La prima costruzione dell’edificio, realizzata tra il 27 e il 25 a.C. è dovuta ad Agrippa. Il Phanteon di Agrippa era un edificio rettangolare con la facciata sul lato lungo,orientata in direzione opposta all’attuale, verso sud. Una seconda fase, di cui non si sa nulla, corrisponde ai restauri di Domiziano dopo l’incendio dell’80 d.C. La fase attuale si data ai primi anni del regno di Adriano, tra il 118 e il 125 d.C. Sull’ architrave si può ancora leggere l’iscrizione fatta porre dall’imperatore: M•AGRIPPA•L•F•COS•TERTIVM•FECIT, ossia Marcus Agrippa Lucii filius consul tertium fecit, "Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, edificò". Sappiamo che Adriano non fece scrivere il suo nome in nessuno dei monumenti da lui edificati, escluso il Tempio di Traiano. Una seconda iscrizione, in caratteri molto più piccoli, è incisa al di sotto di questa e ricorda un restauro di Settimio Severo e Caracalla nel 202 d.C. La fase adrianea modificò totalmente l’edificio primitivo. Secondo i studiosi l’architetto che guidò i lavori fu Apollodoro di Damasco. La facciata fu ruotata di 180 gradi e rivolta verso nord. Il pronao attuale occupò l’area dell’edificio primitivo, mentre tra questo ed il tempio di Nettuno fu inserita la grande rotonda. La facciata si alzava su alcuni gradini ed era preceduta da una piazza porticata su tre lati. L’apparenza ad un primo sguardo doveva essere quella di un normale tempio rettangolare, la rotonda infatti era quasi invisibile. Ne derivava una totale separazione tra la visione esterna e quella interna, spazialmente del tutto diversa. Oggi invece la rotonda è ben visibile in tutta la sua grandezza. La cupola doveva richiamare la volta celeste. All’interno, due file di quattro colonne dividono lo spazio in tre navate: quella centrale più ampia conduce alla grande porta di accesso della cella, mentre le due laterali terminano su ampie nicchie che dovevano ospitare le statue di Augusto e di Agrippa qui trasferite dall’edificio augusteo. Quando l’Impero Romano cadde il Pantheon fu abbandonato. Nel 608 Foca, l’imperatore di Bisanzio, lo cedette a Bonifacio IV che lo consacrò alla Madonna e a tutti i martiri. Successivamente ebbe anche la funzione di fortilizio. Quando fu proclamata l’Unità il Pantheon ebbe la funzione di sacrario dei re d’Italia e i successivi restauri eliminarono le cancellate del pronao e le famose "orecchie d’asino", i campanili aggiunti dall’artista Gian Lorenzo Bernini.
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Vallo di Adriano
Il vallum in epoca romana era una costruzione difensiva a protezione degli accampamenti e dei confini. Era costituito da un fossato e da un terrapieno su cui erano innalzate le palizzate. Il Vallo di Adriano noto anche come Roman Wall è una fortificazione in pietra che segnava il confine tra la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia, odierna Scozia. E’ il monumento più grande che l’Impero romano ci abbia lasciato. Il muro divideva l’isola in due parti e costituiva il confine più settentrionale dell’Impero romano. Esso venne costruito dopo la visita dell’imperatore Adriano alla metà del II secolo d.C. Da buon stratega l’imperatore visitò le province dell’Impero compiendo lunghissimi viaggi. Egli preferì consolidare i confini piuttosto che fare nuove conquiste. Il vallo venne realizzato per prevenire le incursioni dei barbari della tribù dei Pitti che arrivavano dal nord. I lavori di costruzione iniziarono tra il 122 e il 125 d.C. da parte di Aulo Platorio Nepote, governatore in Britannia. La mano d’opera era costituita dai soldati delle truppe che erano stanziate nella zona, e che hanno lasciato in molte iscrizioni il ricordo del grande sforzo. Il muro era largo circa 3 metri e presentava un’altezza di 5 metri. Lungo di esso erano collocati 14 forti ausiliari e 80 fortini ogni miglio romano. I fortini erano posti accanto alle porte ed ogni coppia di questi era separata da torrette di vedetta. Il vallo di Adriano comprendeva una scarpata, un fossato protetto con una palizzata, il muro, una strada militare e due grandi argini con un fossato nel mezzo. Il percorso prescelto seguiva la Stanegate da Carlisle a Corbridge. Il muro era sorvegliato da circa 9000 uomini dell’esercito romano, tra cui la fanteria e la cavalleria. Probabilmente il vallo di Adriano non aveva solamente funzioni difensive, si ritiene infatti che le porte siano servite come dogane per permettere la tassazione delle merci. In seguito alle insurrezioni dei barbari il muro fu ricostruito da Settimio Severo dopo una dura repressione dei nemici del popolo romano. Con la fine dell’Impero romano l’esercito venne ritirato ed il muro abbandonato. Gran parte delle pietre furono reimpiegate per la costruzione di nuovi edifici sino al XX secolo. Tuttavia la parte centrale del vallo è ancora conservata. Il Vallo di Adriano corre in territorio inglese per 120 km, circa a 80 miglia romane, da Wallsend alla costa del Solway Firth. Il percorso del muro può essere seguito a piedi. E’ diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 1987 e costituisce la principale attrazione turistica dell’Inghilterra settentrionale. Viene considerato quasi un oggetto di culto dai numerosi walckers che percorrono i tratti ancora visibili come una sorta di pellegrinaggio.
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Il Colosseo e i gladiatori
Il Colosseo, conosciuto in antichità come Anfiteatro Flavio, è il più grande anfiteatro romano. È il più importante simbolo di Roma e accoglie ogni anno migliaia di visitatori. Il nome Colosseo si diffuse nel Medioevo per la vicinanza con la statua del Colosso di Nerone. Sorge nel centro della Città Eterna, sul laghetto prosciugato della Domus Aurea al limite orientale del Foro Romano. Questo anfiteatro, famoso in tutto il mondo, era in grado di ospitare sino a 70000 spettatori. La sua costruzione fu iniziata dall’ imperatore Vespasiano nel 72 d.C. Venne inaugurato da suo figlio Tito nell’80 d.C. La struttura realizzata con blocchi di travertino proveniente dalle cave di Tivoli presenta una forma ellittica. Ha una circonferenza di 527 metri ed è alto 57 metri. L’arena era di 76 metri x 46 metri. L’esterno è composto da quattro piani, i primi tre costituiti da arcate inquadrate da semicolonne, il quarto piano è scompartito da lesene. Al di sopra vi erano inseriti i pali che sorreggevano il grande velario a spicchi per riparare gli spettatori dal sole. Il Colosseo fu aperto al pubblico con una solenne inaugurazione durata cento giorni. L’ingresso era gratuito per tutti i cittadini romani ed il posto era assegnato in base alla condizione sociale. Il settore più basso era riservato ai senatori e alle loro famiglie, il secondo settore ai cavalieri, il terzo e il quarto alla plebe.
Il Colosseo venne costruito per dare a Roma un luogo degno della fama dei suoi giochi gladiatori svolti in precedenza in strutture mobili provvisorie in legno, poste nel Foro Romano o nel Foro Boario. Entrando all’interno del Colosseo ci si trova dinanzi quelli che erano i sotterranei. Qui erano alloggiati gli apparati di supporto alla preparazione e allo svolgimento dei giochi. Montacarichi erano utilizzati per sollevare i gladiatori che irrompevano sull’arena apparendo improvvisamente in una nuvola di polvere dando al pubblico uno strepitoso effetto sorpresa. I combattimenti dei gladiatori erano attesi con ansia da tutto il popolo romano. Il nome gladiatore deriva da gladio, la spada corta che questi usavano nei combattimenti. I gladiatori potevano essere dei prigionieri di guerra, dei criminali, dei galeotti, degli schiavi o condannati. Essi potevano riscattare la propria libertà soltanto combattendo nell’arena. Questa speranza li aiutava a sopportare meglio la loro sorte. I più forti e vincenti erano idoli del pubblico e soprattutto delle matrone romane, affascinate dalla loro forza e dal loro coraggio. Anche le donne combattevano ma erano molto rare e per questo anche molto richieste. A mezzogiorno squilli di tromba e urla incitanti accoglievano l’ingresso trionfale dei gladiatori nel Colosseo. Essi provenivano da una galleria sotterranea collegata direttamente al Ludus Magnus ovvero la Caserma dei Gladiatori dove imparavano l’arte della gladiatura. Dopo aver compiuto un giro dell’arena salutavano l’imperatore dicendo "Ave Cesare morituri te salutant" ovvero "Ave o Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano". Il gladiatore vincente si rivolgeva al pubblico dell’Anfiteatro per domandare la sorte che la folla voleva riservare allo sconfitto e la folla, con un segno della mano decideva per la morte o per la vita. Il pollice rivolto verso l’alto significava che doveva vivere: "mitte" ovvero "salvo". Il pollice rivolto verso il basso, significava che doveva morire: "jugula" ovvero "morte". Alla fine, però, era l’imperatore che con il suo pollice determinava la sorte del gladiatore sconfitto. Famoso per la sua passione per i giochi gladiatori era l’imperatore Commodo, che definendosi gladiatore partecipava personalmente ai combattimenti.
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Battaglie navali al Colosseo
Il Colosseo era il cuore pulsante dell’Impero Romano. Sorge nel centro della Città Eterna allo sbocco di via dei Fori imperiali. La sua realizzazione durò circa dieci anni. Vespasiano prosciugò il laghetto della Domus Aurea, al limite orientale del Foro Romano e nel 72 d.C. iniziò la costruzione del più grande anfiteatro romano. L’edificio fu inaugurato dal figlio Tito Flavio nell’80 d.C. La sua struttura presenta una forma ellittica con circonferenza di 527 metri e altezza di 57 metri. L’esterno è composto da quattro piani, i primi tre costituiti da arcate inquadrate da semicolonne, il quarto piano è scompartito da lesene. Al di sopra vi erano inseriti i pali che sorreggevano il grande velario a spicchi per riparare gli spettatori dal sole. Qui una folla acclamante di circa 70000 spettatori assisteva alle lotte dei gladiatori, a spettacoli di caccia di belve feroci, ad esecuzioni capitali e a battaglie navali. Durante l’inaugurazione si racconta che “Tito improvvisamente riempì questo stesso teatro con acqua e vi portò cavalli e tori ed altri animali addomesticati, cui era stato insegnato a muoversi nell´elemento liquido come sulla terra. Portò anche le persone sulle navi, e fu ingaggiata una battaglia navale, come quella di Corcireani e Corinzi.”. Il Colosseo durante le cerimonie veniva allagato per inscenare le naumachie, ovvero gli scontri navali epici. Questo mistero intriga gli storici e gli archeologi che si pongono numerosi interrogativi al riguardo. Gli studiosi per molto tempo hanno ritenuto che non fosse possibile riprodurre battaglie marittime nel Colosseo a causa della presenza di tunnel sotterranei, usati per fare comparire improvvisamente i gladiatori o le belve feroci. Oggi Martin Crapper, docente di ingegneria civile ed ambientale all´Università di Edinburgo, sembra aver risolto l’intricato mistero. Lo studioso ha provato che l’acqua necessaria per la riproduzione di battaglie navali, veniva fatta confluire al Colosseo attraverso un sistema di canali che si allacciavano all’acquedotto principale. Ha dimostrato inoltre che chiudendo il cancello principale, la pressione dell’acqua poteva raggiungere il giusto livello e che l´arena poteva riempirsi di quattro milioni di galloni d´acqua per una profondità di 5 piedi, entro 7 ore. Altri ricercatori hanno testato l’impermeabilità degli ambienti sotterranei. Si sono rinvenuti inoltre 18 blocchi sepolti che reggevano supporti di legno. Questi sostenevano il pavimento e potevano essere rimossi per consentire all´area di essere usata per battaglie gladiatorie e naumachie. Tutti questi dati confermano la riproduzione di spettacolari battaglie navali all’interno del Colosseo. La visita guidata all’interno del monumento sarà un occasione straordinaria e imperdibile per un tuffo nel passato.
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Il Colosseo e le sue leggende
La celebre profezia di Beda Il Venerabile, monaco e storico inglese del VII secolo, recita: “Finchè esisterà il Colosseo, esisterà Roma, quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma e quando cadrà Roma cadrà il mondo”.
Il Colosseo sorge allo sbocco di via dei Fori Imperiali e rappresenta l’immagine di Roma antica nel mondo. È il più grande anfiteatro romano che sia stato mai costruito. Potendo ospitare sino a 70000 spettatori è paragonabile agli odierni stadi di calcio. In antichità era conosciuto come Anfiteatro Flavio, nome che deriva dalla dinastia dei Flavi, gli imperatori che si occuparono della sua realizzazione. La costruzione del monumento fu iniziata dall’imperatore Vespasiano 72 nell’area del laghetto della Domus Aurea e completata dal figlio Tito Flavio, che lo inaugurò nell’80 d.C. con spettacoli che durarono 100 giorni. Nel Colosseo si svolgevano i combattimenti dei gladiatori, spettacoli di caccia ad animali feroci ed esotici, esecuzioni capitali e scontri navali che rievocavano battaglie famose del passato. Qui morirono centinaia di leoni, tigri, pantere e molti dei gladiatori che parteciparono alle gare. L’ingresso era gratuito per tutti i cittadini romani ed il posto era assegnato in base alla condizione sociale. L’anfiteatro realizzato con blocchi di travertino proveniente dalle cave di Tivoli presenta una forma ellittica. L’esterno è composto da quattro piani: i primi tre costituiti da arcate inquadrate da semicolonne, il quarto piano è scompartito da lesene. Per riparare gli spettatori dal sole, nella parte più assolata della cavea, veniva tirato un grande velario alle cui manovre sovrintendeva un distaccamento di marinai della flotta di Capo Miseno. Sul Colosseo esistono numerose leggende e dicerie tramandate nel corso del tempo. In epoca romana, la fama degli spettacoli gladiatori che vi si svolgevano all’interno era talmente importante, che si era giunti a strane credenze: ai sposi novelli era garantita una splendida vita futura se trascorrevano la prima notte di nozze con un’arma usata sull’arena nei combattimenti; gli epilettici invece potevano guarire bevendo il sangue sparso durante le lotte. Nel medioevo il Colosseo era ritenuto l’accesso agli inferi e si credeva che vi si riunissero gli spiriti delle belve, dei gladiatori e degli schiavi uccisi per il piacere degli imperatori e del popolo. Si credeva che le anime vagassero al calare della notte alla ricerca del riposo eterno. Nella zona infatti esistevano numerosi cimiteri e fosse comuni dove venivano gettati senza sepoltura i corpi degli schiavi e dei criminali. Le streghe e i maghi vi si affollavano per cercare resti da utilizzare per la preparazione di pozioni magiche per gli incantesimi. Inoltre sul Colosseo esiste una curiosa leggenda secondo la quale sarebbe stato una sorta di tempio diabolico. Qui i stregoni chiedevano ai loro seguaci: “Colis Eum?” ovvero “Adori Lui?”, riferito al diavolo. Molto curioso è il racconto al riguardo di Benvenuto Cellini, uno dei più importanti artisti del Manierismo. Egli una sera andò al Colosseo, insieme al suo amico Agnolino Gaddi, per assistere a manifestazioni demoniache. L’amico dalla paura “fece una stombazzatura di corregge con tanta abundantia di merda, la quale potette più che la zaffetica” così che tutti i diavoli fuggirono semiasfissiati.
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Il Colosseo nei film
Il Colosseo è il simbolo di Roma e dell’Italia nel mondo. È il più grande anfiteatro romano che sia mai stato costruito. Sorge nel cuore di Roma all’imbocco di via dei Fori Imperiali. La sua mole stupisce i visitatori di ogni tempo. Fu realizzato dall’imperatore Vespasiano nel 72 d.C. con blocchi di travertino proveniente dalle cave di Tivoli. L’inaugurazione con cerimonie di 100 giorni fu effettuata da Tito nell’ 80 d.C. Il nome Colosseo si diffuse nel Medioevo per la vicinanza del Colosso di Nerone, statua in bronzo dell’imperatore. In antichità era conosciuto invece come Anfiteatro Flavio. Presenta una forma ellittica costituita all’esterno da quattro piani. I primi tre costituiti da arcate inquadrate da semicolonne, il quarto piano è scompartito da lesene. Al di sopra era posto un grande velario per riparare gli spettatori dal sole. L’ingresso era gratuito per tutti i cittadini romani. Il Colosseo veniva usato per gli spettacoli dei gladiatori e altre manifestazioni pubbliche come gli spettacoli di caccia, le rievocazioni di battaglie famose, battaglie navali e i drammi e le commedie basati sulla mitologia classica. Nel 2007 viene proclamato come una delle Sette nuove meraviglie del mondo e la sua immagine compare nella moneta europea. E’ stato il set di numerosi film. Tante le scene ambientati dentro o intorno al Colosseo dal classico di Steno ’Un americano a Roma’ a ’Il conformista’ di Bertolucci. Per decenni poi è stato off limits per problemi burocratici. Non è stato girato al Colosseo il film che ne ha celebrato la fama in tutto il mondo: il Gladiatore. Il regista Ridley Scott ha girato le scene del film nell’anfiteatro romano di El Jem in Tunisia ed in un’ anfiteatro costruito per l’occasione in 19 settimane a Malta. Il grosso è stato ricreato al computer. Oggi il Colosseo è tornato in auge come location di eccezione. Woody Allen ci ha girato qualche scena per il ’Bop Decameron’. È stato inoltre il set di ’Benur’, storia di un immigrato clandestino bielorusso che per guadagnarsi da vivere si ingegna facendosi fotografare dai turisti. Il Colosseo è stato scelto come uno dei luoghi romani in cui è ambientato il Film “La Grande Bellezza”, film diretto da Paolo Sorrentino vincitore del premio Oscar come miglior film in lingua straniera al Festival di Cannes 2013. Il Film ha vinto numerosi altri premi internazionali quali il Golden Globe come miglior film straniero, il BAFTA come miglior film in lingua straniera, quattro European Film Awards, cinque Nastri d’Argento. La bellissima casa del protagonista interpretato da Toni Servillo, si affaccia sul Colosseo più volte ripreso nel film assieme ai Fori Imperiali e al Circo Massimo.
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Il Colosseo nel Medioevo
Il Colosseo è probabilmente il monumento più famoso al mondo. Sorge nel cuore archeologico della città di Roma, all’ imbocco di via dei Fori imperiali. Ogni giorno è meta di numerosi turisti, attratti dal fascino intatto della sua storia e della sua complessa architettura. Nel 2007 viene proclamato come una delle Sette nuove meraviglie del mondo. Eretto nel I secolo d.C. per volere degli imperatori della dinastia flavia, da cui il nome Anfiteatro Flavio, ospitava spettacoli di grande richiamo popolare come cacce a belve feroci, esecuzioni capitali, rievocazioni di battaglie famose, drammi epici e commedie. Gli spettacoli più attesi erano però i combattimenti dei gladiatori. Essi potevano riscattare la propria libertà soltanto combattendo nell’arena. I più forti e vincenti divenivano idoli della folla. L’ingresso era gratuito per tutti i cittadini romani. Tra la fine del IV e il V secolo, dopo il saccheggio dei Visigoti e dei Vandali, colpito da terremoti e incendi, il monumento cominciò a decadere e rimase inutilizzato per anni. Il nome “Colosseo” si diffuse nel Medioevo per la vicinanza del Colosso di Nerone, statua in bronzo dell’imperatore. In quest’epoca divenne cava di materiali edilizi, ricovero per animali e luogo di piccole abitazioni e laboratori artigiani. Nel X secolo fu occupato dalle abitazioni e dalle officine dei calcinatori. La zona venne denominata Calcarium. Gli splendidi marmi e travertini del monumento vennero ridotti in calce. In questo periodo furono praticati anche i famosi buchi per estrarre le grappe metalliche che univano in antico i blocchi. Il Colosseo assume una nuova connotazione sconosciuta all’immaginario antico. Ne è testimonianza la famosa profezia di Beda, insita nella mentalità medievale «Finché esisterà il Colosseo, esisterà Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; ma quando cadrà Roma, anche il Mondo cadrà». A differenza degli altri monumenti di epoca romana l’Anfiteatro Flavio non venne coinvolto nel processo di renovatio cristiana. Non venne cioè trasformato in una chiesa anzi mantenne un’ aspetto paganeggiante tanto che divenne oggetto di numerose leggende e credenze popolari. Fu ritenuto tempio demoniaco e porta di accesso per gli Inferi. Una guida anonima manoscritta conservata nella Biblioteca Nazionale di Firenze in afferma che il Colosseo sarebbe stato un tempio del Sole coperto in bronzo dorato sulla cui superficie erano rappresentate tutte le stelle. Nel XII secolo l’anfiteatro fu inglobato nelle fortificazioni della potente famiglia aristocratica dei Frangipane. La fortificazione occupava il Circo Massimo, il Palatino e tredici arcate del Colosseo della parte rivolta verso il Laterano. Delle strutture medievali oggi non resta alcuna traccia. L’Anfiteatro ha cambiato nei secoli il proprio volto e la propria funzione. Oggi ospita spettacoli, troupe cinematografiche ed esposizioni temporanee legate ai temi attuali del mondo antico e del suo rapporto con la contemporaneità.
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Visite guidate al Foro Romano
Dall’ingresso di via di San Gregorio si accede al Foro romano. La visita guidata permette una bellissima passeggiata nel cuore di Roma antica. Il biglietto dà l’accesso anche all’area archeologica del Palatino e dura due giorni consecutivi. Gli orari di apertura coincidono con quelli del Colosseo e variano molte volte nel corso dell’anno. Il percorso principale di visita si snoda attorno alla via Sacra, la più antica via trionfale dove passavano i generali e gli imperatori vittoriosi. Non è facile orientarsi tra le rovine antiche per questo è consigliabile l’aiuto di una guida esperta. I resti visibili abbracciano un arco di tempo di quasi mille anni e non sono disposti secondo un ordine cronologico. La guida accompagnerà il visitatore nella visita del complesso partendo dal settore settentrionale, cui si accede dalla via dei Fori imperiali, per proseguire in direzione del Campidoglio e infine dirigersi verso il Palatino e l’Arco di Tito. La storia del Foro Romano inizia con la bonifica dell’area, in origine parzialmente occupata da paludi, che venne effettuata tramite la costruzione della Cloaca maxima, il più antico sistema di drenaggio delle acque. In origine il Foro di Roma era un’ area di mercato ma con il crescere della potenza della città le attività commerciali erano state spostate vicino al fiume Tevere. Il Foro diviene così il centro della vita politica della città di Roma. Qui erano concentrati tutti i più importanti edifici pubblici e sacri della Roma Repubblicana. La grande piazza di forma quadrangolare era il simbolo dell’idea romana di Repubblica ed ogni console, generale o imperatore desiderò esservi ricordato. Nel VI secolo a.C. vengono eretti il Comizio, sede delle assemblee del popolo, la Curia, sede del Senato. Alla stessa epoca risale la realizzazione dei più antichi templi della città: il tempio di Saturno, il tempio di Vulcano, il tempio di Marte e il tempio di Vesta. Di fronte la Curia vi è il Lapis Niger, un settore pavimentato in marmo nero identificato con il punto in cui Romolo fu ucciso o sparì in cielo. Nel IV secolo a.C. viene costruita la grande tribuna detta Rostra e il Tabularium, sede dell’archivio di Stato. Intorno al 50 a.C. Cesare fece demolire il Comizio e spostò la Curia per costruire il suo Foro. Augusto vi costruì il tempio di Cesare divinizzato. In epoca imperiale il Foro perde la sua funzione politica a favore dei Fori Imperiali piazze monumentali, tra cui i Fori di Augusto, Vespasiano, Nerva e Traiano. Il Foro Romano diviene il palcoscenico su cui inscenare la divinizzazione dell’imperatore dopo la morte. L’ultimo intervento monumentale fu quello di Massenzio agli inizi del IV secolo d.C. Con la caduta dell’Impero d’Occidente, il Foro fu progressivamente abbandonato e molti secoli dopo lo si vede ricomparire nei dipinti come “campo vaccino”, il mercato delle vacche.
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Foro Romano: Il Tempio di Vesta e la Casa delle Vestali
Là dove la piazza del Foro Romano comincia a salire verso il colle Palatino si erge uno dei più antichi santuari della città di Roma: il tempio di Vesta. La visita guidata al monumento sarà un occasione unica per entrare in un luogo ricco di mistero. Qui era sempre ardente il fuoco pubblico a simboleggiare la vita eterna di Roma. La guida turistica a vostra completa disposizione illustrerà la storia più arcaica della città di Roma ripercorrendone le tappe del suo sviluppo. Il tempio di Vesta risale ad un epoca precedente la costruzione del Foro Romano. La città di Roma era ancora circoscritta sul colle Palatino e formata da un aggregazione di villaggi. A quell’epoca il fuoco si otteneva ancora con lo sfregamento della selce ed essendo un bene di primaria importanza nacque l’esigenza di costruire una struttura pubblica che fosse adibita alla sua protezione. Il fuoco doveva essere perennemente disponibile per le esigenze della comunità romana. Secondo la tradizione, il tempio di Vesta, sarebbe stato costruito sotto il secondo re di Roma, Numa Pompilio. È posto lungo la via Sacra, accanto alla Regia ed alla Casa delle Vestali. Insieme a quest’ultimo edificio, il tempio di Vesta, costituiva un unico complesso religioso detto atrium Vestae. Il tempio, rotondo come le più antiche capanne del Lazio in paglia e vimini, aveva un foro al centro del tetto per far uscire il fumo del fuoco acceso all’interno. Naturalmente andò distrutto più volte a causa di incendi e fu ricostruito fedelmente con diversi materiali come ci testimoniano le fonti antiche, le monete ed i rilievi. Assunse infine l’aspetto attuale grazie al restauro curato da Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo sul finire del II secolo d.C. In questa fase il tempio era costituito da un podio circolare in opera cementizia rivestito da lastre di marmo, del diametro di circa 15 metri, che sosteneva la cella rotonda da cui si accedeva da una scala posta sul lato orientale. La cella rotonda era decorata con semicolonne sporgenti sia all’interno che all’esterno e non ospitava, come di norma, la statua della divinità, che era d’altronde evocata dal fuoco perenne. In un vano sotterraneo inaccessibile ai più erano custoditi gli oggetti che Enea, secondo la leggenda, avrebbe trasportato da Troia, fra i quali il magico Palladio: un piccolo simulacro di Atena-Minerva, pegno e garanzia del dominio universale promesso a Roma. Una statua di Vesta probabilmente era collocata nell’edicola di età adrianea, posta accanto all’ingresso della Casa delle Vestali, sacerdotesse consacrate al culto puro e nobile della dea. Le prime sacerdotesse incaricate di sorvegliare il sacro fuoco erano le figlie del re. Le Vestali divennero poi l’unico sacerdozio femminile a Roma. Venivano “sorteggiate” dal pontefice massimo sei vergini, fra i sei e i dieci anni, di famiglie patrizie e prive di imperfezioni fisiche, che prestavano servizio al tempio per trent’ anni con l’obbligo della castità. Il loro compito era di custodire il fuoco sacro, inoltre erano incaricate della mietitura rituale e della preparazione delle focacce per i sacrifici. Godevano di assoluti privilegi ma se avessero violato il rituale di castità venivano sepolte vive mentre se inavvertitamente avessero fatto spegnere il fuoco sacro venivano fustigate in pubblico. Terminato il ministero, la vestale poteva sposarsi e persino divenire una donna in carriera. Le vestali crescevano in una specie di convento moderno: la Casa delle Vestali. Questa era articolata intorno ad un cortile-giardino circondato da portici su cui davano le stanze, la cucina, la macina, il forno e l’orto rendevano la casa autosufficiente. Il luogo conserva ancora l’atmosfera di raccoglimento che anticamente proteggeva le sacerdotesse dal caos circostante. Della lussuosa casa si visita oggi il cortile con le fontane circondato dalle statue raffiguranti le vestali a capo dell’ordine religioso, alle quali si riferiscono le iscrizioni sulle basi che ne celebrano le virtù.
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Foro Romano: l’Arco di Tito
Nel cuore della città di Roma nel punto in cui dal Foro Romano si sale verso il colle Palatino spicca in tutto il suo candore l’Arco di Tito. La visita guidata a questo arco trionfale caratterizzato da una sola arcata, permetterà di ammirare uno dei capolavori dell’arte romana. È il monumento simbolo dell’epoca della dinastia imperiale dei Flavi. Fu Domiziano, l’ultimo imperatore della dinastia flavia, a farlo erigere in memoria del fratello Tito, morto nell’81 d.C., per celebrarne le imprese e soprattutto il trionfo nella guerra giudaica del 70-71 d.C., durante l’impero del padre Vespasiano. Lo rivela la dedica originale incisa sull’attico rivolto verso il Colosseo. "Senatus / populusque romanus / divo Tito divi Vespasiani f(ilio) / Vespasiano Augusto", ossia "Il Senato e il popolo romano al divino Tito, figlio del divino Vespasiano, Vespasiano Augusto". L’edificio deve la sua parziale conservazione grazie all’inglobamento nelle fortificazioni dei Frangipane. L’unico fornice era divenuto un grande portale ed il fissaggio delle ante lignee ne aveva compromesso le decorazioni. L’aspetto attuale è il frutto del restauro di Valadier, effettuato intorno agli anni venti del XIX secolo, come è ricordato dall’iscrizione dell’arco rivolta verso il Foro Romano. L’architetto integrò le parti mancanti dell’attico e dei piloni sperimentando per la prima volta due criteri che diventeranno principi fondamentali del restauro moderno: la differenziazione dei materiali per favorire un riconoscimento ravvicinato degli elementi originali e la semplificazione delle forme. Il suo candore è frutto di una recente pulitura. L’arco di Tito si discosta dagli archi dell’epoca augustea per la mole più compatta e robusta. Wikipedia lo definisce un arco costruito in opera quadrata di marmo, pentelico fino ai capitelli e lunense nella parte superiore, con uno zoccolo in travertino e un nucleo interno in cementizio. Sulle due facciate il fornice è inquadrato da semicolonne con fusti scanalati e capitelli compositi, che sorreggono una trabeazione con fregio. Le sculture che ornano l’arco costituiscono una delle più belle pagine dell’arte romana. Durante la visita la guida turistica vi illustrerà passo dopo passo i rilievi dei fregi e del fornice. Nelle chiavi di volta sono raffigurate le personificazioni della Dea Roma e del Genio del Popolo Romano. Nel piccolo fregio continuo è rappresentata la processione trionfale. Gli eleganti archivolti presentano Vittorie alate che si librano su un globo con i simboli della gloria. All’interno del fornice, mentre al centro della volta a cassettoni un rilievo mostra l’apoteosi di Tito che ascende al cielo su di un’aquila, due grandi pannelli laterali illustrano il momento culminante del trionfo. Sullo sfondo dei fasci portati dai littori compare la quadriga imperiale con Tito incoronato dalla Vittoria, seguita dalle personificazioni del Popolo Romano, a torso nudo, e del Senato, in toga, mentre la dea Roma guida i cavalli per il morso. Il rilievo di fronte illustra il momento precedente in cui il corteo sta per attraversare la porta Trionfale, da dove aveva inizio la cerimonia del trionfo. I soldati romani, coronati d’alloro, portano le spoglie sacre razziate dal tempio di Gerusalemme e divenute simbolo dell’ebraismo: le trombe d’argento, la mensa aurea con l’arca dell’alleanza ed il celebre candelabro a sette braccia.
Foro Romano: Arco di Settimio Severo
Nel cuore antico della città di Roma presso il lato ovest del Foro Romano, l’antichissima via Sacra corre sotto la maestosa mole dell’Arco di Settimio Severo. Si tratta di un arco trionfale a tre fornici interamente rivestito di marmo, fatto erigere dall’imperatore africano nel 203 d.C. per celebrare la vittoria sui Parti. Sull’attico si trova l’iscrizione di dedica all’imperatore Settimio Severo e al figlio Caracalla. Tra i dedicatarii era anche l’altro figlio Geta, ma il suo nome fu cancellato dopo che venne assassinato per volontà del fratello. L’arco era posto nel Foro Romano a fare da pendant ideale all’arco di Augusto, anch’esso dedicato a una vittoria sui Parti. Insieme all’arco di Tiberio ed il portico di Gaio e Lucio Cesare costituiva uno dei quattro accessi monumentali alla piazza forense storica non percorribile da carri: alcuni gradini sotto i fornici impedivano infatti il passaggio delle ruote. La visita guidata al monumento consente di evocare la lunga storia dei successi militari di Roma, dei suoi imperatori e dell’intero popolo romano. L’arco è alto 21 m., largo 33 m. e profondo 11 m. E’ costruito in travertino e mattoni, e rivestito di marmo. Su ogni facciata vi sono quattro colonne composite, poggianti su alte basi scolpite con Vittorie e figure di barbari. Sulle due facce dell’attico si può ancora leggere l’iscrizione dedicatoria: nella quarta riga la scritta "optimis fortissimisque principibus" ossia "di ottimi e fortissimi principi" sostituisce il testo che riportava il nome "P. Septimio Getae Caesari", figlio dell’imperatore, che venne cancellato dopo il suo assassinio ordinato dal fratello Caracalla. La data della costruzione, come si ricava dall’iscrizione stessa, è il 203 d.C. La decorazione del monumento è molto ricca. Il visitatore potrà ammirare Vittorie alate con trofei, personificazioni delle stagioni e divinità fluviali. Tuttavia la parte più originale è costituita dai quattro pannelli, al di sopra dei fornici minori, in cui sono rappresentati i momenti principali delle due campagne militari contro la popolazione asiatica dei Parti. La rappresentazione è a fasce sovrapposte che si leggono dal basso verso l’alto: nei due pannelli meglio conservati verso il Campidoglio, vediamo in quello di destra l’esercito romano che attacca una città nemica con macchine da guerra, la sottomissione di alcune tribù partiche e, in alto l’imperatore con il suo consiglio di guerra in un accampamento fortificato; nel pannello di sinistra vi è l’attacco alla città di Seleucia sul Tigri e la sua resa. A completare la celebrazione degli imperatori e delle loro glorie militari era una quadriga di bronzo con i due Severi al di sopra dell’arco. L’imperatore Settimio Severo in occasione della visita alla sua città natale, Leptis Magna, per rendere onore alla sua famiglia vi erige nel 203 d.C. un arco trionfale. L’arco è noto anch’esso con il nome di Arco di Settimio Severo e presenta scene di campagne militari, cerimonie religiose e immagine della famiglia dell’imperatore. Molto importanti sono le tavole incise dell’ Arco di Settimio Severo di Roma realizzate nel XVIII secolo da Giovan Battista Piranesi, detto anche Giambattista.
Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca

Foro Romano: Lapis Niger.
La passeggiata archeologica al Foro Romano comprende la visita guidata ad uno dei monumenti più antichi e misteriosi del Foro: il Lapis Niger ovvero la Pietra Nera. È uno dei monumenti più importanti di Roma antica posto a poca distanza dalla Curia Iulia. Il visitatore potrà distinguerlo dal resto perché il sito archeologico presenta una pavimentazione in marmo nero ed è circondato da una balaustra. Ai tempi di Roma antica questo luogo era sacro. Secondo la tradizione era la tomba di Romolo, il mitico fondatore di Roma. Si tratta di un complesso monumentale costituito da un altare a forma di U con accanto un basamento per la collocazione di una statua, oggi scomparsa, e un cippo iscritto. Il tutto era situato all’aperto come mostrano le ossa dei sacrifici e gli ex voto in ceramica ed in bronzo rinvenuti. L’iscrizione in latino arcaico è la più antica che sia mai stata rinvenuta ed è databile al 575-550 a.C. La guida turistica vi spiegherà che la lettura procede in senso inverso, ovvero dall’alto in basso e dal basso in alto, come si muovono i buoi quando arano i campi. Anche se in alcuni punti è mutila, si legge: « QUOI HON [...] / [...] SAKROS ES / ED SORD [...] [...] OKA FHAS / RECEI IO [...] / [...] EVAM / QUOS RE[...] [...]KALATO / REM HAB[...] / [...]TOD IOUXMEN / TA KAPIAD OTAV[...] [...]M ITER PE[...] / [...]M QUOI HA / VELOD NEQV[...] /[...]IOD IOUESTOD LOVQVIOD QO[...] » L’iscrizione è di fondamentale importanza per lo studio dell’evoluzione della lingua latina. Si tratta di una maledizione a chi osasse violare questo luogo. Si può interpretare come una legge sacra a cui anche il re doveva sottostare. Nelle fonti antiche questo luogo è identificato con il punto in cui Romolo fu ucciso o sparì in cielo. Sappiamo che in età repubblicana tutta l’area che sovrasta il Lapis Niger venne sepolta, recintata e coperta con un pavimento di marmo nero da cui appunto il nome Lapis Niger ovvero Pietra Nera. Con tutta probabilità l’antichissimo luogo sacro era dedicato al dio Vulcano al quale ben presto fu associato il culto di Romolo, il primo re di Roma. Il sito venne scoperto durante gli scavi del Comizio dall’ archeologo Giacomo Boni il 10 gennaio 1899. Lo studioso associò il ritrovamento con un passo dello scrittore latino Festo, purtroppo gravemente mutilo, ma nel quale si accenna chiaramente ad una “pietra nera nel Comizio” (niger lapis in Comitio) indicante un luogo funesto collegato con la morte di Romolo. Dionigi di Alicarnasso, scrittore greco dell’epoca dell’imperatore Augusto, menzionava la presenza di una statua di Romolo nel Volcanale, ossia il santuario di Vulcano, accanto ad un’iscrizione "in caratteri greci". In effetti l’iscrizione del Lapis Niger è in caratteri simili a quelli greci, ma non in greco. Vista la vicinanza del Volcanale al Lapis Niger è probabile che si tratti proprio della stessa iscrizione e della stessa statua.
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Foro Romano: il tempio di Saturno, Ara Saturni, Mundus

Giunti nella città di Roma se desiderate immergervi in un luogo carico di fascino e mistero non potete perdere la visita guidata al Foro Romano. La guida turistica vi accompagnerà in un’indimenticabile passeggiata tra le rovine, i templi e i monumenti antichi che caratterizzano questo luogo rendendolo unico al mondo. All’angolo sud-ovest del Foro Romano svettano sull’alto podio le colonne del tempio di Saturno. Il tempio di Saturno è uno dei più antichi monumenti del Foro Romano. Si trova ai piedi del colle Campidoglio a sud-ovest dei Rostra Imperiali. La sua costruzione venne iniziata nel periodo regio e venne inaugurato nel 498 a.C. Si tratta quindi del più antico santuario repubblicano dopo il tempio di Giove Capitolino. L’edificio fu interamente ricostruito a partire dal 42 a.C. a opera di Munazio Planco e restaurato dopo l’incendio di Carino nel 283 d.C. Probabilmente a questo restauro appartiene quanto resta dell’elevato, delle colonne e del frontone principale, in gran parte costruite con materiale di recupero. L’iscrizione, tutt’oggi visibile, ricorda il restauro dopo un incendio: “Senatus populusque romanus incendio consumptum restituit” ossia “Il Senato e il popolo romano ricostruirono poiché distrutto da un incendio”. Come vi farà notare la guida turistica anche grazie al crollo di una parte, l’avancorpo del tempio era interamente vuoto perché sede dell’Erario, il tesoro dello Stato Romano di cui si occupavano i questori. Sulla facciata orientale del podio potrete vedere i fori disposti ordinatamente in modo da formare un pannello rettangolare, sul quale venivano esposti i documenti pubblici. Nel giorno di dedica del tempio, il 17 dicembre, si celebrava con sfrenata libertà la festa di fine anno dei Saturnali. Il tempio di Saturno sostituì l’originario luogo di culto della divinità, un piccolo santuario a cielo aperto di età arcaica: Ara Saturni. Oggi è visibile sotto una tettoia di fronte alla scalinata del tempio. Sappiamo infatti che questo altare, che rimase in funzione fino alla fine dell’Impero, era collocato davanti al tempio di Saturno, in uno spazio delimitato a nord dal Senato ed a ovest dal Tempio della Concordia. Secondo la tradizione l’altare sarebbe stato creato dai Pelasgi in onore della divinità. Il dio stesso avrebbe fondato un abitato sul colle Campidoglio, il più antico conosciuto dalla tradizione romana, che avrebbe assunto in onore del suo fondatore, il nome Saturnia. Vicinissimo all’Ara Saturni vi è un tempietto dedicato a Dite e a Proserpina, nel quale va identificato il Mundus. Il Mundus sarebbe stato la fossa circolare scavata da Romolo al centro della città al momento della fondazione di Roma. In essa i futuri abitanti avrebbero gettato la terra presa dai loro rispettivi luoghi di provenienza e le primizie dei frutti dell’anno. Il Mundus costituisce quindi il centro della città. La base di colonna, che si trova di fronte al tempio di Saturno, è il Miliarium Aureum, la colonna fatta erigere da Augusto per indicare il punto ideale in cui convergevano le strade dell’Impero e su cui forse erano segnate le distanze delle maggiori città.
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Foro Romano: La via Sacra e il Trionfo Romano
Nella memorabile visita guidata nel Foro Romano i turisti attraverseranno la via Sacra. La guida turistica durante il percorso rievocherà la grandezza e i fasti della storia di Roma antica. Nella via sfilavano infatti le processioni religiose e le pompe dei trionfatori fino al Campidoglio. Il trionfo era il massimo onore che veniva conferito al generale o imperatore romano vittorioso con una cerimonia solenne. Il primo ad ottenerlo fu Romolo che dopo aver ucciso il re dei Ceninensi, percorse a piedi la via Sacra nel Foro Romano ed infine salì sul Campidoglio deponendo le spolie nel tempio di Giove. I successivi trionfatori attraversavano la via Sacra su un cocchio tra la folla eccitata e plaudente. Fu Tarquinio Prisco che, per primo celebrò un trionfo su un cocchio dorato a quattro cavalli, vestito con una toga ricamata d’oro ed una tunica con disegni di foglie di palma. Il corteo era formato dalle truppe dei soldati vittoriosi con alla testa il trionfatore che partendo dal campo Marzio, entrava in Roma attraverso la Porta Triumphalis. Al momento culminante del Trionfo, lo schiavo che teneva l’alloro della vittoria sulla testa del generale gli mormorava nell’orecchio: Memento mori! Memento te hominem esse! Respice post te! Hominem te esse memento! Cioè "Ricordati che devi morire! Ricordati che sei un uomo! Guardati attorno! Ricordati che sei solo un uomo!". Se la via Appia era la Regina Viarum delle strade consolari, la via Sacra era la Regina Viarum all’interno dell’Urbe. Era l’asse stradale più importante e più antico del Foro e riconoscerne il percorso è indispensabile per identificare la posizione dei vari edifici pubblici e privati ad essa collegati. Quello che vediamo oggi della via è il risultato di diverse fasi architettoniche succedutesi nell’ antichità, nel medioevo, nel rinascimento, nel barocco e nel neoclassicismo. Nel loro insieme queste fasi le hanno conferito un forte potere suggestivo che lascia il visitatore attonito. La via Sacra che attraversa da est ad ovest il Foro Romano, originariamente era esterna alla città e solo successivamente venne inglobata nel pomerium. Il nome le venne dato dopo che Romolo e Tito Tazio vi ebbero firmato la pace dopo la guerra causata dal ratto delle Sabine. La via mantenne un importante ruolo cerimoniale per l’investitura del potere in tutta la storia di Roma antica. Era la via per le cerimonie sacre e gli atti augurali portati a termine sull’Arx. La strada congiungeva idealmente il colle Campidoglio con il lontano Monte Albano, luogo sacro per le popolazioni latine. In età regia il percorso sacro collegava la dimora dei Re, il Comizio e l’Arx. La pavimentazione attuale è di epoca augustea, rialzata rispetto a quella originale di epoca regia. Tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero le fonti ci informano che l’antico nome della via si era conservato solo nel tratto che collega il Foro all’Arx, la parte superiore che portava alla Velia aveva perso di importanza. La zona solcata dalla via Sacra venne destinata al commercio e ai culti e bonificata con la costruzione della Cloaca Massima da parte di Tarquinio Prisco. L’area venne scelta dai primi Re di Roma per costruire le proprie abitazioni. In epoca imperiale perse la funzione di zona residenziale e ai suoi lati si insediarono strutture commerciali ed edifici monumentali come il tempio della Pace, il tempio di Antonino e Faustina, il tempio di Venere e Roma e il tempio del Divo Romolo. Sulla via si affacciavano anche il tempio di Vesta e il santuario dei Lari e dei Penati, andato perduto.
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Foro Romano: La Basilica di Massenzio
La Basilica di Massenzio o di Costantino è uno dei più grandi edifici della Roma imperiale. La visita guidata a questo monumento vi lascerà attoniti dalla grandiosa mole in mattoni del monumento che domina l’altura della Velia, nella zona nord-orientale del Foro Romano. Il suo ingresso si apre su via dei Fori Imperiali. La guida turistica che accompagnerà la vostra passeggiata vi farà notare ciò che resta del maestoso edificio. Purtroppo ciò che vediamo è la sola navata settentrionale. La Basilica fu iniziata dall’imperatore Massenzio nei primi anni del IV secolo d.C. sul luogo occupato in precedenza dai magazzini di età Flavia denominati Horrea Piperataria, i depositi delle spezie. Dopo la sconfitta dell’imperatore Massenzio a ponte Milvio, fu il vincitore Costantino a terminare la costruzione. La basilica copre un’area di 100x65 m. ed era alta circa 35 m. L’ingresso si trovava ad est. Essa era costituita da tre navate orientate secondo un asse est-ovest: la maggiore quella centrale era in origine sostenuta da otto colonne di marmo. L’unica di queste conservatasi fu trasferita nel 1613 da Papa Paolo V in Piazza di Santa Maria Maggiore, dove tutt’oggi è visibile. Le due navate laterali erano formate da tre ambienti coperti da grandiose volte a botte cassettonate. Nella grande abside che si apre sul lato occidentale dell’edificio era collocata la statua dell’imperatore Costantino scoperta nel 1400. La colossale statua era posizionata in modo da essere visibile da ogni parte della Basilica. Era alta 12 m. del tipo chiamato acròlito, cioè con le sole parti scoperte, testa, braccia e gambe, in marmo ed il resto probabilmente in bronzo dorato: la testa è alta 2,60 m. , ed il piede è lungo 2 m. Oggi è conservata nel Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Sul lato sud della Basilica, oggi non più visibile, l’imperatore Costantino aprì un grandioso ingresso costituito da un portico di quattro grandi colonne di porfido, preceduto da una scalinata, che permetteva di superare il dislivello tra la via Sacra e la Velia. Come le altre basiliche romane, la Basilica di Massenzio veniva usata per l’amministrazione della giustizia e degli affari. Fu sede di alcune delle più importanti istituzioni di Roma tra cui la Prefettura Urbana, che sostituì il consolato dell’età repubblicana e imperiale, e il Secretarium Senatus, la sede per i processi ai membri del Senato. Verso la metà del IX secolo un terremoto fece crollare l’edificio e i materiali, tra cui le lastre di bronzo dorato che ricoprivano il tetto, fatte togliere da papa Onorio I nel 626 per San Pietro, furono asportati e reimpiegati in altre costruzioni.
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Foro Romano: il Tempio di Antonino e Faustina
La visita guidata al Foro Romano vi offre un itinerario fatto di luoghi ed opere che evocano la carica e la forza della Roma antica. La guida turistica vi racconterà la storia di Roma partendo dall’osservazione e dalla descrizione dei monumenti che caratterizzano questo sito archeologico unico al mondo. Si ammireranno dei capolavori assoluti dell’arte romana. Tra questi non può passare inosservato il Tempio di Antonino e Faustina. Collocato a nord della Regia, tra la basilica Emilia e il tempio del Divo Romolo, è facilmente identificabile dalla grande iscrizione sull’architrave: "Divo Antonino et Divae Faustinae ex S(enatus) c(onsulto)". Il tempio venne eretto nel 141 d.C. da Antonino Pio alla moglie Faustina, morta in quell’anno e divinizzata. Alla morte dell’imperatore fu dedicato anche a lui infatti la prima riga dell’iscrizione fu aggiunta in un secondo tempo. Il tempio sorge su un grande podio, preceduto da una scalinata. Al centro di essa vi sono i resti dell’altare in mattoni. Il fatto è insolito in quanto a Roma e in Grecia, l’altare dove si celebravano i riti si trovava all’esterno e non dentro l’edificio sacro. La facciata del tempio è costituita da sei grandi colonne di marmo proveniente dall’Eubea, alte 17 m., con capitelli corinzi di marmo bianco, seguite da altre due per lato. La cella di culto è in opera quadrata di peperino ed in origine era rivestita in marmo. Sui lati maggiori corre un fregio marmoreo con i grifoni affrontati araldicamente a motivi vegetali. L’edificio si è conservato in quanto nel IX secolo venne trasformato nella chiesa di San Lorenzo in Miranda. Si pensava che in quel punto il santo fosse stato condannato a morte. L’appellativo Miranda fu dato perché l’edificio era situato in mezzo alle meraviglie del Foro oppure dal nome della fondatrice di un annesso monastero. Nel 1536, in occasione della visita di Carlo V, la chiesa fu abbattuta per rendere visibile il portico. Nel 1602 fu poi ricostruita. L’edificio nonostante ciò fu sottoposto ad un’opera di spoliazione per il recupero dei marmi. La guida turistica durante la spiegazione vi farà notare le scanalature oblique che solcano la parte alta delle colonne, incise per fissare le corde, tramite le quali si tentò di far crollare l’edificio. Le colonne tuttavia ebbero una resistenza maggiore del previsto.
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Foro Romano: la Basilica Giulia
La Basilica Giulia fiancheggia il lato meridionale della piazza del Foro Romano della città di Roma. Essa occupa tutta l’area compresa tra il Tempio di Saturno ed il Tempio dei Castori. Sorse sul luogo di una basilica di epoca repubblicana denominata Sempronia, dovuta al censore Tiberio Sempronio Gracco, il padre dei celebri tribuni della plebe Tiberio e Gaio. Quest’ultima a sua volta aveva ricoperto la Casa di Scipione l’Africano, il trionfatore su Annibale. Come vi spiegherà la guida turistica nel corso della visita guidata, la Basilica Giulia viene così chiamata perché iniziata da Cesare e terminata da Augusto. Venne iniziata attorno all’anno 54 a.C. contemporaneamente al nuovo Foro di Cesare. Fu completata da Augusto ma bruciò nel grande incendio del 9 d.C. Ricostruita fu dedicata ai due figli adottivi dell’imperatore, Gaio e Lucio, ma conservò sempre il nome originario. Danneggiata dall’incendio di Carino nel 283, fu ricostruita da Diocleziano. La basilica misurava complessivamente 101 x 49 metri. La grande sala centrale era circondata sui quattro lati da una doppia fila di portici su pilastri in laterizio e travertino che formavano cinque navate. La navata che dava sul Foro era alta due piani mentre quella centrale, per garantire l’illuminazione all’aula, era alta tre piani. Come noterete nel corso della visita guidata della Basilica Giulia restano oggi soltanto il podio, i gradini e le basi delle colonne e dei pilastri. I suoi limiti sono segnati dalle due strade principali che, provenendo dal Tevere, conducono al Foro Romano: il "Vicus Iugarius" a ovest ed il "Vicus Tuscus"a est. Il "Vicus Iugarius" corrisponde al tracciato attuale di via della Consolazione mentre il "Vicus Tuscus" corrisponde all’attuale tracciato di via S. Teodoro. In antichità la Basilica Giulia era un edificio grandioso in cui secondo le fonti avevano sede ben quattro tribunali. Tende o tramezzi in legno la dividevano in settori, che potevano essere utilizzati contemporaneamente dai quattro tribunali. In caso di giudizi particolarmente importanti si metteva a disposizione l’intera aula rimuovendo le separazioni provvisorie. Una testimonianza della vita del tempo che il visitatore non si può lasciar sfuggire sono i graffiti su alcuni gradini verso il Foro. La guida turistica spiegherà che si tratta delle cosiddette tabulae lusoriae cioè gli schemi per giocare a dama, filetto, scacchi che gli oziosi tracciavano per passare il tempo. Il Foro Romano non era infatti solamente il luogo degli affari, della politica e della giustizia ma anche un semplice luogo di incontro. Si notano inoltre i graffiti che riproducono probabilmente le statue esposte nei dintorni. Le due basi con iscrizioni vicino al centro della facciata riportano Opus Polycliti e Opus Timarchi. Si tratta delle firme di due famosi scultori greci attivi a Roma, le cui sculture originali vennero trasportate qui probabilmente all’epoca di Settimio Severo,a giudicare dai caratteri delle iscrizioni.
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Guida Turistica Tivoli
La cittadina di Tivoli, a pochi chilometri di distanza da Roma, offre ai suoi visitatori un’esperienza unica. Il fascino di Tivoli è racchiuso nella sua storia millenaria forse più antica di quella di Roma.
L’antica città Tibur era chiamata dal poeta latino Virgilio, Tibur Superbum, nome che tuttora risalta nello stemma cittadino. Posta a 230 m di altezza nella Valle dell’Aniene, divenne, in epoca imperiale, luogo di villeggiatura e vi sorsero templi, santuari e magnifiche ville di imperatori e uomini importanti. In epoca medievale divenne Ducato Bizantino e dominio del Sacro Romano Impero. Nel 1816 passò nello Stato Pontificio. Tivoli è un posto perfetto per passare vacanze indimenticabili alla scoperta di antiche tradizioni. Le nostre guide turistiche saranno a vostra completa disposizione per accompagnarvi attraverso percorsi culturali, naturalistici e gastronomici. Tivoli è un museo a cielo aperto che vanta in tutto il mondo monumenti e bellezze architettoniche di varie epoche. È l’unica città al mondo a possedere due Patrimoni UNESCO: Villa Adriana e Villa d’Este e un Patrimonio preservato dal FAI: Villa Gregoriana. Tappe imperdibili durante le vostre visite guidate. Mozzafiato è la panoramica del centro cittadino che, nelle giornate più limpide, permette di vedere la cupola di San Pietro. Rimarrete incantati dalle viuzze e dalle antiche chiese del centro storico. Da non perdere sono le Terme di Tivoli ottime e ben attrezzate per godersi una vacanza in pieno relax. Inoltre stupendi sono i dintorni di Tivoli con bellissimi paesaggi contraddistinti dagli ulivi secolari. Potrete arricchire la vostra vacanza facendo un’escursione ai paesi della valle dell’Aniene. Imperdibili sono infatti il monastero di Santa Scolastica a Subiaco e il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestina. Per chi ha bambini può visitare il famoso parco giochi Rainbow Magic Land. Tivoli è collegata a Roma da numerose corse degli autobus COTRAL, che percorrono la via Tiburtina, la via Prenestina e l’Autostrada A 24. Si può raggiungere inoltre anche con il treno. Quindi che aspettate prenotate la vostra visita guidata! Le nostre guide turistiche abilitate saranno liete di accogliervi! È possibile effettuare anche itinerari anche su richiesta. Di seguito vi proponiamo gli itinerari più belli della città di Tivoli.

Gli itinerari a Tivoli
• Visite Guidate: Villa D’Este
• Visite Guidate: Villa Gregoriana e la Grande Cascata
• Visite Guidate: Villa Adriana
• Visite Guidate: Il centro storico e le case-torri
• Visite Guidate: I templi della Sibilla, di Portuno e della Tosse
• Visite Guidate: Rocca Pia e l’Anfiteatro del Bleso
• Visite Guidate: Il santuario della Madonna del Quintiliolo
• Visite Guidate: Le chiese
• Visite Guidate: Il santuario di Ercole Vincitore
• Visite Guidate: Gli acquedotti romani

Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca

Il centro storico di Tivoli

La cittadina di Tivoli, a circa 30 km ad est di Roma, è collocata lungo il fiume Aniene, nei pressi della Grande Cascata. La ricchezza delle acque favorì, nelle diverse epoche, l’impianto di grandi complessi architettonici. Tra i più famosi ricordiamo: Villa Adriana di epoca romana, Villa D’Este risalente al 1500 e Villa Gregoriana risalente al 1800. Non meno degno di nota è il Santuario di Ercole Vincitore del II secolo a.C. Ogni giorno turisti provenienti da ogni parte del mondo, accompagnati da valenti guide turistiche, rimangono stupiti e affascinati dalle bellezze monumentali e paesaggistiche di Tivoli. La visita guidata al centro storico della città di Tivoli è un’esperienza assolutamente da non perdere. È un crogiolo di piazze, viuzze e chiese medievali. Tra le piazze più antiche si ricorda Piazza del Comune. La piazza sede del Municipio, sorge sopra le mura dell’antica cinta urbana del V-IV secolo a.C. e utilizza alcune strutture medievali come la torre sul lato sinistro della facciata principale. Nel Palazzo sono contenute opere pittoriche e scultoree, tra cui la pala d’altare raffigurante S. Bernardino, opera di Sano di Pietro (1406-1481), che ha poi dato il nome al Palazzo. Da visitare sono inoltre Piazza Campitelli e Piazza Duomo. Piazza Campitelli probabilmente è la più bella piazza tiburtina. Il nome deriva dalla presenza di una villa romana detta Campus Metelli. Da qui sarebbe derivato il nome Campitelli. Ciò che colpisce il visitatore giunto alla piazza è la chiesa di San Pietro della Carità fondata secondo la leggenda da S. Simplicio. Merita di essere visitata e di scendere nella sua cripta. Le guide turistiche vi narreranno molte vicende passate una volta giunti a piazza Duomo. Qui in epoca romana sorgevano la basilica ed il foro. Rimarrete colpiti dalla Mensa ponderaria, luogo in cui si conservavano i campioni dei pesi e delle misure usati per il commercio romano dell’adiacente foro. Sono ancora visibili due banconi con i vari campioni. Sempre nella piazza è conservato il lavatoio pubblico che i tiburtini chiamavano “La forma”. Il monumento che spicca nella piazza però è il Duomo o basilica di San Lorenzo Martire. Vi consigliamo di non perdere la visita guidata al suo interno che conserva opere di inestimabile valore artistico e numerose reliquie dei santi locali. L’itinerario al centro di Tivoli include molte vie storiche tra cui Via Campitelli, via del Colle, via Maggiore, via del tempio d’Ercole. Via Campitelli è una delle vie più tipiche di Tivoli affiancata da abitazioni tardo medievali. Le guide turistiche vi cattureranno l’attenzione sulla cosiddetta Casa Gotica riconoscibile dalla scala esterna con arcata sottostante e dalle merlature sorrette da mensoline marmoree. Case ancora più antiche sono visibili nella sottostante via del Colle. Lungo la via al numero civico 74 trovate una Porta del morto. Le porte del morto sono strutture tipiche delle abitazioni medievali che potrete ammirare in numerosi altri vicoletti del centro storico di Tivoli. Secondo la tradizione esse erano sempre murate e venivano aperte solo in occasione dell’uscita di una bara. Da non perdere sono il vicolo dei Ferri con le Case torri alte sino a 50 metri e la chiesa di Santo Stefano. La via mantiene ancora l’antico carattere medievale, attraversandola infatti sono visibili numerose case torri e la Chiesa di S. Stefano dell’XI-XII secolo, sconsacrata nel 1872 e trasformata in teatro ed abitazione. All’incrocio tra via della Sibilla e via delle Mole si trova la Torre di Guardia, il punto di avvistamento e di difesa della cittadella medievale a fianco del Ponte di S. Martino, punto di congiungimento con il resto della città. Dal ponte medesimo si può apprezzare un bellissimo panorama del Santuario di Quintiliolo e del quartiere medievale dal quale spicca la torre dell’ex convento di Santa Caterina. Le bellezze di Tivoli non finiscono qui quindi che aspettate a raggiungerci! Vi aspettiamo!
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Le chiese storiche di Tivoli
La città di Tivoli è famosa al mondo per la presenza di Villa Adriana, Villa D’Este, entrambi patrimoni Unesco, e Villa Gregoriana, patrimonio preservato dal Fai. A Tivoli si possono compiere visite guidate nella parte vecchia della città scoprendo piazze e vie storiche, caratterizzate da Case torri e Porte del morto. Si possono compiere percorsi all’interno dei vicoletti alla ricerca delle finestre più belle testimonianze di epoche e stili diversi. Passeggiando nel centro storico buttate l’occhio sui muri dei palazzi nobiliari dove scoverete formelle di travertino o marmo raffiguranti monogrammi di San Bernardino da Siena. Se siete appassionati di storia e archeologia degni di nota sono i numerosi templi romani presenti in diversi punti della città: tempio di Vesta, tempio della Sibilla, tempio della Tosse, Santuario di Ercole Vincitore, Santuario della Bona Dea. Se siete religiosi le nostre guide turistiche possono accompagnarvi lungo un itinerario che tocca le più importanti chiese della città, quali la Cattedrale, San Silvestro, San Pietro alla Carità e Santa Maria Maggiore. L’itinerario parte da Piazza Garibaldi dominata dall’imponente Palazzo del Convitto Nazionale di Tivoli. Si prosegue in direzione di piazza Trento dove sorge la chiesa di Santa Maria Maggiore. La chiesa fu edificata sui ruderi di una villa romana da Papa Simplicio (468-483) che la dedicò alla beata Vergine deponendovi un’immagine che ancora oggi si trova sull’Altare Maggiore. Fu ampliata e radicalmente trasformata nel XII secolo a seguito dell’inclusione dell’abitato all’ interno delle mura cittadine del Barbarossa. Alla sua destra vi è l’entrata per Villa D’Este. Alle spalle della facciata della chiesa prenderemo un vicoletto che porta a via della Missione che porta a piazzetta dell’Annunziata. Qui vi è la chiesa dell’Annunziata costruita sulle rovine della villa di Metello dalla Confraternita dell’Annunziata. Sulla sinistra della chiesa una bellissima scalinata porta a uno dei posti più belli del centro storico della città: piazza Campitelli. Qui rimarrete affascinati dall’imponente struttura della chiesa San Pietro alla Carità. Fu costruita nel XII secolo su un impianto precedente secondo lo stile romanico di tipo basilicale a tre navate, divise da due file di colonne antiche di marmo cipollino. A destra è situato il campanile quadrato con pregevoli cornici sostenute da mensole marmoree e mattoni dentati. Nella navata maggiore è possibile ammirare pavimenti di opera cosmatesca composti da pregiati marmi colorati. Il percorso include anche la visita alla Cattedrale o chiesa di San Lorenzo edificata nel V secolo sopra il foro romano. Fu ricostruita nel 1635 in stile barocco dal Cardinale Giulio Roma. La facciata presenta un portico a tre fornici. La pianta è a navata unica con cappelle laterali, in una delle quali è contenuto il gruppo duecentesco della Deposizione, capolavoro ligneo di rara bellezza, recentemente restaurato, significativa testimonianza della scultura medievale. All’ interno della chiesa potrete ammirare anche il Trittico del Salvatore, pregevole pittura su tavola del XII secolo, opera attribuita ai monaci benedettini di Farfa. Sul lato sinistro della facciata si erge l’ originario campanile di stile romanico.
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Villa Gregoriana

Benvenuti a Tivoli! Una tappa fondamentale durante il vostro soggiorno nella cittadina di Tivoli è la visita guidata alla splendida villa Gregoriana. Rimarrete affascinati da questo luogo, memoria di lontani miti ed eroi locali. Dopo un periodo di chiusura, a partire dal 12 maggio del 2005 la villa è stata aperta al pubblico e rinominata dal FAI, Parco Villa Gregoriana. La splendida villa occupa l’impervia valle tra la riva destra del fiume Aniene e l’antica acropoli di Tivoli. Il sito è noto soprattutto per ospitare la Grande Cascata, e si può considerare un particolarissimo esempio di giardino romantico. Nel 1832 dopo una rovinosa piena del fiume Aniene si decide di deviare il corso del fiume. Viene approvato il progetto di Clemente Folchi che ha l’idea di traforare il Monte Catillo realizzando dei cunicoli che deviano il corso dell’Aniene creando una spettacolare cascata, alta circa 120 metri. Il 9 giugno 1832 Gregorio XVI firma l’ordine di esecuzione dei lavori, da qui il nome Villa Gregoriana. Si decide inoltre di utilizzare il vecchio letto del fiume e le scoscese pareti per realizzare una spettacolare passeggiata. L’inaugurazione ufficiale avviene il 7 ottobre 1835. Oggi il Parco di Villa Gregoriana è caratterizzato da grotte, anfratti, formazioni calcaree e resti archeologici in perfetta sincronia tra loro. Le nostre guide turistiche sono a vostra completa disposizione per accompagnarvi nella passeggiata immersa nella natura. Cullati dallo scorrere delle acque della cascata e dal cinguettio degli uccellini vi sembrerà di vivere un posto fatato. Percorrendo i molteplici sentieri del Parco al cospetto dei templi romani di Sibilla e Tiburno, si ritrova il sapore delle esplorazioni condotte dai nostri predecessori che giunsero qui richiamati da tanta bellezza. Numerose rappresentazioni pittoriche della rupe dell’acropoli con i templi e il salto del fiume Aniene testimoniano la fama della villa. Nel Settecento e Ottocento il luogo divenne meta privilegiata di tanti viaggiatori del Grand Tour. Fra i numerosissimi visitatori si ricordano Chateaubriand, Madame de Stael e Wolfgang Goethe. La visita guidata include l’intera Valle dell’Inferno. L’ itinerario di visita parte dal ponte Gregoriano, si discende lungo la valle, arrivando con una piccola deviazione alla terrazza di fianco alla Grande cascata. Successivamente si scende nell’ombra della fitta vegetazione, incontrando lungo il sentiero la grotta di Nettuno e la grotta delle Sirene. Arrivati in fondo si risale dal lato opposto del letto antico dell’Aniene fino all’acropoli, sulla cui spianata sono collocati i templi di Sibilla e di Tiburno. Il parco è dotato di bar, bookshop, panchine, fonti d’acqua e servizi igienici per permettervi di godere la vostra giornata in completo relax. Quindi che aspettate prenotate la vostra visita guidata a Villa Gregoriana!
Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca

Villa D’Este
La villa D’Este a Tivoli è un capolavoro del Rinascimento italiano. È famosissima in tutto il mondo per i numerosissimi giochi d’acqua delle fontane che introducono il visitatore in una reggia d’altri tempi. Gli orari di apertura vanno dalle 830 del mattino ad un’ora prima del tramonto. Dal 2001 la villa figura nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Nel 2013 è stato il dodicesimo sito statale italiano più visitato. È una tappa imperdibile che vi lascerà senza fiato! È raggiungibile da Roma comodamente in macchina oppure in autobus o in treno. Villa d’Este è situata nel centro storico di Tivoli. L’ingresso principale è situato a Piazza Trento, nelle vicinanze di Piazza Garibaldi. È consigliato vivamente il supporto delle nostre valenti guide turistiche che vi accompagneranno tra le numerose fontane e i panorami spettacolari. La villa viene fatta erigere nella cosiddetta Valle Gaudente dal Cardinale Ippolito II d’Este, dal quale prende appunto il nome, nel 1550. Ippolito d’Este era il figlio della famosa Lucrezia Borgia e di Alfonso d’Este, egli viene nominato Governatore di Tivoli da Papa Giulio III. Il cardinale d’Este abituato al lusso e alla ricchezza, deluso per la mancata elezione al soglio pontificio, volle far rivivere a Tivoli i fasti delle corti europee e l’antico splendore della vicina Villa Adriana. Nella magnifica dimora si davano sontuosi ricevimenti per stringere e rinsaldare amicizie importanti. Il luogo comprendeva una piccola vallata caratterizzata da vigne e oliveti e da stradine campestri. La costruzione della villa fu affidata al famoso architetto Pirro Ligorio e durò circa venti anni. L’architetto scavò sotto la città di Tivoli un canale lungo 600 m che dal fiume Aniene portava una mole incredibile d’acqua fino alla villa, egli usando il principio dei vasi comunicanti realizzò tutti i giochi d’acqua tuttora visibili. La Villa viene ancora oggi rifornita attraverso questo canale portando alle fontane, ogni secondo, circa 300 litri di acqua. Alla morte del cardinale Ippolito la villa passò di proprietà ai cardinali di Casa d’Este, che la arricchirono di nuove opere d’arte. Particolarmente significativo fu l’intervento di Gian Lorenzo Bernini. Dopo un periodo di abbandono la villa passò allo Stato Italiano. Oggi si può ammirare il lussureggiante giardino caratterizzato da serie di terrazze e pendii degradanti, di collegamento alle numerose fontane. La visita guidata comprende:
• Il Palazzo del Cardinale Ippolito d’Este
• La Fontana di Pegaso
• La Fontana dell’Organo
• La Fontana di Nettuno
• La rotonda dei cipressi
• La fontana della Dea Natura
• La fontana delle Mete
• La fontana di Arianna
• Le peschiere
• La fontana dei Draghi
• La cordonata dei Bollori
• La fontana della Civetta
• La fontana di Proserpina
• La fontana di Rometta
• Il viale delle cento Fontane
• La fontana dell’Ovato
• La fontana del bicchierone
• La grotta di Diana.

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Il Santuario di Ercole Vincitore
Se siete a Tivoli non potete rinunciare alla visita guidata al Santuario di Ercole Vincitore. Si tratta di uno dei più grandi santuari repubblicani laziali, posto alla periferia della città. In epoca romana infatti la cittadina Tibur veniva identificata con il culto del dio guerriero Ercole. L’Ercole tiburtino, protettore dei commerci e delle greggi, è uno dei più importanti culti del mondo antico ed è originario di Tivoli. Da qui nel II secolo a.C. venne importato a Roma localizzandosi principalmente nel Foro Boario. Il Santuario di Ercole Vincitore è uno dei maggiori complessi sacri dell’architettura romana, nelle sue vicinanze potrete ammirare i resti di un’altra importante costruzione romana di forma ottagonale, il cosiddetto Tempio della Tosse. Il Santuario venne edificato nel II secolo a.C. in una posizione strategica, elevato sull’antica via Tiburtina, che ripercorreva un preesistente sentiero di transumanza delle greggi diretto verso il Sannio. Il luogo era quindi perfetto per essere dedicato ad Ercole, venerato come protettore dei commerci e della transumanza, che avvenivano lungo questa strada. Il santuario pertanto rappresentava uno snodo economico cruciale per tutte le popolazioni dell’Italia centro-meridionale. Il culto di Ercole a Tivoli è senza dubbio più antico della fase riferibile al santuario. Probabilmente il primo luogo di culto era un bosco circondato da un semplice recinto sacro. Nel II secolo a.C., grazie alle fortune dei commercianti tiburtini specialmente nel famoso mercato di Delo, si realizzò il grandioso santuario. Il santuario, a pianta rettangolare di dimensioni 188 m x 140 m, originariamente occupava un’area di 3000 m2. È caratterizzato da tre parti principali: il teatro, che sfrutta il naturale digradare del terreno arrivando ad ospitare sino a 3600 persone, una grande piazza con portici ed il tempio vero e proprio. Una serie di terrazzamenti, portici e colonnati creavano una grandiosa scenografia intorno al luogo di culto, secondo i gusti del II e I secolo a.C. Il santuario era strutturato su due livelli, quello inferiore dove passava la via Tiburtina, era legato al commercio, mentre quello superiore, l’area sacra, era il luogo dove si radunavano i fedeli, venuti a venerare Ercole. La struttura del tempio, con il teatro adagiato sulla collina dominato dal luogo sacro vero e proprio, ha molte affinità con la vicina e coeva area sacra del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina in ottimo stato di conservazione. Le nostre guide turistiche se lo desiderate potranno accompagnarvi anche in quest’ultima splendida area archeologica. Il tempio di Ercole ospitava un collegio di musici tra i più importanti d’Italia. Le danze e i canti del culto si celebravano nel mese di agosto. Il santuario di Ercole ancora oggi offre una meravigliosa scenografia naturale della campagna romana che durante il tramonto può lasciare senza fiato. All’interno del santuario di Tivoli furono rinvenuti nel 1925 la famosa statua del “Generale di Tivoli” ed il ritratto di Alessandro Magno assimilato ad Ercole, oggi esposti nel Museo Nazionale Romano.
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I templi romani di Tivoli

La cittadina di Tivoli offre itinerari di rara bellezza attraverso la magnificente storia dell’Impero Romano. Oltre a Villa Adriana, la famosissima villa dell’imperatore Adriano, vi consigliamo le visite guidate ai templi romani dislocati in vari punti della città. Uno dei monumenti più noti dell’antica Tibur, ritratto da pittori italiani e stranieri già dal Settecento, è il Tempio di Vesta. Il tempio, divenuto ben presto il simbolo della città di Tivoli, è situato su un ripido sperone roccioso, sulla sommità dell’acropoli antica, non distante dal tempio della Sibilla. I due templi sono pienamente visibili da Ponte Gregoriano e raggiungibili da Piazza del Tempio di Vesta. Essi dominano la valle sottostante, oggi sede della spettacolare Villa Gregoriana. Il tempio di Vesta venne eretto durante gli ultimi anni della Repubblica Romana e presenta una pianta rotonda con cella centrale. Quest’ultima ha una porta, due finestre e un ambulacro anulare con soffitto cassettonato. L’edificio era costituito da 18 colonne corinzie di cui attualmente ne rimangono solo 10. Il nome del suo realizzatore è inciso sull’architrave: LUCIO GELLIO. Probabilmente il tempio era dedicato a Tiburno, il mitico fondatore della città di Tivoli e il cui bosco sacro era localizzato nei pressi delle cascate di villa Gregoriana. Secondo altri invece il tempio sarebbe stato innalzato per il dio protettore della città, Ercole, oppure per la protettrice del fuoco sacro, Vesta. Il culto di Vesta, affidato alle sacerdotesse Vestali, era molto importante a Tivoli. Proprio nella città infatti viveva la famosissima vestale Cossina, sepolta poco oltre l’acropoli, sulle rive dell’Aniene. Accanto al tempio di Vesta durante la vostra visita guidata potrete ammirare i resti del tempio della Sibilla. Il tempio di pianta rettangolare, databile alla metà circa del II secolo a.C., è edificato su una sostruzione artificiale che ampliava il piano dell’acropoli con un effetto altamente scenografico che ancora oggi stupisce. Non sappiamo con esattezza a quale divinità fosse dedicato, se a Tiburno, Ercole, Vesta o la Sibilla. Quest’ultima è l’ipotesi più accreditata. La Sibilla Tiburtina è ricordata come una delle sibille più famose. La Sibilla Tiburtina era dotata di poteri profetici ed venerata come una dea a Tivoli. Il suo simbolo era una libro. Si narra infatti che sulle rive del fiume Aniene fu trovata la statua raffigurante la Sibilla Tiburtina con un libro. I libri sibillini erano delle raccolte oracolari sui destini di Roma in lingua greca. Nel Medioevo il tempio di Vesta e della Sibilla vennero trasformati nella chiesa di Santa Maria Rotonda con funzioni di diaconia. Le nostre guide turistiche durante la giornata vi accompagneranno in un altro misterioso tempio nei pressi del fiume Aniene, isolato tra i vigneti e gli uliveti della campagna tiburtina, il cosiddetto Tempio della Tosse. Non si sa con precisione quale funzione rivestisse e in che epoca venne costruito. Il tempio ha una struttura ottagonale ed è legato alla gens Tuscia venerata in questi luoghi come una divinità. La vostra passeggiata si concluderà con la visita guidata al vicino Santuario di Ercole Vincitore, il più grande e famoso santuario romano di epoca repubblicana che si sia mai conservato.
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Anfiteatro romano di Bleso e le Scuderie Estensi

Nel cuore di Tivoli, ai piedi dell’imponente fortezza di Rocca Pia nel 1948 fu riportato alla luce un antichissimo anfiteatro romano, l’anfiteatro di Bleso. La struttura del monumento era stata livellata dalla Rocca per eliminare ogni possibile riparo ad eventuali nemici. Prima della scoperta l’anfiteatro era menzionato da due epigrafi di epoca romana. La prima ci parla di un certo M. Tullius Blesus che contribuì nel II secolo d.C. all’inaugurazione dell’anfiteatro con 200000 sesterzi e 200 giornate di lavoro, la seconda epigrafe menziona M. Lurius Lucretianus che il 24 luglio 184 d.C. avrebbe finanziato una venatio, cioè un combattimento tra uomini e fiere simulando una caccia, e un spettacolo gladiatorio di 20 coppie di gladiatori. L’anfiteatro di Tivoli è menzionato inoltre dai registri di epoca medievale di Subiaco e Farfa. Il monumento è di forma ovale con l’asse maggiore di 90 metri e l’asse minore di 50 metri. Le strutture d’alzato sono conservate fino ad un’altezza massima di 3 metri. La cinta esterna è decorata da semicolonne, in corrispondenza dei muri che sostenevano le gradinate. L’arena misura 61x41 metri ed è circondata da un ambulacro continuo largo circa 2 metri. Nulla rimane delle gradinate. Interessante è la presenza nel settore nord orientale di una strada basolata preesistente che fu inglobata nella costruzione. Le murature, sono in opera mista di reticolato di tufo e liste di mattoni, tecnica costruttiva questa che ben si colloca cronologicamente al II d.C. L’anfiteatro fu rimaneggiato in età medioevale, come dimostrano alcune murature nella zona nord orientale e le tamponature di diversi fornici. Sembra che abbia seguito la stessa sorte di tanti anfiteatri e che sia stato trasformato in fortilizio. Il terreno dell’anfiteatro fu trasformato in un parco adibito alla caccia dal cardinale Ippolito d’Este, famoso per la costruzione della famosissima Villa d’Este, non molto distante dall’ anfiteatro. Nel 1600 il parco fu trasformato dal cardinale Cesi in giardino-orto e bosco. Nelle vicinanze si trovano le Scuderie Estensi chiamate in gergo locale lo Stallone. Vi si accede da Piazza Garibaldi, la piazza più famosa della città di Tivoli. L’edificio fu costruito dal cardinale Alessandro D’Este nel 1621 per istallarvi le scuderie estensi, essendo l’edificio molto vicino a villa d’Este. Potevano ospitare più di 100 cavalli. Le Scuderie erano quindi situate in una posizione centralissima: vicinissime a Rocca Pia, a Villa D’Este e a Porta Santa Croce attraverso cui il nuovo vescovo o governatore facevano il loro ingresso ufficiate a Tivoli. Oggi l’edificio ospita convegni, mostre, concerti e servizi turistici.
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Rocca Pia
Nel cuore della città di Tivoli svetta l’imponente struttura della Rocca Pia. Si tratta di una maestosa fortezza del XV secolo, gioiello artistico e vanto per gli abitanti di Tivoli. La visione d’insieme del complesso monumentale di Rocca Pia rende a colpo d’occhio la magnificenza dell’architettura. La rocca sorge sul luogo dove era situato il castello di Callisto di Borgia. Fu fatta edificare nel 1461 da Papa Pio II, dal quale prende il nome, per assicurarsi la fedeltà della città di Tivoli. I lavori furono affidati agli architetti fiorentini Varrone e Niccolò, allievi di Filarete, e si conclusero in un anno. Le spese di costruzione ammontarono a circa ventimila scudi. La Rocca metteva fine ad un periodo caratterizzato da forti conflittualità per la città di Tivoli. Dopo i contrasti tra partito guelfo e partito ghibellino e le lotte tra i discendenti della casa Colonna e della casa Orsini, la città di Tivoli si trovò costretta a soffocare le sue secolari aspirazioni d’indipendenza comunale e ad assoggettarsi al potere papale. Sul portale d’ingresso alla rocca è ancora conservata l’iscrizione: “Grata bonis, invisa malis, inimica superbis sum tibi Tibure: enim sic Pius instituit” ovvero “Eccomi, sono qui per te, oh Tivoli, benvista dai buoni, malvista dai malvagi, nemica ai superbi: poiché così volle Pio”. Rocca Pia è situata alla sommità di una collinetta, sfruttando la posizione favorevole a fini difensivi. L’edificio realizzato in tufo presenta una struttura quadrangolare con quattro torrioni di forma circolare uniti da alti muraglioni, che delimitano lo spazio di un cortile interno. Il torrione maggiore, che dava verso l’esterno della città è alto 36,50 m e contiene sei stanze sovrapposte; il secondo, alto 25,50 m, ne contiene 5, mentre i due minori, collocati verso la città, ma aperti sul cortile, sono alti 18 m e contengono solo 3 stanze sovrapposte ciascuno. Le due torri più piccole furono ultimate da Sisto IV o, più verosimilmente, da Alessandro VI. L’ingresso al Castello è sul lato nord e doveva essere tramite un ponte levatoio. La Rocca Pia in costruzione viene rappresentata da Andrea Mantegna negli affreschi della Camera degli Sposi del Castello di San Giorgio di Mantova. Nel Settecento venne usata come caserma dopo essere stata occupata dai francesi e dagli austriaci. Dopo il 1870 la Rocca Pia fu trasformata in carcere con l’aggiunta di un edificio all’interno del cortile. È rimasta una prigione fino al 1960. La Rocca nonostante i restauri non ha ancora una precisa destinazione d’uso. Essa conserva ancora intatta la sua imponente monumentalità. Nei pressi di Rocca Pia si trovano i ruderi di un anfiteatro romano riportato alla luce nel 1948, l’anfiteatro di Bleso. Guide turistiche competenti saranno liete di accompagnarvi in visita all’area archeologica dominata dalle imponenti mura della Rocca. Da non perdere!
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Gli acquedotti romani a Tivoli
I “Giganti dell’acqua” così sono chiamati gli acquedotti romani che ancora oggi possiamo ammirare nel territorio della città di Tivoli. Ettore Roesler Franz, uno dei più grandi rappresentanti di pittura realistica di fine Ottocento, raffigurò in molte delle sue opere gli acquedotti nei dintorni della città di Tivoli. Questi monumenti furono una delle mete preferite del pittore che nei suoi quadri sembra invitare l’osservatore a ripercorrere quegli antichi e poco noti percorsi. Le nostre guide turistiche organizzano suggestive visite guidate immerse nella natura tiburtina, alla scoperta dei ponti e delle arcate che caratterizzano gli antichi acquedotti romani. La campagna tiburtina è caratterizzata da una forte presenza di bellezze naturalistiche e archeologiche scampate all’urbanizzazione che ha invaso gran parte dell’area periferica dei dintorni di Roma. L’isolamento ha permesso la conservazione di molte tracce del passato ed un integrazione dei modi d’uso che si sono succeduti nel tempo. Come è il caso degli acquedotti romani. Durante il nostro itinerario potrete ammirare i resti di quattro acquedotti che passavano assai ravvicinati sulla strada Empolitana, prima di entrare a Tivoli. Essi sono l’Anio Vetus risalente al 272 a.C., l’Aqua Marcia risalente al 44 a.C., l’ Aqua Claudia e l’Anio Novus costruiti dall’imperatore Claudio tra il 41 e il 54 d.C. Tutti e quattro superavano il fosso dell’Empiglione mediante dei ponti. La presenza degli acquedotti favorì la costruzione di imponenti ville di importanti personaggi romani. Il nome della località che andremo a visitare Arci deriva proprio dalla presenza degli acquedotti. Nei pressi del ponte degli Arci potrete vedere i resti dell’Anio Novus che attraversa il fosso dell’Empiglione grazie ad una serie di archi assai imponenti, di cui rimangono i due piloni maestosi che caratterizzano l’ingresso territoriale della città di Tivoli per chi viene da Castel Madama. Durante il Medioevo si impiantò su di esso la torre medievale a testimonianza dei tempi mutati: l’acquedotto romano fu utilizzato per scopi difensivi. Dietro di essa potrete vedere i resti del ponte dell’Aqua Marcia di dimensioni più modeste. Prima di attraversare il ponte degli Arci ci imbatteremo in una viuzza sulla destra, denominata strada dei ruderi romani, dove sarà possibile ammirare un altro tratto dell’Anio Novus.
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Guida turistica Palestrina
Benvenuti a Palestrina! Le nostre guide turistiche saranno a vostra completa disposizione per accompagnarvi attraverso percorsi originali ed interessanti. Palestrina è un comune del Lazio lungo l’antica via Prenestina, a pochi chilometri dalla città di Roma. L’antico nome della città era Praeneste. La città latina era famosissima nell’antichità per il Santuario della Fortuna Primigenia, santuario oracolare dedicato alla dea Fortuna Primigenia. Il complesso monumentale è uno dei capolavori dell’architettura romana di epoca repubblicana abbellito dalla scenografica disposizione a terrazze. Praeneste fu insieme a Tibur, odierna Tivoli, uno dei luoghi preferiti dell’imperatore Augusto. Collegato al santuario troviamo il foro civile di Preneste, l’antico centro della città romana. Qui si possono ammirare una serie di edifici di epoche diverse affacciati sull’attuale piazza Regina Margherita e sotto la cattedrale di Sant’Agapito martire. Giunti al centro storico di Palestrina troviamo l’ex Seminario vescovile, l’Area Sacra, l’Antro delle Sorti, l’Erario romano, Porta del Sole e Porta S. Martino. Nel XIII Palestrina divenne oggetto di contese tra la Santa Sede ed i Colonna; quest’ultimi, vennero scomunicati da papa Bonifacio VIII che li privò delle loro terre e fece distruggere la cittadina. Nel 1447 i Colonna riuscirono a ristabilire rapporti meno turbolenti con la Chiesa, ottenendo il possesso di Palestrina che venne ricostruita. La città, nel 1572, divenne un principato e, nel 1630, venne ceduta ai Barberini. Imponente è il Palazzo Barberini, che ospita il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina dove sono conservati tra importantissime opere d’arte tra cui il Mosaico del Nilo ed il gruppo scultoreo della Triade Capitolina. Nel XVI secolo la città diede i natali al Principe della musica, il compositore Giovanni Pierluigi da Palestrina. Le nostre guide turistiche potranno accompagnarvi nella Casa natale dell’artista, sede della rispettiva Fondazione con una vastissima raccolta di musica sacra. È possibile visitare anche il Museo della Resistenza e degli 11 Martiri dedicato alle vittime civili della guerra, cadute nel territorio di Palestrina. Angoli di suggestiva bellezza sono il convento di S. Francesco, le scalinate del Borgo, l’antica Via Prenestina e la Fonte Ceciliana. Dopo tanta cultura potrete rilassarvi nella Valle della Cannuccetta sede di sorgente naturali contornate da monumenti romani e rinascimentali. La visita guidata ai resti archeologici, le chiese, i musei e la bellezza dell’ambiente circostante renderanno la vostra giornata indimenticabile. Non manca la buona cucina, di cui "i gnocchetti a "co’ de soreca" pasta acqua e farina tirata a mano e il Giglietto un dolce a forma di giglio costituiscono le specialità d’eccellenza. È impossibile descrivere in poche righe la bellezza di questa cittadina quindi che aspettate prenotate la vostra visita guidata! Di seguito vi proponiamo gli itinerari più belli della città di Preneste.
Gli itinerari a Palestrina
• Visite Guidate: Il santuario della Fortuna Primigenia
• Visite Guidate: Il foro civico di Praeneste
• Visite Guidate: Il centro storico comprendente l’Area Sacra, l’ Antro delle Sorti, l’Erario romano, Piazza Regina Margherita, Porta del Sole e Porta S. Martino.
• Visite Guidate: Giardini del Principe, Via del Sole e Propileo
• Visite Guidate: Area abitativa della città bassa con edifici pubblici e privati del II sec. a.C.
• Visite Guidate: Museo Archeologico Nazionale di Palestrina nel Palazzo Barberini.
• Visite Guidate: Cattedrale di S. Agapito Martire.
• Visite Guidate: Chiesa di S. Rosalia.
• Visite Guidate: Museo Diocesano di Arte Sacra
• Visite Guidate: Museo della Resistenza
• Visite Guidate: Casa natale di Giovanni Pierluigi da Palestrina
• Visite Guidate: valle delle Cannucceta
• Visite Guidate: convento di S. Francesco
• Visite Guidate: le scalinate del Borgo
• Visite Guidate: l’antica Via Prenestina e la Fonte Ceciliana.
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L’antica Preneste
Preneste, che oggi si chiama Palestrina, a 40 chilometri da Roma, era una città latina situata alle pendici dei Monti Prenestini, dinanzi ad una pianura, principale via di scorrimento fra l’Etruria e la Campania. Le sue origini sono probabilmente più antiche di quelle della capitale dell’Impero Romano. Tracce di vita sul monte risalgono a 5000 anni fa. Nel XV secolo a.C. Preneste è occupata dai Siculi, i quali consacrano un Tempio alla Dea della Fecondità. Nel VII secolo, era una città certamente più ricca di Roma. Interessantissimo è il ritrovamento presso Palestrina della Fibula Prenestina, una spilla in oro della metà del VII secolo a.C. che, oltre che essere meravigliosamente eccellente nelle sue fattezze realizzative, reca su di essa un’iscrizione in latino arcaico, considerata il più antico documento scritto in lingua latina. L’incisione riportata sulla spilla dice “ MANIOS MED FHE FHAKED NUMASIOI” altrimenti in latino classico “ MANIUS ME FECIT NUMERIO” ovvero “MANIO MI FECE PER NUMERIO”. Attualmente, la fibula è conservata al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma. Nei pressi di Palestrina furono scoperte nel secolo scorso varie tombe etrusche, tra queste spiccano due tombe principesche: la tomba Bernardini e la tomba Barberini. Entrambe presentavano una ricchezza straordinaria di oggetti che erano stati sepolti insieme ai defunti. I loro corredi ci danno un’ idea chiarissima sulla cultura artistica di cui usufruivano le famiglie dominanti del tempo. In queste tombe si trovarono coppe d’argento fabbricate a Cipro o in Siria, tazze rotonde in argento ricoperte da sottili sfoglie d’oro decorate con scene di caccia e rurali. Inoltre calderoni di bronzo ornati da teste di grifo, tripodi con figure umane, fermagli d’oro, pezzi d’oreficeria ed oggetti in avorio. Ben presto Roma divenne abbastanza forte e importante da stringere con Preneste un’alleanza a parità di condizioni. A Preneste si adorava la dea Fortuna alla quale venne dedicato uno straordinario santuario frequentato da un continuo flusso di pellegrini di diversa etnia, il cosiddetto Santuario della Fortuna Primigenia. Ai piedi del complesso sacro si trovava il Foro Civile, il centro della città dove avvenivamo scambi commerciali ed affari politici. La città ben presto si ribellò a Roma e per molti anni combattè contro Romani ottenendo la cittadinanza solamente nel 90 a.C. La città venne rasa al suolo da Silla. Egli ne fece una grande colonia militare ed in epoca imperiale divenne il luogo dove i nobili romani costruirono le loro residenze e ville. Importantissima è la via Prenestina che univa con un percorso di 23 miglia la città di Roma ( da porta Esquilina detta poi arco di Gallieno) con l’antica Preneste. Di questa antica strada se ne conservano molte vestigia, tratti di selciato e resti di importanti monumenti, che consentono di seguirne quasi totalmente il percorso.
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Il santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina
Palestrina era famosa in tutto il mondo antico per ospitare il santuario della Fortuna Primigenia. In epoca romana era uno dei fondamentali luoghi di culto dell’antico Lazio. Il santuario era meta di pellegrinaggio, di offerta, di scambio per pellegrini provenienti da terre lontane attratti dalla sua fama. Qui si venerava la Fortuna Primigenia ovvero "prima-nata" dei figli di Giove. Dell’immagine di culto si conserva solo la testa. Il culto era associato all’oracolo che avveniva mediante l’estrazione delle sorti. I fedeli chiedevano responsi per le loro necessità alla divinità. Il responso, inciso su tavolette, veniva estratto da un bambino. Costui simboleggiava Giove Bambino molto venerato dalle madri di Praeneste. Il santuario della Fortuna è una monumentale costruzione architettonica realizzata verso la fine del II sec. a.C. Si ispira alle grandi costruzione ellenistiche a terrazze, come il santuario di Atena Lindia a Rodi. La realizzazione del complesso è da attribuire alla volontà di alcuni mercanti prenestini che, impegnati in commerci con le terre orientali di influenza romana, consentirono un grande afflusso di capitali e un’abbondante disponibilità economica e di manodopera. Occupa una posizione dominante sul Foro romano e sulla città di Palestrina. Il santuario si articola su sei terrazze artificiali, edificate sulle pendici del monte Ginestro, collegate tra loro da rampe e scalinate di accesso. Le terrazze sottolineano il simbolico percorso ascensionale del devoto verso la divinità. Le prime due terrazze erano accessibili dal foro cittadino per mezzo di una serie di scalinate laterali, ed erano delimitate da due giganteschi muri in opera poligonale. Sulla terza terrazza è situata una gigantesca rampa doppia ovvero un portico colonnato che dava accesso alla quarta terrazza detta “terrazza degli emicicli”. La quinta terrazza è detta dei Fornici a colonne perché caratterizzata da una serie di ambienti inquadrati da semicolonne. La terrazza degli emicicli e la terrazza dei Fornici a colonne costituivano il santuario inferiore. Segue l’ultima terrazza detta della Cortina che costituiva invece il santuario superiore. Le terrazze culminavano in una cavea di forma teatrale, coronata da un portico e da un tempietto circolare. Il centro ideologico dell’intero santuario era la statua di culto collocata nel tempietto. Sopra il portico di fondo e la cavea teatrale dell’ultima terrazza sorse nel XII secolo ad opera dei Colonna, il palazzo Colonna Barberini, ricostruito da Taddeo Barberini nel 1640 e dal 1956 sede del Museo archeologico prenestino. Non potete perdere la visita guidata al santuario della Fortuna Primigenia. L’area archeologica è composta da due parti. Le guide turistiche vi accompagneranno prima nella parte inferiore per mostrarvi il Foro romano, la Basilica, il Solarium, l’Erario, il Tempio vero e proprio, la Grotta dove venivano custoditi i responsi dell’oracolo in un cofanetto d’ulivo, e nel passaggio segreto che univa il Tempio con la Grotta e la Sala Absidata. Poi giungerete nella parte superiore e quindi nel colonnato semicircolare del Palazzo baronale dei Barberini. Al di là dell’indiscusso livello artistico espresso, il Santuario si distingue inoltre per il forte effetto scenografico che esercita sui visitatori e per il suo spettacolare inserimento nel contesto paesaggistico.
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I santuari del Lazio di epoca repubblicana
Il santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina fa parte dei grandi santuari ellenistico-romani del Lazio. Le nostre guide turistiche organizzano visite guidate a queste importantissime aree archeologiche collocate in prossimità delle antiche vie Tiburtina e Prenestina che portavano alla capitale dell’Impero Romano. Andremo a Tivoli dove sorge il Santuario di Ercole vincitore, a Gabii al Santuario di Giunone, a Nemi dove vi è quello di Diana Nemorense, a Terracina al Santuario di Giove Anxur. Tutti questi santuari extraurbani vengono realizzati su luoghi di culto che esistevano in epoca preromana. In età tardo repubblicana vengono completamente ristrutturati ispirandosi ai monumenti ellenistici. Il tipo di architettura che ne prende il nome è detto scenografica. Riconosciamo l’influenza greca innanzitutto nella composizione architettonica di insieme: tutti questi santuari sono caratterizzati dalla presenza di un porticato che racchiude uno spazio sacro. Nell’area compresa tra il porticato e il tempio si tenevano le cerimonie religiose, il mercato, le riunioni e le funzioni pubbliche. Tutto lo spazio è organizzato in maniera simmetrica, di modo che la parte destra sia uguale a quella sinistra, dando un estremo senso di equilibrio. Il tutto è finalizzato a stupire il visitatore. I muri concedono o proibiscono la visita, le terrazze la restituiscono quando serve. Il santuario è fatto per essere visto da lontano, ma anche per guardare lontano: i territori della città e le strade di accesso. Un’altra caratteristica comune è la monumentalità, ottenuta dalla presenza di una perfetta simmetria e dal fatto che nella maggior parte dei casi questi complessi sono costruiti sfruttando la pendenza del terreno. Tutto era teso a trasmettere attraverso l’architettura un messaggio di potenza, sacrale ma anche politica. Tutti sono collegati a divinità oracolari che avevano scopo quello di svelare segreti del futuro rispetto ad un quesito posto da una persona. Sono accomunati inoltre dalla presenza di un teatro nelle vicinanze del tempio. Gran parte dei riti, nella maggior parte dei casi, si basavano su rappresentazioni teatrali, pertanto era necessario creare delle strutture che potessero ospitare questa funzione. Questi Santuari rimangono ancora oggi fra gli esempi più belli e insuperati di tutta l’urbanistica antica, eppure sono poco conosciuti, a volte dimenticati fra le ortiche e i rovi. Ognuno di questi costituisce un capolavoro dell’arte che merita di essere apprezzato e soprattutto valorizzato.
Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca

La dea Fortuna
A Palestrina abita Fortuna, la dea del caso e del destino! Qui sorge uno dei più importanti santuari oracolari di epoca romana: il santuario della Fortuna Primigenia. Centinaia di pellegrini da ogni parte dell’Impero romano si recavano a Praeneste per interrogare la dea sul proprio futuro. Fortuna era una dea positiva dal carattere doppio: intraprendente ed erotico. Per questo è rimasto il detto essere baciati dalla Fortuna! L’attributo principale della dea era quello della fecondità: protettrice delle nascite e guaritrice di tutte le parti del corpo in particolare degli organi di riproduzione. La duplicità della dea si riflette nella duplicità dei luoghi di culto del santuario prenestino. Il culto di Fortuna ha origini antecedenti alla fondazione di Roma. Il re che le dedicò più templi fu Servio Tullio, se ne contano ben 26. La leggenda narra che la dea l’avesse amato nonostante la sua condizione mortale ed ogni notte entrava nella sua casa tramite una piccola finestra. A Palestrina nel tempio della dea era innalzata una statua a Servio Tullio. Gli antichi raccontavano che l’onesto Numerio Suffustio, cittadino di Preneste, sognò ripetutamente la dea che le ordinava di spaccare una roccia in una determinato punto del paese. Spaventato l’uomo si accinse nel lavoro. Dalla roccia infranta caddero giù delle tavolette incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica. Si trattava dei responsi dell’oracolo attraverso i quali la dea comunicava agli uomini. Quel luogo è oggi il santuario a lei dedicato! Dicono inoltre che un tempo dove oggi sorge il tempio fluì miele da un olivo tanto che i sacerdoti ordinarono di fabbricare un’ urna con il legno dell’albero. Qui venivano deposte le sorti le quali venivano estratte per ispirazione della dea Fortuna. Quelle sorti avrebbero goduto grande fama. A Preneste la dea fu ben presto assimilata ad Iside, divinità egiziana contraddistinta da un carattere materno e primigenio. La presenza dei culti egiziani è dimostrata dai resti archeologici fra cui templi ed iscrizioni presenti nel santuario prenestino. Si conoscono numerose statue di Fortuna di bronzo dorato e di marmo. L’iconografia più nota la rappresenta stante che tiene con il braccio sinistro la cornucopia, simbolo dell’abbondanza. Nel riempimento del pozzo del santuario della Fortuna Primigenia è stata rinvenuta una grande testa di una statua che rappresentava la dea seduta mentre allatta Giove e Giunone. Fortuna è la protettrice dell’uomo in tutte le alterne vicende della sua vita. I casuali e spesso disastrosi cambiamenti sono in realtà tanto inevitabili quanto provvidenziali, per cui persino i più inspiegabili e accidentali eventi fanno parte del nascosto piano di Fortuna a cui nessuno può resistere o può cercare di opporsi. Venite a Palestrina, chissà magari Fortuna vi ascolta!
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Il Foro romano dell’antica Praeneste
L’attuale piazza Regina Margherita al centro della cittadina di Palestina un tempo era occupata dal Foro Romano di Praeneste. Se amate farvi trasportare in luoghi e tempi lontani prenotate la vostra visita guidata. Seguendo il filo della storia le nostre guide turistiche vi accompagneranno in punti sconosciuti alle masse dei turisti. I ritrovamenti archeologici sono innumerevoli e di straordinaria importanza. Guardando sotto il lato orientale della cattedrale di Sant’Agapito possiamo intravedere i resti di un tempio romano dedicato a Giove Imperatore, risalente alla fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. Inoltre aguzzando la vista è visibile un tratto di strada basolata e una porzione dell’antica pavimentazione del Foro. La floridezza economica del II secolo a.C. portò ad una sistemazione urbanistica e monumentale della città. Si realizzò pertanto il Santuario della Fortuna Primigenia e numerosi edifici pubblici e sacri nell’area del Foro. Quest’ultimo fu considerato a lungo parte del santuario stesso e solo più tardi riconosciuto come foro civile di Praeneste. Alle spalle del tempio di Giove Imperatore si costruirono una serie di edifici posti su un livello più alto rispetto all’attuale piazza cui si accede tramite delle scalette poste vicino alla cattedrale. L’edificio più importante era la Basilica suddivisa al suo interno da quattro navate. Sulla parete di fondo si conserva la decorazione con semicolonne che inquadrano finte finestre. Il lato anteriore era preceduto da un portico a due ordini, con colonne doriche inferiormente e corinzie superiormente, in parte inglobato nella facciata del successivo palazzo del Seminario. La Basilica era affiancata da due ambienti: a destra l’ Aula Absidata e a sinistra l’Antro delle Sorti. L’Aula Absidata, attualmente inglobata nell’ex Seminario Vescovile, è una sala a pianta rettangolare sulla cui parete di fondo si apre una grande abside, famosa perché originariamente pavimentata dal famoso Mosaico Nilotico. Oggi questo è conservato nel Museo Archeologico di Palazzo Barberini. Nei pressi dell’Aula Absidata sono stati ritrovati anche i frammenti di un obelisco egiziano, anch’essi conservati nel museo, pertanto si è pensato che probabilmente il monumento era un Iseo, santuario dedicato alla dea egiziana Iside. A sinistra della Basilica vi è l’Antro delle Sorti, una grotta naturale, organizzata a ninfeo e pavimentata da un bel mosaico con pesci di epoca ellenistica. Lo spazio antistante è pavimentato con un finissimo mosaico bianco, molto simile a quello dell’Aula Absidata. Il luogo è stato interpretato come Serapeo, dedicato cioè al culto di Serapide.
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L’antica via Prenestina
La via Prenestina è una via consolare romana che unisce Roma alla cittadina di Palestrina, l’antica Praeneste. Inizialmente la via terminava a Gabii, città romana del Lazio antico, per questo veniva detta Gabina. Successivamente la strada fu prolungata sino a Praeneste. È possibile ripercorrere il tracciato dell’antica strada prenotando la vostra visita guidata a Palestrina. Le guide turistiche vi accompagneranno in un percorso molto affascinante, immerso in un contesto paesaggistico davvero unico. La via anticamente partiva da Porta Esquilina a Roma. Oggi invece esce da Porta Maggiore, spettacolare testimonianza della storia di Roma, realizzata originariamente come monumentale mostra dell’Acquedotto Claudio (52 d.C.). Oltrepassata villa Gordiani, importantissimo parco archeologico di Roma che contiene i resti di una vasta villa patrizia, si dirige verso est in direzione di Palestrina. Finisce il suo percorso dopo Fiuggi. Potrete ammirare i resti archeologici giunti sino a noi che si affacciavano sulla via: oltre alla già citata villa Gordiani al terzo miglio romano, il mausoleo Torrione edificio a tumulo della fine del I sec. a. C., e Tor de Schiavi. Proseguendo lungo l’itinerario, nella zona di Tor Tre Teste si trova la chiesa di Dio Padre Misericordioso, importante edificio religioso contemporaneo sormontato da una struttura a forma di vela, progettata dall’architetto Richard Meier. Più avanti incontreremo il ponte di Nona, un’ imponente costruzione a sette archi realizzata in epoca repubblicana per l’attraversamento di un affluente dell’Aniene. Arriveremo così a quella che in epoca romana era Gabii . Questa antica città costituiva il vertice antico di un triangolo con ai lati le cittadine di Tibur odierna Tivoli, Praeneste odierna Palestrina e Collatia, a controllo della bassa Valle dell’Aniene. Una breve deviazione conduce alla Via Casilina e al paese di Zagarolo. La tappa successiva è l’affascinante città di Palestrina adagiata lungo il ripido pendio del Monte Ginestro. In epoca romana la cittadina era chiamata Praeneste ed era famosa per l’ oracolare santuario della Fortuna Primigenia sulle cui strutture, in epoca medievale, sarebbe sorta la civitas Praenestina e l’attuale palazzo Colonna Barberini che ospita il Museo Archeologico Nazionale. Qui si può ancora osservare un lungo tratto del lastricato originario.
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Museo archeologico Nazionale di Palestrina
Le nostre guide turistiche organizzano interessanti visite guidate al Museo archeologico Nazionale di Palestrina, uno dei musei archeologici più importanti d’Italia. L’appuntamento è in piazza della Cortina, tutti i giorni dalle ore 9 sino al tramonto. Il museo è allestito all’interno del rinascimentale palazzo Barberini, sulla sommità dell’antico santuario della Fortuna Primigenia. Spettacolare è il panorama che potrete ammirare dalla scalinata d’accesso. Il museo è articolato su tre piani e conserva materiali provenienti dall’antica Praeneste, nome latino della cittadina. I reperti sono esposti seguendo un’organizzazione tematica che abbraccia i principali aspetti della storia, della cultura e delle produzioni artistiche di una delle più importanti e fiorenti città del Lazio antico. All’ingresso del Museo è esposta la famosissima Triade Capitolina di Guidonia della fine del II sec. d.C. che rappresenta Giove, Giunone e Minerva sul trono. Si tratta dell’ unico esemplare della Triade in cui gli dei sono conservati nella quasi totale interezza in una scultura monoblocco. Al primo piano osserveremo le testimonianze archeologiche relative al culto della dea Fortuna come la testa della statua di culto della dea, rinvenuta nel Santuario all’interno del cosiddetto Pozzo delle sortes, e la colossale statua di Iside-Fortuna, originale ellenistico in marmo bigio di Rodi. Gireremo tra statue onorarie, copie romane di capolavori greci, ritratti e rilievi di età repubblicana e imperiale. Notevole è il rilievo Grimani di età augustea espressione artistica della politica di pacificazione dell’imperatore Augusto. Al secondo piano sono conservati i materiali rinvenuti nelle necropoli della Colombella e della Selciata dell’antica città di Osserveremo ciste e specchi in bronzo ornati da raffinate decorazioni incise raffiguranti rare versioni di antichi miti greci e italici, e numerose terrecotte votive e architettoniche provenienti dal santuario della Fortuna. Al terzo piano un’unica sala ospita il grandioso Mosaico del Nilo realizzato da artisti egiziani alla fine del II a.C. Rimarrete attoniti dalla veduta prospettica del paesaggio egiziano durante l’inondazione del Nilo. Si tratta infatti di uno dei più grandi e importanti mosaici ellenistici conservati, un capolavoro assoluto per composizione, gusto cromatico e ricchezza di dettagli proveniente proprio dall’area del Santuario della Fortuna Primigenia. Una volta terminata la visita al museo ci dirigeremo verso l’antistante area archeologica. La visita guidata si concluderà con il famoso santuario scelto quale "Meraviglia Italiana" per rappresentare la regione Lazio nell’ambito di un progetto promosso dal Forum Nazionale dei Giovani in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
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Il mosaico del Nilo a Palestrina
La cittadina di Palestrina sin dall’epoca etrusca ha dimostrato di saper assimilare ed accogliere tradizioni culturali diverse. Proprio in questa piccola città del Lazio potrete ammirare uno dei più bei mosaici di epoca ellenistica raffigurante il Nilo, il fiume che bagna l’Egitto. Venne realizzato nel II secolo a.C. da un artista alessandrino giunto a Preneste per l’occasione. Il Nilo è riprodotto durante l’inondazione, nel suo percorso dall’Alto Egitto fino alla costa mediterranea. È una sorta di viaggio immaginario in quella lontana terra popolata da pigmei e animali fantastici ed affollata da templi, feste e cerimonie sacre. Originariamente il mosaico pavimentava l’abside dell’Aula Absidata, oggi ancora visibile. Si tratta di una grande aula rettangolare con il fondo concluso da un abside, situata nel Foro romano di Praeneste. Probabilmente era dedicata al culto della divinità egiziana Serapide. Il mosaico quindi non aveva una funzione puramente ornamentale anzi sottolineava il rapporto con l’Egitto. I contatti fra Praeneste e il paese africano, connessi soprattutto alle intense attività commerciali dei prenestini in Oriente, dovettero essere talmente intensi e consistenti da investire anche l’ambito del culto, tanto che, fin dal II sec. a.C., si verifica l’identificazione fra le divinità di Fortuna Primigenia e Iside. La cittadina del Lazio è famosa al mondo per ospitare uno dei più scenografici e spettacolari santuari di epoca romana: il santuario della Fortuna Primigenia. Il mosaico ha subito nel tempo varie vicissitudini e notevoli restauri. Fu scoperto tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo all’interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile. Capita l’importanza il vescovo di Palestrina, Cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto, lo fece staccare e trasferire a Roma. Quando salirono al potere della cittadina i Barberini il mosaico fu fatto restaurare e ricollocare nella sua posizione originale. Ben presto però si necessitò di un secondo restauro. Così il Mosaico venne diviso in 27 lastre di varia grandezza e riportato a Roma per il restauro. Successivamente tornò a Palestrina e collocato in una delle sale del Palazzo Colonna Barberini. Si effettuò una ricomposizione inesatta che modificò la collocazione originaria di alcune parti. Fortunatamente prima dei restauri seicenteschi furono eseguiti dei disegni del mosaico (conservati in Gran Bretagna), che consentono di conoscere l’aspetto della composizione originaria. Nuovamente staccato durante la Seconda Guerra Mondiale per salvarlo dai bombardamenti, venne in seguito restaurato e collocato nella sistemazione attuale. Nel 1956 fu infatti definitivamente collocato all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina. Al mosaico è dedicato il primo documentario a colori, intitolato Il Nilo di Pietra, girato da Gian Luigi Rondi, grande critico cinematografico e documentarista. Quindi che aspettate! Prenotate la vostra visita guidata al Museo Nazionale Archeologico di Palestrina sarete ricompensati con la veduta di uno dei più bei capolavori d’arte musiva.
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Il centro storico di Palestrina
Le nostre guide turistiche tra i vari itinerari culturali vi propongono una piacevole passeggiata nel centro storico di Palestrina. Durante il percorso potrete apprezzare i luoghi e i scorci più belli dell’antica città. L’appuntamento è in via degli Arcioni, davanti la chiesa di Santa Lucia. La prima tappa è il Propileo, l’ingresso monumentale alla città dall’antica via Praenestina. Si tratta di un edificio rettangolare arricchito da vasche e nicchie per fontane accompagnato da un secondo edificio oggi quasi completamente scomparso. Vicino a questo potrete ammirare una delle più grandi cisterne della città suddivisa in dieci ambienti coperti a volta. Questa come numerose altre cisterne sparse nel territorio confermano l’esistenza di un efficientissimo sistema di approvvigionamento idrico. Proseguendo lungo la stessa via vedremo undici tabernae di epoca romana. Svoltando poi a sinistra ammireremo la Porta del Sole costruita nel 1642 per volere dei Barberini. La vostra guida turistica vi farà notare il Sole con lo stemma della famiglia al centro della porta. Davanti alla porta potremo vedere i resti dell’antica strada e parte della porta della cinta romana, risalente al II secolo a.C. Sorpassata la porta ci dirigeremo verso piazza Margherita, la piazza principale della città dove sorge la bellissima cattedrale di Sant’Agapito di XII secolo. In epoca romana qui si trovava il foro della città di Praeneste. Dalla piazza si accede all’Area Sacra, alla Sala Absidata e al famosissimo Antro delle Sorti dove potrete vedere l’originale mosaico di I secolo a.C. Passeggeremo lungo Corso Pierluigi da Palestrina e imboccheremo una piccola salita che ci porterà dinanzi la Casa natale del famoso compositore Giovanni Pierluigi da Palestrina. Un’ulteriore tappa è la Biblioteca Comunale Fantoniana di Palestrina. All’interno troviamo circa 6000 volumi risalenti al XVI, XVII e XVIII secolo. Uscendo dalla biblioteca riprenderemo poi Corso Pierluigi da Palestrina in direzione del Municipio della città caratterizzato da un bellissimo cortile interno ornato da capitelli e un mezzobusto romani. Uno dei punti più belli di Palestrina è la via di San Biagio, stradina medievale contraddistinta da numerosi gradini. Visiteremo poi la chiesa di Sant’Antonio Abate che sorge nei pressi del monumentale e famosissimo Santuario della Fortuna Primigenia. Un’altra tappa religiosa sarà la chiesa di Santa Rosalia, inglobata nel Palazzo Barberini. La chiesa barocca ospitava sino al 1938 la Pietà di Palestrina, scolpita da Michelangelo tra il 1547 ed il 1559. L’ultima tappa sarà il Palazzo Barberini che ospita il Museo archeologico Nazionale di Palestrina dinanzi ai resti del Santuario della Fortuna Primigenia.
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Palazzo Barberini Colonna
Giunti a Palestrina, cittadina a pochi chilometri da Roma, rimarrete sbalorditi dalla vista di uno dei suoi più pregevoli gioielli architettonici: il Palazzo Barberini Colonna. È possibile prenotare visite guidate per ammirare questo bellissimo edificio di proprietà dello Stato situato in Piazza della Cortina. Deve il suo nome ai nobili del luogo che lo detennero, dapprima la famiglia Colonna e a seguire quella dei Barberini, che lo acquisì nel XVII secolo e lo detenne fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Il palazzo venne edificato intorno alla metà del’XI secolo dalla famiglia Colonna, sui resti del santuario della Fortuna Primigenia, tempio romano risalente al II secolo a.C. Numerosi stemmi al suo interno richiamano alla potente famiglia. Nel 1298 venne distrutto, insieme all’ intera città dopo l’assedio di papa Bonifacio VIII, in conflitto con i Colonna che si erano opposti alla sua elezione. Successivamente ricostruito insieme a Palestrina, venne nuovamente distrutto da papa Eugenio IV. Con l’appoggio di papa Niccolo V, il palazzo venne nuovamente ricostruito da Francesco Colonna, al quale si deve il pozzo antistante. Nel 1630 divenne proprietà della famiglia Barberini, che avviò opere di ingrandimento raggiungendo la forma attuale. Il cardinale Francesco vi aggiunse il Famoso mosaico nilotico. Qualche anno più tadrdi Maffeo Barberini, vi fece aggiungere dall’architetto Francesco Contini la vicina chiesa di Santa Rosalia. Dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale il palazzo venne acquistato dallo Stato e diventò sede del Museo archeologico Nazionale Prenestino nel 1953. Le guide turistiche che accompagneranno la vostra visita vi segnaleranno le strutture del santuario romano inglobate nel Palazzo. Esso occupa infatti terrazza superiore del santuario: la facciata è costruita sui resti del portico curvilineo romano. Dalla strada, che attraversa la terrazza sottostante, una scalinata a doppia rampa porta alla cavea teatrale di epoca romana. Al piano terra si segnalano due are dedicate dai decurioni e dal popolo di Preneste all’imperatore Augusto, un rilievo con la rappresentazione di una lupa che allatta i cuccioli in un bosco di epoca augustea, un rilievo trionfale dell’imperatore Traiano, la testa in marmo della dea Fortuna ed una statua di culto di Iside. All’interno del palazzo sono conservati resti di affreschi cinquecenteschi, attribuiti agli Zuccari. Al primo piano, a sinistra dell’atrio di ingresso sulla volta potrete ammirare il Parnaso affiancato dai carri di Giunone, trainato da pavoni, e di Venere, tirato da colombe. Al secondo piano due sale hanno affreschi parietali con quadri a scene bibliche o mitologiche, tra cui una veduta di Palestrina agli inizi del Seicento. Nella cosiddetta Sala dei Trofei, un bellissimo fregio sulle pareti mostra quadri con paesaggi, mentre inferiormente sono trofei con armi alternati a cariatidi e telamoni che sorreggono un baldacchino di stoffa.
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I Colonna
La famiglia Colonna fu uno dei casati più importanti di Roma e d’Italia durante il Medioevo. La città di Palestrina le è intimamente legata rimanendole sempre fedele anche nei momenti cupi della sua storia. Si tratta di un’antica famiglia patrizia romana le cui origini vengono addirittura fatte risalire alla Gens Iulia. Nella genealogia dei Colonna, tra gli stipiti della famiglia compaiono Gaio Mario e Giulio Cesare e quindi conseguentemente Enea, il figlio di Anchise e di Venere. Si dice che il loro nome deriverebbe dalla colonna Traiana, presso la quale avrebbero avuto una dimora. In realtà il nome deriva dal loro castello a Colonna sui Colli Albani, che la famiglia possedeva fin dall’inizio dell’XI secolo. Il primo membro accertato della dinastia fu il potentissimo Senator romano Teofilatto, detto Gloriosissimus Dux. Nel XIII secolo la famiglia possedeva il Mausoleo di Augusto ed il monte Citorio a Roma. Fuori Roma possedeva molti castelli: Colonna, Palestrina, Zagarolo, Capranica, Pietraporzia. L’episodio attraverso il quale i Colonna sono universalmente noti è lo scontro che, tra il 1296 e il 1303, li contrappone a papa Bonifacio VIII. All’epoca Palestrina è al centro del potere territoriale della famiglia. Uno dei gioielli architettonici della città che ancora oggi possiamo ammirare è Palazzo Colonna Barberini. Esso venne edificato intorno alla metà del’XI secolo dai Colonna, sui resti del santuario della Fortuna Primigenia, tempio romano risalente al II secolo a.C. Numerosi stemmi al suo interno richiamano alla potente famiglia. Degna di nota è la crociata lanciata il 14 dicembre 1297, contro i beni e le persone dei Colonna. È la prima volta nella cristianità un papa bandisce una crociata contro altri cristiani. L’assedio della città di Palestrina è uno dei più lunghi del Lazio durante il Medioevo. I Colonna ne uscirono sconfitti. La città venne rasa al suolo e le macerie bruciate e cosparse simbolicamente di sale per impedirne la rinascita. Più tardi Stefano Colonna rioccupò Palestrina e la fortificò contro Cola di Rienzo. Dopo circa un altro secolo di turbolenze feudali, il cardinale Vitelleschi distrusse Palestrina demolendone perfino le chiese. Sotto papa Martino V Colonna la città ebbe un periodo di pace. Le inamicizie ripresero nel 1436 sotto papa Eugenio IV che si scagliò nuovamente contro Palestrina incorporandone il territorio nel patrimonio di San Pietro. Le relazioni tra Papato e Colonna cessarono con Papa Niccolò, che con la del bolla 21 aprile 1447, restituì Palestrina alla nobile famiglia con la promessa di non fortificarla.
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I Barberini
Una delle più influenti famiglie italiane del Medioevo fu la famiglia Barberini, originaria della Toscana. A Palestrina possiamo osservare uno delle loro più ammirevoli residenze: il palazzo Colonna Barberini. È possibile visitare il palazzo prenotando la vostra visita guidata. Le nostre guide turistiche sapranno illustrarvi le controverse vicende della sua storia. Lo stemma della nobile famiglia è costituito da api che potrete trovare in diversi punti del palazzo. L’apice della loro potenza fu raggiunto nel 1623, con l’ascesa di Maffeo Barberini, papa Urbano VIII, che, secondo le consuetudini dell’epoca, agevolò la carriera militare del fratello Antonio, fece cardinali due nipoti e nominò principe di Palestrina un altro nipote, Taddeo Barberini, che fu anche nominato comandante dell’esercito pontifici. Nel 1630 i Barberini acquistano dai Colonna il feudo di Palestrina: il Palazzo Colonna fu oggetto di varie opere di ingrandimento raggiungendo la forma attuale e la denominazione palazzo Colonna Barberini. I Barberini apportarono notevoli modifiche tra cui l’innalzamento del corpo centrale in corrispondenza dell’ingresso, con l’aggiunta della struttura dove, tra due grandi volute, è posto l’orologio. Il cardinale Francesco ristrutturò la sala centrale per poterci collocare il Famoso mosaico nilotico. Più tardi si fece aggiungere dall’architetto Francesco Contini la vicina chiesa di Santa Rosalia. Cornelia, figlia di un discendente di Urbano, sposò il principe Giulio Cesare Colonna di Sciarra nel 1728. Giulio Cesare così aggiunse il cognome Barberini a quello di Colonna. Alla morte del principe Enrico Barberini-Colonna il nome passò al marchese Luigi Sacchetti che ricevette anche il titolo di principe di Palestrina e la facoltà di usare il cognome Barberini. Al nome di questa celebre famiglia sono legate importanti opere d’arte antica, già parte della collezione Barberini e oggi disperse in vari musei. Fra queste sono la pittura, cosiddetta Dea Barberini, del Museo Nazionale Romano, la Hera Barberini dei Musei Vaticani, il Fauno dormiente della Gliptoteca di Monaco, la Supplice del Louvre e molti altri. Anche le antichità di Palestrina portano il nome della famiglia; tra le più notevoli sono la Tomba Barberini, il cui corredo etrusco-orientalizzante si trova ora a Roma nel Museo di Villa Giulia, e il celebre mosaico con scene di vita sul Nilo del Museo di Palestrina.
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Palestrina: Casa natale di Giovanni Pierluigi da Palestrina
Palestrina, a soli 40 chilometri da Roma, è una cittadina straordinariamente ricca di testimonianze archeologiche e architettoniche che lascia senza fiato per il panorama adagiato sul fianco del Monte Ginestro. Di notevole interesse è il Santuario della Dea Fortuna, risalente al II secolo a.C. più volte rimaneggiato nel corso del tempo, prima dalla famiglia Colonna poi da quella Barberini, dei quali divenne residenza privata. È possibile visitare il palazzo che ospita il famoso Museo Nazionale Archeologico Prenestino. Se siete interessati all’archeologia le nostre guide turistiche potranno illustrarvi i numerosi reperti dell’antica Praeneste, conservati al suo interno. Palestrina offre altre numerose attrazioni storico artistiche. Tra i nostri itinerari più apprezzati vi è la visita guidata alla Casa di Giovanni Pierluigi da Palestrina, il "Principe della musica polifonica". La cittadina infatti è il luogo di nascita dell’artista, uno dei compositori italiani tra i più importanti del Rinascimento europeo. Egli nacque a febbraio del 1525 e morì a Roma all’età di 68 anni. Fu organista della cattedrale di S. Agapito a Palestrina dove insegnava anche canto ai canonici e ai bambini cantori. Nel 1551, il vescovo di Palestrina, Giovanni Maria del Monte fu eletto papa e Palestrina diventò magister cantorum della Cappella Giulia. Qualche anno più tardi fu assunto come maestro di cappella a San Giovanni in Laterano. Nel 1566 divenne maestro del Seminario Romano e riuscì a prestare servizio per il cardinale Ippolito D’Este II, noto per aver voluto la meravigliosa Villa d’Este di Tivoli, affidandone i lavori a Pirro Ligorio. Giovanni fu stimatissimo dai suoi contemporanei, considerato come uno dei massimi compositori esistenti. Le sue composizioni divennero modello insuperato della polifonia vocale sacra rinascimentale della Chiesa Romana. Scrisse almeno 104 messe, 300 mottetti, 68 offertori, 72 inni, 35 magnificat, 11 litanie e 4 o 5 lamentazioni. Compose poi oltre 140 madrigali su testi sacri e profani. È stato il primo compositore del XVI secolo di cui siano stati pubblicati gli Opera omnia. Alla sua morte venne inumato nella Basilica di San Pietro. Sulla vita e le opere del Palestrina nel 2009 è stato realizzato un film, Palestrina princeps musicae, del regista tedesco Georg Brintrup. Le nostre guide turistiche vi accompagneranno in visita alla Casa natale dell’artista, situata nella zona anticamente denominata "Contrada del Piano". La casa si affaccia sul vicolo Vicolo Pierluigi ed è articolata su tre livelli. Si raggiunge attraverso una rampa il cui prolungamento, detto "scaloni di S.Antonio", conduce all’omonima chiesa carmelitana ed al monastero. L’ambiente tipico del XVI secolo ospita un archivio storico e una magnifica biblioteca di storia polifonica. Sono visitabili i locali "di servizio" ( stalla, cantina, legnaia e depositi vari) la grande cucina ed alcuni altri locali contigui, ora adibiti a sale di studio e rappresentanza. (Sala Cingolani). Durante la vostra visita guidata non sarà difficile imbattervi in manifestazioni con cori di fama mondiale. Caratteristiche inoltre sono la Sala dei Ritratti e il Salottino di rappresentanza. Qui sopra il divano e’ posto un ritratto originale ad olio del 1580, dono Barberini e, accanto, il piu’ antico ritratto del compositore oltre ad altri ritratti del Pierluigi. Nell’antica nicchia, una riproduzione originale in terracotta della Pieta’ di Palestrina di Michelangelo.
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Chiesa di Santa Rosalia
Numerosi devoti giunti a Palestrina, precisamente in Piazza della Cortina, si recano in visita alla Chiesa di Santa Rosalia. È una delle tante perle architettoniche della città, un gioiello del barocco romano che merita assolutamente di essere apprezzato. Si organizzano visite guidate per il pubblico della chiesa finalizzate alla scoperta non solo del suo patrimonio religioso ma soprattutto artistico e culturale. La chiesa fu fatta costruire da Maffeo Barberini nel 1660, su disegno dell’architetto Francesco Contini e inglobata nel Palazzo Barberini. Fu edificata in onore di Santa Rosalia a cui fu chiesta l’intercessione per liberare la città dal contagio durante l’epidemia di peste che colpì Roma e il Lazio tra il 1656 ed il 1657. Il principe Barberini si rifugiò a Palestrina per scampare alla malattia e così avvenne, lasciando non più di trenta morti, un numero irrisorio rispetto alla mattanza avvenuta in altri centri del Lazio e a Roma stessa. A memoria e per ringraziamento dell’intercessione di Santa Rosalia, fu stabilito che il 4 settembre di ogni anno dovesse essere officiata una messa solenne in onore della Santa alla presenza del Magistrato, oggi il Sindaco, a rappresentanza di tutta la comunità cittadina. Una tradizione viva e sentita fortemente nella città di Palestrina. L’interno della chiesa di Santa Rosalia ospita marmi, stucchi e quattro grandi monumenti sepolcrali dei Barberini, collocati alle pareti laterali. Tra questi spiccano quelli del cardinale Antonio Barberini e del prefetto di Roma Taddeo Barberini, entrambi nipoti di Urbano VIII. Quest’ultimo è decorato da busti di Bernardino Cametti, allievo del Bernini. Sull’altare centrale è posta una tela attribuita a F. Reali in cui è raffigurata Santa Rosalia nell’atto di proteggere la città di Palermo dalla peste. Nella sagrestia della chiesa era custodito il gruppo scultoreo attribuito a Michelangelo Buonarroti, conosciuto come "Pietà di Palestrina". Fu scolpita dall’artista tra il 1547 ed il 1559 e qui custodita fino al 1938. La Pietà è oggi custodita presso la Galleria dell’Accademia di Firenze. Una copia è ospitata nella chiesa di Sant’Agapito.
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La cattedrale ed il Palio di Sant’Agapito di Palestrina
Il duomo della città di Palestrina è la chiesa di Sant’Agapito martire. Ricordiamo che il principe della musica, Giovanni Pierluigi da Palestrina, fu per sette anni corista e maestro di canto della Cattedrale. La chiesa ha origini molto antiche. È fondata su un tempio romano del IV secolo a.C. La trasformazione in edifico cristiano avvenne dopo la pace di Costantino alla fine del V secolo. Nell’anno 898 Papa Leone III vi fece trasportare le reliquie del giovane martire prenestino, decapitato all’epoca dell’imperatore Aureliano nel 274 d.C. L’edificio è stata ampliato nel XII secolo e consacrato nel 1117 da papa Pasquale II. Si ricostruirono le navate, l’abside, parte della facciata e fu innalzato il campanile. Dell’edificio romanico oggi rimangono tracce solo nella facciata, nel campanile e nella cripta. La cattedrale fu quasi completamente distrutta nel 1437 durante le lotte intestine allo Stato Pontificio, poi ricostruita e rimaneggiata più volte nei secoli successivi assumendo l’attuale forma. Molto interessante è la facciata che conserva le tracce di una meridiana di epoca romana. Sulla facciata si possono osservare inoltre i stemmi dei Della Rovere e dei Colonna. Il campanile si presenta con robuste trifore agli ultimi piani e con una cuspide del XV secolo. Sul fianco destro della cattedrale possiamo intravedere i resti del tempio di Giove Imperatore e la porta d’accesso all’Erario di Preneste. Entrando nella cattedrale si distinguono tre navate divise da pilastri con cappelle laterali. La parte superiore della navata centrale è decorata con dei medaglioni che ritraggono alcuni vescovi predestini, mentre tra le finestre sono raffigurati alcuni santi e martiri della città. Nella navata di sinistra vi è una copia in gesso della Pietà di Palestrina di Michelangelo il cui originale si trovava nella chiesa di Santa Rosalia. Presso l’altare maggiore sono collocati affreschi che ritraggono episodi della vita e del martirio di sant’Agapito. Nella cripta sono visibili le reliquie e i resti delle preesistenze di epoca romana. Al santo è dedicata una delle manifestazioni più solenni della città: il Palio di Sant’Agapito. Se verrete in visita a Palestrina i primi di agosto assisterete alla sfida dei quattro quartieri storici corrispondenti alle quattro porte principali: Porta San Cesareo, Porta San Biagio, Porta San Martino e Porta San Giacomo. I rappresentanti delle quattro porte parteciperanno a quattro giochi la Giostra della Scifa (corsa a cavallo in cui il fantino deve infilare un’asta in un cerchio sospeso), il Gioco della Palla, il Tiro con l’Arco e quello della Fune, la Gara con il Fuso e con la Conca. Un’unica porta vincitrice verrà proclamata da fuochi d’artificio e il volteggiare dei sbandieratori. Sarete travolti da un’ atmosfera travolgente tra festeggiamenti, celebrazioni e manifestazioni solenni. Potrete rifocillarvi nelle trattorie che offrono una cucina semplice e genuina e soprattutto buon vino.
Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca

Palestrina nel Medioevo
Le nostre guide turistiche vi propongono un itinerario dei luoghi meno conosciuti della Palestrina medievale. Un percorso attraverso la scoperta di testimonianze del pieno medioevo, la conoscenza di personaggi che hanno dato il volto alla città medievale come il Vescovo Conone, la spiritualità legata al culto delle reliquie di Agapito di Praeneste, la veduta degli ultimi avanzi delle dimore dell’epoca. La visita guidata comprenderà anche il Museo Diocesano, la Cattedrale di Sant’ Agapito e la dimenticata chiesa di Santo Stefano alla Portella. Giunti a Palestrina noterete che l’intero paese ha un aspetto medievale. Le sue strade principali si succedono collegate fra loro da viuzze in ripidissima pendenza o da scale. Nel Medioevo ebbe il nome di Civitas Prenestina e appoggiò Roma nelle sue lotte contro i Goti e i Longobardi. Per la sua posizione strategica all’ingresso della valle Latina, il possesso di Palestrina viene legato alla sicurezza della città di Roma. Si succedono così le grandi lotte tra papato e signori feudali per il dominio di Palestrina. Giovanni XIII nel 970 diede Palestrina in feudo alla senatrice Stefania e i suoi figli. Sotto Papa Pasquale tornò per poco tempo alla Chiesa. Quando poi il feudo passò ai Colonna si accesero aspri dissidi. La città rimase sempre fedele ai Colonna anche quando questi, parteggiando per i ghibellini, vennero in conflitto con la Chiesa. Nel 1297 papa Bonifacio VIII, alleatosi con Firenze, Orvieto ed Urbino, assediò e distrusse la città risparmiando solamente la cattedrale. Più tardi Stefano Colonna rioccupò Palestrina e la fortificò contro Cola di Rienzo. Dopo circa un altro secolo di turbolenze feudali, il cardinale Vitelleschi distrusse Palestrina demolendone perfino le chiese. Sotto papa Martino V Colonna la città ebbe un periodo di pace. Le inamicizie ripresero nel 1436 sotto papa Eugenio IV che si scagliò nuovamente contro Palestrina incorporandone il territorio nel patrimonio di San Pietro. Le relazioni tra Papato e Colonna cessarono con Papa Niccolò, che con la del bolla 21 aprile 1447, restituì Palestrina alla nobile famiglia con la promessa di non fortificarla. Nel 1630 il feudo di Palestrina fu venduto ai Barberini che ampliarono e abbellirono la città.
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Il complesso monumentale “Villa di Adriano”
Fuori dal centro abitato di Palestrina, in una posizione panoramica, sorge il cosiddetto complesso monumentale “Villa di Adriano”. Esso domina l’antico santuario della Fortuna Primigenia risalente al II secolo a.C. In epoca romana era uno struttura maestosa e visibile da tutta la valle latina. Nel corso dei secoli il monumento è stato utilizzato in diversi modi: villa durante l’epoca romana, monastero nel Medioevo, cimitero nell’Ottocento. Il complesso ha regalato numerose soddisfazioni ai suoi visitatori. Non perderlo, prenota la tua visita guidata. Gli archeologi hanno pensato che la struttura sia da attribuire all’imperatore Adriano per il ritrovamento di mattoni con bolli databili all’età adrianea e una statua di Antinoo, il giovane amato dall’imperatore. Adriano regnò dal 117 al 138 d.C. Il suo ventennio al potere fu caratterizzato da pace, tolleranza e prosperità. Dagli archeologi viene pertanto definito “Imperatore buono”. A Tivoli costruì la famosissima villa Adriana. A Roma restaurò il Phanteon, costruì il tempio di Venere e Roma, il Ponte Elio e fece erigere il suo mausoleo Castel S. Angelo. Il complesso di Palestrina probabilmente ingloba parti di una villa d’epoca tardo repubblicana. Alla Villa di Adriano vi passarono numerosi imperatori tra cui Augusto, Tiberio, Adriano e Marco Aurelio. Il complesso archeologico si articolava su due livelli. Il secondo oggi non è più visibile essendovi stati edificati la chiesa di Santa Maria nel Medioevo e il cimitero comunale nel 1861. La chiesa di Santa Maria in Villa era protagonista della processione per la festa dell’Assunzione che si compiva dalla cattedrale di Sant’Agapito alla chiesa e ritorno con l’esposizione dell’immagine del Salvatore all’immagine miracolosa della Madonna che si trovava all’interno. Nella zona oggi denominata dell’esedra era ospitato il chiostro e gli altri locali di servizio al convento. L’interno della chiesa di Santa Maria si compone di un’unica navata terminante in un’abside decorata in stucco con motivi a grottesca, ha un unico altare, preziosa testimonianza medievale. Infatti l’altare è stato ricavato da un elemento di trabeazione romano, come si evince dalla decorazione a ovuli e foglie lanceolate posta ai lati destro e sinistro. La faccia frontale è stata rilavorata in epoca successiva e presenta una decorazione in tessere musive a pasta vitrea con lo stile dei marmorari romani. Tornando al complesso monumentale “Villa di Adriano” quello che possiamo vedere oggi sono le imponenti sostruzioni su cui poggiava la villa. Queste servivano anche alla raccolta dell’acqua per l’approvvigionamento idrico delle fontane, dei ninfei e dei vari giochi d’acqua della villa. Entrando nel complesso si può osservare il pavimento in coccio pesto, la copertura con volte a botte e le porte alte e strette. L’unico ambiente differente è un criptoportico a due piani voltato a crociera che affianca due locali ai lati.
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Mangiare a Palestrina
Se siete amanti della buona cucina venite a trovarci a Palestrina. Una cucina semplice e genuina potrà accompagnare la vostra gita a questo splendido Comune, a pochi chilometri da Roma. Vi aspettano i simpatici locandieri delle numerose taverne dove i profumi della cucina tipica stuzzicheranno il vostro appetito. Ci sono numerosi ristoranti dove si mangia da Dio! I prezzi variano ovviamente sia dal posto sia da ciò che si mangia, comunque sempre rapportato qualità-prezzo. La cucina di Palestrina è strettamente legata alle tradizioni contadine. La specialità d’eccellenza sono i Gnocchetti a coda de soreca, pasta acqua e farina steso a mano tipo spaghetto ma molto più erto, conditi in vari modi. Buonissimo è il ragù insaporito con regaglie di pollo o quello con le spuntature di maiale che insaporisce la polenta “alla spinatora”. Per chi ama i sapori forti non può non assaggiare il ragù di carne o pomodoro e basilico con sopra pecorino. Piatti più poveri ma estremamente gustosi sono le minestre di ceci o di fagioli. Famosi i dolci tra cui i caratteristici Giglietti, biscotti di farina uovo e zucchero che prendono il nome dalla forma in cui vengono cotti. Non potete non assaggiare i Morzaletti, biscotti al miele, pepe ed acquavinte. Se venite nel periodo di Pasqua potrete gustare la pizza Cresciuta. Nel periodo natalizio invece immancabili sono le Ciambellette al vino e il Panpepato. Passeggiando tra i vicoletti del centro storico troverete ristoranti con cucina slava. Palestrina da sempre ha accolto tradizioni lontane pertanto la gastronomia non fa eccezione! Palestrina vi aspetta anche per farvi apprezzare il buon vino di queste parti!
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La Sagra delle Fragole a Palestrina
Un appuntamento irrinunciabile per tutta la popolazione prenestina è la Sagra delle Fragole. La festa richiama molti turisti desiderosi di gustare i deliziosi frutti rossi. Con l’occasione potrete prenotare la vostra visita guidata all’ antica Praeneste. Gli itinerari sono molto interessanti e riguardano il Museo Archeologico di Palazzo Barberini, il tempio della dea Fortuna primigenia, la Casa di Giovanni Pierluigi da Palestrina, la Cattedrale di Sant’Agapito, il centro storico, la Chiesa di Santa Rosalia e numerose altre attrazioni. Molto apprezzata per la sua
aria salubre, Palestrina è oggi un centro che vive soprattutto di agricoltura. Prodotto tipico sono le fragole che nascono sul suo territorio. La fragola è un frutto di bosco e nasce spontanea. Non prospera ovunque. Ci vogliono cure, e clima giusto, e terreno adatto. Tutto cominciò quando una carestia spinse gli abitanti di Capranica Prenestina a trasferirsi a Carchitti, frazione di Palestrina. Questi nuovi arrivati si dedicarono all’agricoltura e principalmente alla coltivazione delle fragole.
La bravura degli abitanti di Palestrina ha fatto sì che le piantine venissero con pazienza cercate nel sottobosco e trapiantate. Di generazione in generazione vengono trasmesse le tecniche per coltivare questo frutto con successo. La fragola contiene molta vitamina C ed ha proprietà depurative, antireumatiche e toniche. Lo sapevate che nell’antica Roma per tradizione si mangiava questo frutto alle feste in onore di Adone, alla morte del quale Venere pianse copiose lacrime, che, giunte sulla terra, si trasformarono in piccoli cuori rossi: le fragole. Le feste in onore di Adone si tenevano alle idi di giugno. A questo succoso frutto dal 1969 è dedicata la Sagra annuale. Si tiene al termine della raccolta e prevede concerti, mostre e stand gastronomici. La fragola di Palestrina ha ottenuto il DE.CO (denominazione culturale d’origine), un’attestazione che certifica il legame tra il prodotto alimentare e la terra d’origine. Ha ottenuto inoltre numerosi riconoscimenti in importanti fiere enogastronomiche nazionali ed europee. Che aspettate venite a gustarla!
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Ippolito II d’Este
L’ideatore della famosissima Villa d’Este, situata nel centro storico della cittadina di Tivoli, fu Ippolito II d’Este. Egli nacque a Ferrara il 25 agosto del 1509. Figlio del duca Alfonso d’Este e della famosa Lucrezia Borgia, prese il nome dallo zio cardinale Ippolito d’Este. All’età di 10 anni lo zio gli cedette l’arcivescovato di Milano. Venne educato secondo gli studi umanistici dell’epoca, fu orientato infatti ai classici, alla musica, alla danza, all’equitazione e alle armi. Il giovane era appassionato inoltre di arte ed archeologia. Fu un generoso mecenate di poeti ed artisti. In breve tempo Ippolito II raggiunse una splendida carriera ecclesiastica e diplomatica. Ebbe un ruolo importante nei rapporti tra il Papato e la Francia come rappresentante del partito francese nel Sacro Collegio. Il re di Francia, Francesco I, lo nominò cardinale nel 1538 ma la proclamazione avvenne l’anno successivo con Paolo III. Di seguito alle discordie tra cattolici e ugonotti, nel 1561 venne mandato in Francia come legato di Pio IV presso Caterina de’ Medici. Qui ottenne numerosi successi grazie alla sua vasta conoscenza dell’ambiente francese e le sue numerose relazioni personali, tuttavia la sua eccessiva tolleranza lo portò in contrasto con papa Pio IV. Con la morte di Paolo III, l’ascesa al soglio pontificio divenne la sola ragione di vita del cardinale. Egli auspicava ad innalzare il suo potere personale e le glorie della famiglia d’Este che non aveva ancora dato Papi alla Chiesa di Roma. Con l’aiuto della Francia, mirò varie volte all’ elezione pontificia, prodigandosi con ogni mezzo. Era osteggiato tuttavia dai cardinali spagnoli,che lo giudicavano troppo legato alla Francia, e quelli desiderosi della riforma della Chiesa, che lo ritenevano troppo mondano. Il cardinale ebbe relazioni amorose con donne dalla non brillante reputazione, dandosi a feste di ogni tipo, senza badare allo sfarzo e alle spese, ed era incapace di mantenere un rapporto duraturo. Ogni conclave rappresentò per lui una nuova sconfitta, vennero infatti eletti Giulio III, Marcello II, Paolo IV, Pio IV, Pio V e Gregorio XIII. Durante il conclave di Giulio III venne nominato Governatore di Tivoli. Il 9 settembre 1550 il nuovo Governatore prendeva possesso di Tivoli, entrando trionfalmente dalla porta di città. Il cardinale accettando l’incarico auspicava ad un trampolino di lancio per la sua carriera. Uomo abituato al fasto, il cardinale non trovava in alcun modo corrispondente alle proprie esigenze la struttura dell’antico convento francescano posto accanto alla chiesa di santa Maria Maggiore, destinato a sua residenza. Col consenso della Santa Sede e della Magistratura locale, nel 1551 Ippolito II d’Este dà inizio al suo magnifico progetto: villa D’Este. Dirocca mezzo convento, acquista i terreni circostanti, e distrugge case e colture. La villa doveva servire ad offrire lussuosi ricevimenti per rinsaldare vecchie amicizie e asilo agreste ai lunghi colloqui diplomatici. Amareggiato dagli intrighi contro di lui ed insoddisfatto della sua carriera politica, Ippolito II morì nel 1572 dopo una breve malattia, assistito soltanto da pochi servi. Fu sepolto nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Tivoli.
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La famiglia d’Este
Gli Este sono una famiglia principesca italiana che prese il nome dal feudo padovano Este tra il 1056 e il 1239. Le origini della dinastia sono oscure e molto antiche. Quasi sicuramente le loro radici sono legate ai Longobardi. Opinione comune degli studiosi è il loro collegamento con gli Obertenghi, signori di Milano e della Liguria occidentale. Il primo personaggio noto è Oberto II, marchese di Sicilia, principe del Sacro Romano Impero. Il capostipite storico della famiglia è Alberto Azzo II d’Este (996-1097), pronipote del marchese Oberto. Egli dimorava nell’omonima città di Este, al tempo importante snodo politico e commerciale. Si deve a lui la costruzione del castello attorno al quale si sviluppò la città. Il nucleo originario del potere degli Este era infatti il piccolo paese in provincia di Padova, che ancora oggi porta il nome degli antichi signori. Nel corso dei secoli la storia degli Este sarà intrecciata con la città di Ferrara, nuovo fulcro del loro potere. La città grazie ai suoi signori durante il Rinascimento si eleverà a capitale europea d’arte e di cultura. La lunga genealogia della casata vanta numerosi nomi celebri, non solo nell’ambito della storia italiana. Con l’adozione da parte di Guelfo III, duca di Carinzia, del nipote Guelfo figlio di sua sorella Cunizza e di Alberto Azzo II, un ramo si trapiantò in Germania, insignito del ducato di Baviera e continuatore della famosa casa dei Guelfi. Il ramo italiano degli Este continuò con l’altro figlio di Alberto Azzo II, Folco, nato da un secondo matrimonio. Per iniziativa di Obizzo I, figlio di Folco, gli Este divennero capi della fazione avversa ai Torelli a Ferrara e nel XIII secolo ottennero la signoria della città. Nel 1288 Obizzo diventò anche signore di Modena e l’anno successivo di Reggio. Nel 1332 il papa concede agli Estensi il vicariato, ma lungo tutto il secolo la casa non esprime personalità di rilievo, fino a Niccolò III. Egli rimarrà al potere per quasi un cinquantennio, precisamente dal 1393 al 1441. Uomo spregiudicato e crudele, fa uccidere la seconda moglie, Parisina Malatesta, e il figlio illegittimo Ugo per favorire gli altri due figli avuti dalla relazione con Stella dei Tolomei, Lionello e Borso. I due succedono così a Niccolò e riallacciandosi alla politica del padre, fecero di Ferrara un centro di cultura e di arte. Borso nel 1452 ricevette dall’imperatore Federico III il titolo di Duca di Modena e Reggio e nel 1471 dal Papa Paolo II il titolo di Duca di Ferrara. Morto Borso, gli succedettero Ercole I, che seppe abilmente destreggiarsi nelle guerre scatenate dalle imprese di Carlo VIII, successero Alfonso I, che perse e riottenne Modena e Reggio, Ercole II e Alfonso II , alla cui morte, non avendo avuto figli, si aprì una grave crisi dinastica, conclusasi con la rinuncia nel 1598 al ducato di Ferrara da parte dell’erede Cesare, figlio di Alfonso marchese di Montecchio figlio illegittimo di Alfonso I. La perdita di Ferrara, passata alla Chiesa, significò un lungo periodo di decadenza. I successivi duchi cercarono di inserirsi nella politica europea per rientrare in possesso in qualche modo della loro capitale, ma nel 1708 si aggiunse la perdita di Comacchio. Francesco III, che stette al potere da 1737 al 1780, travolto dalle vicende della guerra di successione d’Austria, divenne governatore austriaco della Lombardia. La linea si estinse nel 1875 col figlio di Francesco IV, Francesco V.
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La famiglia Borgia
I Borgia furono una delle famiglie più influenti d’Italia nel XV e XVI secolo. I suoi rappresentanti ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico. Le loro antiche radici aragonesi risalgono al XII secolo. Il cognome originario della famiglia era Borja, dal paese spagnolo di origine della casata. Nel XIV secolo cominciò ad acquistare potere e prestigio nel Regno di Valencia. La dinastia ebbe grande fama, potere e la sua storia è legata all’ascensione al trono pontificio di due dei suoi membri. Nel XV il cardinale Alonso Borgia venne eletto papa con il nome di papa Callisto III e l’intera famiglia si trasferì a Roma al suo seguito. Anche il nipote di Alonso, Rodrigo Borgia, venne eletto papa nel 1492 con il nome di Alessandro IV. Giunse al potere grazie a dei sotterfugi di palazzo, fu favorito infatti nell’elezione da Ascanio Sforza e da Ludovico il Moro, signore di Milano. Inizialmente Alessandro IV amministrò, malgrado la sua scandalosa condotta privata, con giustizia e autorità ma ben presto caddè ad un eccessivo nepotismo investendo i suoi figli tutti illegittimi, avuti da innumerevoli relazioni. Egli ebbe quattro figli da Vannozza Cattanei, nobildonna di origine mantovana che a Roma svolgeva l’attività di locandiera: Cesare Borgia, Giovanni Borgia, Lucrezia Borgia e Goffredo Borgia. In Spagna aveva avuto un figlio da una donna sconosciuta, Pedro Luis de Borgia, duca di Gandìa. Ebbe anche altre due figlie, una da Giulia Farnese, Laura Orsini, e l’altra da madre sconosciuta, Isabella Borgia. I Borgia al giorno d’oggi, a causa della loro sete di potere, sono ricordati per nepotismo, adulterio, furto, corruzione, incesto e omicidio, in particolare tramite avvelenamento. Si fecero nemiche famiglie potenti come i Medici, gli Sforza, i Colonna e gli Orsini. Probabilmente questi loro oppositori enfatizzarono ancora di più i lati oscuri della famiglia Borgia, ad esempio il presunto fratricidio di Giovanni da parte di Cesare o la turbolenta vita matrimoniale di Lucrezia. Misteriosa fu la morte di Alessandro IV a pranzo con altri commensali tra cui il figlio Cesare che finirono intossicati dal suo stesso veleno. Dopo la morte di Alessandro VI, iniziò la decadenza della famiglia e molti dei suoi membri tornarono in Spagna. I Borgia furono grandi fautori delle arti, gli artisti più importanti del Rinascimento visitarono la loro corte e potettero realizzare il loro potenziale. Gli scandali del papato ai tempi di Alessandro VI e dei suoi successori fecero maturare il malcontento e il desiderio di riforma negli ambienti più conservatori dell’Europa del nord. In seguito, un pronipote di Alessandro VI, Francesco Borgia, divenne Generale dei Gesuiti e venne infine proclamato santo.
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Lucrezia Borgia
Lucrezia Borgia nacque il 18 aprile del 1480 a Subiaco. Terzogenita di Papa Alessandro VI e della sua amante Vannozza de Candia dei Cattanei. Unica femmina tra quattro fratelli, Giovanni, Cesare e Goffredo, molto legati fra loro. Fu Duchessa di Ferrara dal 1502 alla sua morte. Era molto amata dal padre, con la madre invece Lucrezia ebbe sempre un rapporto distaccato. Come fanciulla di alto lignaggio viene educata nel convento di San Sisto e successivamente affidata alle cure della cugina del papa, Adriana Mila. Studiò lo spagnolo, il francese, l’italiano, il latino, ma anche la musica, la danza, il disegno e il ricamo. Le venne insegnato anche ad esprimersi con eleganza ed eloquenza. La giovane viene ricordata per la sua straordinaria bellezza, racchiudeva in sé due caratteristiche fondamentali per l’epoca, lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri. Si dice che uno dei più illustri letterati del tempo, Pietro Bembo, nutrì una grande passione per la donna. Tra le sue carte fu rinvenuto un ricciolo biondo di Lucrezia, oggi conservato alla biblioteca Ambrosiana di Milano. Fin dagli undici anni fu soggetta alla politica matrimoniale collegata alle ambizioni politiche prima del padre e poi del fratello Cesare Borgia. Per solidificare l’alleanza con casa Sforza, il cui cardinale Ascanio si era adoperato affinchè Rodrigo diventasse papa, Lucrezia venne data in sposa a Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Grazie a queste nozze, Alessandro VI avrebbe istituito una lega difensiva dello stato della Chiesa a prevenzione dell’imminente invasione francese per opera di Carlo VIII, a discapito del regno di Napoli. Pochi anni dopo, in seguito all’annullamento del matrimonio, Lucrezia sposò Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli. Ma l’alleanza del fratello Cesare con i Francesi distrusse questo matrimonio e, mentre Lucrezia era nominata governatrice di Foligno e poi di Nepi, si preparava un attentato contro Alfonso. Quest’ultimo venne strangolato per volontà di Cesare Borgia nel 1500. Lucrezia fu così data in sposa a Alfonso d’Este, primogenito del duca di Ferrara, che dovette seppur riluttante, accettare. Dal loro matrimonio nacque Ippolito II d’Este, il cardinale famoso in tutto il mondo per la costruzione della meravigliosa villa d’Este a Tivoli. Come per il resto della sua famiglia Borgia, durante e dopo la sua vita Lucrezia fu oggetto di pettegolezzi. Le voci più insistenti la raffigurano come una specie di Messalina, intrigante, sanguinaria, corrotta, complice del padre e del fratello. Presso la corte Estense, Lucrezia promosse l’attività di artisti e poeti diventando popolarissima. La donna fece dimenticare il turbolento passato della famiglia con la sua intelligenza tanto che fu celebrata da poeti come l’Ariosto, il Bembo, il Trissino. Successivamente condusse una vita più raccolta nei conventi. Morì di parto all’età di 39 anni.
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Alessandro d’Este
Alessandro d’Este nacque a Ferrara nel maggio del 1568. Figlio di Alfonso d’Este, marchese di Montecchio, e di Violante Segni, si distinse per la vasta cultura letteraria. Studiò lettere antiche, tedesco, francese e spagnolo. Dopo la morte del cugino cardinale Luigi d’Este nel 1586 ne diviene l’erede. E’avviato così alla carriera ecclesiastica ed è destinato a rappresentare gli Este al collegio cardinalizio. Nel 1598 la casa d’Este viene privata della signoria di Ferrara e per compensazione l’anno successivo Alessandro viene nominato cardinale. Inizialmente gli fu conferito il titolo diaconale di S. Adriano in Foro, poi di S. Maria Nova e successivamente di S. Eustachio e di S. Maria in Via Lata. Nel 1623 divenne presbitero di S. Maria della Pace. Da giovane ebbe numerose relazioni sentimentali. Da ricordare sono le sue relazioni con Lucrezia Pio di Savoia e con Giulia Constabile, che le diede una figlia, Giulia Felice, più tardi fattasi monaca nel convento di S. Geminiano di Modena. In età matura fu investito da una forte religiosità e una netta avversione per lo sfarzo della corte pontificia. Divenne protettore dei chierici regolari teatini, ne favorì l’introduzione a Modena e fece costruire la chiesa di San Vincenzo. Accanto all’attività religiosa Alessandro si mostrò attivo nel sostegno del Ducato estense, favorendo il consenso politico attorno al fratello Cesare, succeduto ad Alfonso II. Nel 1613 durante la guerra della Garfagnana tra Modenesi e Lucchesi, mediò con il governatore di Milano riuscendo a consolidare le vantaggiose posizioni acquistate dall’esercito estense. A Roma si prodigò per rinnovare i fasti dei suoi illustri parenti. I suoi rapporti con la corte pontificia risentirono del clima di diffidenza instauratasi tra gli Este ed il Vaticano. Egli non nascose mai il desiderio di riacquistare la città di Ferrara. Nell’ultimo conclave a cui partecipò affiancò il cardinale Borghese in opposizione al partito guidato da Ludovisi. Il 29 settembre del 1623 Maffeo Barberini fu nominato pontefice e spettò ad Alessandro l’onore di incoronarlo nella solenne cerimonia tenutasi a S. Giovanni in Laterano. Alessandro fu l’ultimo dei cardinali estensi governatori di Tivoli e proprietari di Villa d’Este. Il cardinale inoltre impedì il passaggio di Villa d’Este tra i beni della Camera apostolica, ottenendo definitivamente da Gregorio XV la proprietà alla casa d’Este. Fece restauri e abbellimenti in villa, inoltre restaurò le condotte idriche recuperando molti dei giochi d’acqua che avevano resa celebre la villa tiburtina. Modificò la fontana dell’Organo e fece costruire la fontana detta della Ninfa. Morì a Roma, il 13 marzo 1624. Fu sepolto nella cripta della chiesa di S. Maria Maggiore di Tivoli accanto ad altri due cardinali estensi, Ippolito e Luigi.
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Luigi d’Este
Luigi d’Este nacque a Ferrara il 25 dicembre del 1538. Secondogenito del duca di Ferrara Ercole II d’Este e della principessa Renata di Francia. I nonni paterni furono Alfonso I d’Este e la famosa Lucrezia Borgia. Fu uno dei tre cardinali estensi legati alla magnifica villa d’Este di Tivoli. Sin dalla nascita fu segnato, secondo le consuetudini dei principi regnanti dell’epoca, ad essere consacrato alla Chiesa. La legge del secondogenito prevedeva infatti che vestisse l’abito ecclesiastico. Il giovane di natura vivace e ribelle, non adatto alla vita ecclesiastica, si oppose con ogni mezzo possibile. Tuttavia il padre Ercole, lo zio Ippolito II e il fratello Alfonso I non si piegarono alle resistenze del giovane, il loro intento infatti era quello di rafforzare l’alleanza con il Vaticano. Si racconta che un giorno Luigi ebbe una discussione violenta con Ercole e Ippolito II tanto che subì uno spostamento del globo oculare che lo rese strabico a vita. Egli volle provare a cambiare il proprio destino recandosi in Francia e sposare Maria di Borbone, ma non vi riuscì. Il 26 febbraio del 1561 papa Pio IV lo nominò cardinale della Santa Romana Chiesa. Da quel momento in poi la sua vita fu segnata dalla frustrazione. Cercò di evadere dandosi al fasto e ai piaceri. Ebbe una relazione sentimentale con Lucrezia Bendidio, moglie del conte Baldassarre Macchiavelli. Al centro della vita mondana Ferrarese fu fautore della poesia , delle arti, della musica, del teatro e della letteratura. Gli furono dedicate numerose opere di letteratura italiana. Ebbe al suo servizio l’illustre Torquato Tasso che nel 1562 gli dedicò il Rinaldo e lo accompagnò qualche anno dopo in un viaggio transalpino. In seguito però il poeta si lamentò dell’avarizia del cardinale, sino ad abbandonarne il servizio, nel 1571, per passare a quello del duca Alfonso. Negli anni che seguirono Luigi si impegnò alla cura dei suoi possedimenti che comprendevano i palazzi ferraresi del Paradiso e dei Diamanti e il vasto tenimento di Sabbioncello. Nel 1563 un grave incidente tra i suoi palafrenieri e gli ufficiali dei bargello minarono i rapporti con il papa. Luigi si assunse la piena responsabilità dell’offesa arrecata dai suoi all’autorità papali. Pio IV giudicò l’affronto subito il più grave del suo pontificato e convocò d’urgenza un concistoro intimando al cardinale di presentarsi al suo cospetto. Egli abbandonò Roma e si rifugiò nella villa di Tivoli, dove il papa le ordinava di trattenersi sotto pena di 100.000 scudi e la privazione dei benefici ecclesiastici. Successivamente con l’aiuto del cardinale Gonzaga e del Borromeo scontò la condanna. Nel 1572 si stabilì definitivamente nello Stato Pontificio, ereditando dallo zio cardinale la proprietà della Villa d’Este. Gli anni a Tivoli furono caratterizzati da una forte mondanità ma fece anche sistemare la villa dando prova di un governo discreto della città. Famosa fu la sua ospitalità. Nella villa di Tivoli, soprannominata albergo dell’Aquila bianca, ospitò il duca Guglielmo Gonzaga, l’ambasciatore francese de La Roche, il duca di Nevers e Giulio Cesare Colonna, il principe di Baviera e il cardinale di Santa Severina, il cardinale Alessandro Farnese, l’ambasciatore dì Russia, i cardinali Colonna, Medici e Santacroce e il duca di Brunswick. Oltre alla mondanità si legò ai gesuiti e si prodigò e in opere di sincera carità per i poveri, dimostrando una rara bontà d’animo. Morì nella sua dimora romana di Montegiordano il 30 dicembre del 1586. Prima di morire chiese di far seppellire il suo corpo a Tivoli, le viscere a Roma, nella chiesa di S. Luigi dei Francesi, e il suo cuore ad Aux.
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San Simplicio
Simplicio nacque nella cittadina di Tivoli nel V secolo. Era figlio di un certo Castino. Fu eletto papa il 3 marzo del 468. Egli amministrò il pontificato in un periodo molto difficile sia per la Chiesa che per lo Stato. Leggendo la storia antica sappiamo che dopo la morte dell’imperatore Valentiniano III nel 455, furono eletti alcuni imperatori che non riuscirono a contrastare le continue minacce di guerre e rivoluzioni che subiva l’impero. Durante il pontificato di Simplicio che durò sino al 483 assistiamo alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nel 476 il barbaro Odoacre infatti depose l’ultimo imperatore Romolo Augusto. Nello stesso anno, Basilisco costrinse all’esilio l’imperatore Zenone e si appropriò del trono bizantino. In quegli anni la chiesa d’Oriente era minacciata dall’eresia monofisita che sosteneva la natura divina di Cristo e negava quella terrena. L’eresia trionfò nel Concilio di Efeso, ma due anni dopo venne riaffermata la dottrina ortodossa nel concilio di Calcedonia. Nonostante la grave situazione causata dalle invasioni barbariche Simplicio prese decisioni su molte questioni ecclesiastiche e una netta posizione contro l’eresia. Sappiamo che egli confortò gli afflitti, incoraggiò l’unità della Chiesa e rinsaldò la fede. A Roma eresse quattro chiese: la Basilica di Santo Stefano Rotondo al Clelio, la chiesa di Sant’ Andrea, la chiesa di Santa Bibiana e la non più esistente chiesa di Santo Stefano. Rispettoso dell’arte non solo costruì e restaurò molte chiese, ma salvò dalla distruzione i mosaici pagani della Chiesa di S. Andrea. Ordinò inoltre che il clero di tre sezioni designate, secondo un ordine predeterminato, dovesse farsi carico delle funzioni religiose che si svolgevano nelle chiese di San Pietro in Vaticano, San Paolo sulla Via Ostiense e di San Lorenzo sulla Via Tiburtina. Secondo Il Liber Pontificalis il giorno della sua morte coincide con 10 marzo del 483. Venne sepolto nel portico della chiesa di San Pietro in Vaticano. Simplicio viene nominato ben presto santo dalla Chiesa cattolica. Le sue reliquie si venerano nella cittadina di Tivoli.
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Papa Gregorio XVI
Il 9 giugno 1832 Gregorio XVI firma l’ordine di esecuzione dei lavori per la costruzione della celebre Villa Gregoriana di Tivoli. Le nostre guide turistiche sono a vostra completa disposizione per accompagnarvi nella passeggiata in questo bellissimo e romantico parco, oggi Patrimonio preservato dal FAI . La villa prenderà il nome del papa che il 7 ottobre del 1835 prese parte all’inaugurazione e fu testimone dell’ eccezionale salto della Grande Cascata di natura artificiale. Gregorio XVI fece infatti realizzare sotto il monte Catillo due cunicoli artificiali per il passaggio dell’Aniene in modo da smaltire le acque di piena del fiume nelle situazioni di emergenza. Si occupò inoltre della costruzione del Ponte Gregoriano, a cavallo dell’antico letto del fiume, che, in seguito alla deviazione del suo corso, rimase vivo soltanto come letto di deflusso delle acque in sovrappiù, che venivano utilizzate per scopi civili ed industriali. Il papa cercò di unire l’utile al dilettevole senza badare a spese. Egli fece molto per la città di Tivoli, la quale le fu sempre riconoscente. Nella Cronaca della città di Tivoli dal giugno 1846 al giugno del 1850 leggiamo “ La sera del primo di giugno il funesto annunzio della morte di Gregorio XVI accaduta nel mattino dello stesso giorno, turbò grandemente i Tiburtini, e tanto più li turbò perché fra loro di veruna sua infermità non si era fatta parola. La gratitudine di tutti i cittadini verso il defunto Pontefice, per le cui beneficenze la città non pure fu salva dai danni del fiume Aniene, ma potè coglierne lustro e prosperità, ispirò tosto in loro la pratica di quegli atti di religiosa espiazione, che temperarono l’amarezza del cuore, e fanno più vulnerabile e cara la memoria degli estinti. ” Ma chi era papa Gregorio XVI? Bartolomeo Alberto Cappellari nacque a Belluno il 18 settembre 1765. Era figlio di Giovanni Battista Cappellari e di Giulia Cesa, entrambi membri della piccola nobiltà bellunese. Sembra che ebbe avuto la vocazione all’età di 15 anni quando vide la sorella Caterina entrare in convento di monache cistercensi. L’elezione al pontificato avvenne inaspettatamente il 2 febbraio del 1831 dopo cinquantuno giorni di conclave. Non autorizzando la costruzione di ferrovie gli venne erroneamente attribuita la frase "La ferrovia è la strada per l’inferno". Egli affrontò con fermezza il tema della schiavitù, ancora radicato soprattutto nelle Americhe. Il 3 dicembre 1839, con l’enciclica In Supremo Apostolatus, Gregorio XVI condannò la schiavitù come "delitto". Morì il 1º giugno 1846 dopo diversi attacchi di erisipela. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro.
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Lucio Munazio Planco
Tra i personaggi illustri legati alla cittadina di Tivoli non possiamo non citare Lucio Munazio Planco. Egli fu un valoroso militare ed un intransigente politico romano del periodo della Repubblica. Apparteneva alla gens Munatia di origine tiburtina, nacque infatti a Tivoli da una famiglia di cavalieri nel 90 a.C. Il padre fu molto legato a Cicerone che seguì l’educazione di Lucio e dei suoi fratelli. Si arruolò nell’esercito nel 54 a.C. presso le legioni di Giulio Cesare in Gallia. Durante la guerra tra Cesare e Pompeo favorì il primo e nel 46 a.C. fu scelto da questo per far parte dei sei prefetti di Roma addetti al controllo dei disordini. L’ episodio è testimoniato da una moneta d’oro dove al diritto è rappresentata la vittoria con la scritta C CAES DIC TER ed al rovescio una brocca con la scritta L. PLANC PRAEF. VRB. Dopo la morte di Cesare fece a lungo una politica ambigua tra Antonio e i cesaricidi. Durante il triumvirato formato da Ottaviano, Marco Antonio e Lepido Munazio Planco si schierò dalla loro parte, rinunciando così all’amicizia con Cicerone loro oppositore. Quando i triumviri decisero di disfarsi dei loro nemici furono messi a morte il fratello e Cicerone. Planco fondò due colonie romane, le attuali città di Lione in Francia e di Augst presso Basilea in Svizzera. Nel 42 a.C. ottenne il consolato grazie all’appoggio di Lepido. Successivamente passò in Asia presso Antonio, che gli diede il governo dell’Asia e poi della Siria. Seguendo la sua politica opportunistica nel 32 passò dalla parte di Ottaviano. Durante una riunione del Senato Romano nel 27 a.C. decidendo l’appellativo da dare ad Ottaviano per onorarlo, Lucio Munazio Planco propose con successo l’appellativo di "Augusto". Il termine verrà poi attribuito a tutti i successori di Ottaviano. Nel 22 fu nominato censore. Lo scrittore Velleio Patercolo, a causa del suo atteggiamento opportunistico, lo definì "traditore per disposizione morbosa". Morì all’età di 90 anni a Gaeta nell’anno della nascita di Gesù. Qui le fu eretto un mausoleo di forma cilindrica alto circa 10 m. e con una circonferenza di circa 92, 50 m. Sulla porta dell’ edificio é posta una lapide dedicatoria racchiusa in una cornice rettangolare dove si legge Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, Console, Censore, Imperatore per due volte, settemviro degli epuloni, trionfatore di Rieti, costruì col suo bottino il Tempio di Saturno, divise i campi in Italia a Benevento, fondò in Gallia (Francia) le colonie di Lugdurno (Lione) e Raurica (Basilea).
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Tivoli in epoca romana
Il fascino di Tivoli è racchiuso nella sua storia millenaria più antica di quella di Roma. Il nome antico della città era Tibur e secondo la leggenda fu fondata dagli Aborigeni con il rituale della primavera sacra. Fu fondata cioè in seguito ad una migrazione in cui venivano imitati i movimenti ed il comportamento di un animale-guida, per trarne auspici e indicazioni sulla direzione del viaggio. Il poeta latino Virgilio definì Tivoli con il nome Tibur Superbum, il titolo compare ancora oggi nello stemma cittadino. L’insediamento arcaico si sviluppò nel VII-VI secolo a.C. sulla riva sinistra dell’Aniene. Il luogo fu scelto per la sua posizione favorevole, protetto da dirupi e precipizi, a controllo di un passaggio obbligato nel restringimento del fiume. Era infatti il punto di confluenza di diversi popoli per la transumanza delle greggi fra l’Agro Romano e l’Abruzzo. Di lì a poco vi sarebbe nata la via Tiburtina Valeria. La località dell’antica acropoli si chiama Castrovetere, oggi nota ai Tiburtini come “la Cittadella”. Nel V secolo a.C. Tivoli combatté duramente contro la popolazione italica dei Volsci, e nel IV secolo a.C. si ribellò, schierandosi con la Lega Latina, alla potenza di Roma per mantenere la propria indipendenza. Sottomessa dalla capitale dell’Impero Romano fu riconosciuta municipio romano con la Lex Iulia municipalis nel I secolo a.C. Nelle guerre contro Annibale Tivoli combatté fermamente a difesa di Roma tanto che il dittatore Quinto Fabio Massimo ordinò che si attuasse nella città la raccolta dei soldati. Rimase neutrale invece nelle lotte della Guerra Sociale e in quelle tra Mario e Silla. Il Senato di Tivoli , il cui palazzo era posto nell’attuale rione San Paolo, era composto da magistrati eletti tra i cittadini più meritevoli per censo, nobiltà e valore. Tra le più illustri cariche religiose troviamo quella dei Salii, sacerdoti al servizio del Santuario di Ercole Vincitore. Quest’ultimo era il più importante edificio religioso della città ed uno dei maggiori complessi sacri dell’architettura romana di II secolo a.C. Il santuario, posto sull’antico sentiero di transumanza delle greggi, rappresentava uno snodo economico cruciale per tutte le popolazioni dell’Italia centro-meridionale. A Tivoli erano presenti altri collegi religiosi tra cui gli gli Apollinari, gli Addrianali, i Veriani, gli Arvali e le Vestali. Importantissimi sono il tempio di Vesta, della Sibilla e della Tosse. A partire dalla fine della Repubblica molti nobili romani decisero di costruire nella città le proprie ville. Ancora oggi possiamo ammirare i resti di quelle di Orazio, Cassio, Publio Quintilio Varo e Manlio Vopisco. Perfino l’imperatore Augusto vi soggiornò ma la testimonianza più eclatante è la spettacolare villa dell’imperatore Adriano. Con Adriano e gli Antonini Tivoli ebbe un grande sviluppo urbanistico e demografico. Si costruì l’anfiteatro del Bleso e furono restaurati gli acquedotti.
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Il foro romano di Tivoli
È difficile è ricostruire la pianta dell’antica città Tivoli sulla base dei monumenti attualmente conservati. In uno stesso spazio si costruì più e più volte nel corso dei secoli, così da cancellare le tracce degli edifici più antichi. Tuttavia è stato possibile ricostruire il perimetro della cinta urbana localizzando alcune porte d’accesso: la porta a N-O, presso la Via del Colle, detta Porta Romana, la porta a S, presso la Via della Missione, detta Porta Aventia, la porta a S-E, non lontano dalla Piazza del Governo, detta Porta Varana, la porta ad E, presso la Via dei Sosii, detta Porta Maggiore, la porta a N-E, presso la Piazza Rivarola, detta Porta Cornuta. Il foro romano di Tivoli, fulcro dell’antica vita cittadina e punto di confluenza dei principali percorsi viari, era compreso tra le odierne Piazza Domenico Tani, Piazza Duomo, via del tempio d’Ercole e via di Canonica. Il più recente e principale studio sul sito dell’antico foro è l’opera di Cairoli Fulvio Giuliani, pubblicata all’ interno della Forme Italiae. Lo studioso elabora una carta archeologica in cui ricostruisce i limiti del foro, proponendone l’orientamento e le dimensioni. Corregge inoltre la posizione della Mensa Ponderaria e le sue dimensioni. L’area del foro si sviluppava nel punto in cui il leggero pendio, che discende dalle terrazze di Castovetere, dove sorgeva l’acropoli antica, diventava per un breve tratto pianeggiante. Il foro si apriva sul principale asse viario che collegava il cuore della città all’esterno, ovvero il tratto urbano della via Tiburtina. La costruzione del Santuario di Ercole Vincitore comportò l’ampliamento del Foro per mezzo di una terrazza che ne allargava i confini verso Ovest. I pellegrini del santuario salendo in città si trovavano di fronte a sé l’imponente foro. La basilica del Foro occupava il lato breve orientale della piazza quadrangolare , nel luogo dell’attuale Duomo che conserva nelle sue fondamenta un lungo tratto di muro in opus incertum quasi reticulatum costituente il lato meridionale delle fondazioni della chiesa. Dietro l’abside del Duomo, inoltre, si conserva una parete ad andamento curvo della stessa tecnica costruttiva. L’esistenza di questa Basilica è confermata dal rinvenimento di un’iscrizione che la menziona come donata alla città da un certo Orbius. Sul lato meridionale del Foro si conserva un edificio rettangolare coperto a volta, il cosiddetto Ponderarium della città. Si tratta di un edificio destinato a pubblica Pesa e ad ufficio di Annona, che conservava nei magazzini i campioni dei pesi ufficialmente riconosciuti nel commercio antico. Qui sono state rinvenute due mense ponderarie, una delle quali decorata con un tirso ed una clava a rilievo. Nelle vicinanze si conservano i resti di un Augusteum, riconosciuto tale per la presenza di una statua acefala di imperatore dedicata da M. Varena Difilo, vissuto in epoca augustea.
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La mensa ponderaria di Tivoli
Accanto all’imponente cattedrale di Tivoli, dopo il lavatoio pubblico chiamato dai tiburtini “La Forma”, si trovano i resti dell’antica Mensa Ponderaria. In epoca romana questa consisteva in un piano marmoreo su cui si aprivano cavità circolari di diametro e profondità diversi, equivalenti a campioni di misure di capacità. Si trattava cioè di uno strumento di misurazione, la sua funzione infatti era quella di verificare con precisione le misure in uso nelle attività commerciali. Le strutture murarie dell’edificio furono scoperte per caso nel 1883 da un certo Felice Genga. Gli scavi archeologici per riportare il complesso alla luce furono fatti a più riprese nel 1902, nel 1920 e nel 1925. Attualmente è in fase di restauro. L’area in epoca romana era occupata dal Foro, centro della vita politica e commerciale cittadina. Se siete interessati all’archeologia si organizzano visite guidate nel cuore della Tivoli romana. Le nostre guide turistiche saranno liete di accompagnarvi in un tuffo nel passato. La mensa era annessa alla Basilica, luogo dove in epoca romana si amministrava la giustizia. Su questa fu costruita successivamente la cattedrale. La mensa legata alle attività commerciali che si svolgevano nel Foro garantiva la regolarità delle compravendite. Era l’ufficio dei pesi e delle misure. Entrando nell’area rettangolare potrete vedere due tavoli in marmo bianco con all’interno una cornice, sorretti da pilastri raffiguranti un fregio e la clava di Ercole. I due tavoli, addossati ad un muro in opera reticolata, sono distanti tra loro circa 60 cm e presentano la medesima altezza. Sulla tavola più grande sono alloggiati quattro cavità circolari di varie dimensioni, mentre in quella più piccola ve ne sono solamente due, ma più piccole. Gli incavi sono equivalenti a misure di capacità standard ad uso dei magistrati preposti al controllo delle misure di capacità utilizzate dai negozianti per i liquidi ed anche per i cereali. Sarete colpiti dal pavimento in mosaico con al centro un pozzetto per gettare i liquidi. La mensa, si data al I secolo a.C. Fu realizzata da un certo Marcus Varenus Diphilus, sacerdote addetto al culto di Ercole nel vicino e grandioso santuario dedicato alla divinità. Il nome dell’uomo è inciso sui due tavoli. Al lato potrete notare una parete con un corridoio che conduce ad una porta di dubbia destinazione. Di fianco vi sono colonne, fregi ed un bassorilievo raffigurante Ercole con la pelle di leone intorno al collo e la clava.
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L’Augusteum di Tivoli
La cittadina di Tivoli, a circa 30 chilometri di distanza da Roma, offre ai suoi visitatori un’esperienza unica nei vari itinerari che ripercorrono la magnificente storia dell’Impero Romano. Giungendo alle attuali piazza Domenico Tani, Piazza Duomo, via del tempio d’Ercole e via di Canonica potrete ammirare i resti di quello che era l’antico fulcro della vita di Tibur: il foro romano. L’area si sviluppava nel punto in cui il leggero pendio, che discende dalle terrazze di Castovetere, dove sorgeva l’acropoli antica, diventava per un breve tratto pianeggiante. Il foro si apriva sul principale asse viario che collegava il cuore della città all’esterno, ovvero il tratto urbano della via Tiburtina. Durante la nostra visita guidata nella Tivoli romana potrete ammirare i resti dell’antico Augusteum. Si tratta di un edificio dedicato al culto dell’imperatore Augusto venerato come una divinità. Entrerete in una stanza con la parete di fondo semicircolare dove era alloggiata la statua dell’imperatore. La copertura è a volta, le pareti sono dipinte con motivi di festoni vegetali e il pavimento in lastroni rettangolari di marmo bianco. Le nostre guide turistiche porranno la vostra attenzione su una statua maschile seduta, oggi priva di testa. La statua acefala raffigura l’ imperatore Augusto e fu dedicata come potrete leggere dall’iscrizione, da un certo Marco Varena Difilo, personaggio vissuto in età augustea. L’uomo dedicò la stanza pro salute et reditu Caesaris, ovvero per la salvezza e il ritorno di Cesare Augusto. Nella stessa stanza è stata rinvenuta una testa dell’imperatore Nerva, ora al Museo Nazionale Romano. La testa di grandi dimensioni conferma che in tale ambiente veniva onorata la famiglia imperiale. Lo stesso Marco Varena Difilo, sacerdote addetto al culto di Ercole nel vicino e grandioso santuario dedicato alla divinità, fu responsabile della costruzione delle due mense ponderarie, alla destra dell’Augusteum. Il nome dell’uomo è inciso sullo spessore dei due tavoli utilizzati dai magistrati addetti al controllo delle misure di capacità utilizzate dai negozianti nelle compravendite. La mensa ponderaria era infatti in epoca romana l’ufficio dei pesi e delle misure. La mensa e l’Augusteum furono costruiti tuttavia in due momenti diversi e sorsero su un’area già edificata in precedenza che ne condizionò gli allineamenti.
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La Sibilla Tiburtina
Lo sapevate che a Tivoli in antichità viveva una maga alla quale accorrevano genti, provenienti da tutto il mondo conosciuto, per interrogarla sul proprio destino? Sto parlando della Sibilla Tiburtina. Le nostre visite guidate includono tra i vari itinerari il famoso tempio della Sibilla, dove la donna era venerata come una dea. Nel mondo antico esisterono diverse Sibille collocate in diversi luoghi del bacino del Mediterraneo: Italia (Cuma), Africa, Grecia (Delfi), Asia Minore. Tra queste ricordiamo la Sibilla Eritrea, la Sibilla Cumana e la Sibilla Delfica. Il significato della parola Sibilla è incerto: la versione più accreditata è “Vergine Nera”, poichè esse, che dovevano essere vergini per dedicarsi completamente al dio, formulavano le loro profezie all’interno di cavità naturali delle rocce, gli Antri delle Sibille, appunto, luoghi oscuri, bui e neri. Le profetesse esercitavano la loro attività oracolare in stato di trance. Affidando al vento benevolo le loro verità mostravano ai fedeli i loro responsi tramite il disperdersi delle foglie degli alberi. La Sibilla Tiburtina è ricordata come una delle sibille più famose. Viene menzionata da poeti come Varrone, Orazio, Tibullo, Virgilio e Servio. A lei è dedicato anche un passo nella Divina Commedia di Dante: «Così la neve al sol si disigilla; così al vento ne le foglie levi si perdea la sentenza di Sibilla». La Sibilla Tiburtina era la prediletta della dea Venere e sulle rive del fiume Aniene fu trovata la statua con in mano un libro, suo simbolo. I libri sibillini erano delle raccolte oracolari sui destini di Roma in lingua greca. La consultazione avveniva esclusivamente in situazioni di emergenza, come guerre, carestie, epidemie e catastrofi naturali e, strano ma vero, in caso di nascita di un essere androgino. Si racconta che un giorno la Sibilla Tiburtina offrì in vendita al re di Roma Tarquinio il Superbo nove di questi libri, dopo il rifiuto del re, ne distrusse tre e offrì gli altri allo stesso prezzo. Dopo un nuovo rifiuto, ne distrusse altri tre e riuscì a vendere gli ultimi che una volta comprati vennero gelosamente conservati nel tempio di Giove Capitolino a Roma. Nell’ 85 a.C. in seguito ad un incendio la raccolta andò bruciata e venne quindi sostituita da una nuova raccolta. I libri vennero depositati in una teca d’oro nel tempio di Apollo sul Palatino dall’imperatore Augusto e vi rimasero fino al 363 a.C. La Sibilla Tiburtina avrebbe predetto ad Augusto la nascita di Cristo. Un giorno l’imperatore le domandò se avesse potuto farsi adorare come un dio e lei gli rispose quale fosse l’unico dio al quale Augusto avrebbe dovuto offrire un sacrificio. Egli allora si inginocchiò e rinunciò alla deificazione. Donò un altare che fu collocato nella chiesa romana dell’Aracoeli. Nella sala San Bernardino del Palazzo Comunale di Tivoli è raffigurato tale episodio. L’Aracoeli, consacrata alla Madonna, fu fondata sul luogo dove si pensava che la Sibilla Tiburtina avesse predetto ad Augusto la nascita di Gesù, indicandogli il cielo dove si vedeva il Bambinello in braccio alla madre. Venite a Tivoli e nella magica terra della Sibilla. Ognuno di noi ha desiderato, almeno una volta nella vita, di poter conoscere il futuro. Con le nostre guide turistiche entrerete nel mitico e affascinante mondo oracolare.
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Il giardino di Villa D’Este
Villa D’Este venne commissionata dal cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia e Alfonso I Duca di Ferrara, nel 1550. I lavori proseguirono sotto il cardinale Alessandro d’Este e poi sotto il cardinale Rinaldo I. La villa restò proprietà degli Este fino al 1797 poi passò alla Casa Asburgo. Dal 1918 è proprietà dello Stato italiano e dal 1962 in consegna alla Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Lazio. La superficie della villa è di circa 4 ettari ma quando la visiterete, accompagnati dalle valenti guide turistiche del posto, vi sembrerà molto più grande, a causa di un effetto illusionistico appositamente ricercato. Gli ospiti accedevano alla villa dalla parte più bassa mediante un cancello posto sulla via Tiburtina. Il visitatore dunque, contrariamente a quanto si verifica oggi, saliva verso il Palazzo, che domina il giardino. Si aveva in questo modo una visione stupefacente del palazzo posto in alto ed in linea con il cancello. La vostra impressione invece sarà diversa, sia perché il nuovo ingresso è in alto nei pressi della Chiesa di Santa Maria Maggiore, sia per la notevole altezza dei cipressi presenti nel giardino che creano un’ atmosfera romantica oscurando l’originale idea di razionalismo. Il giardino rinascimentale presenta un aspetto geometrico, conservando la conformazione planimetrica dell’impianto cinquecentesco: un asse longitudinale centrale e cinque assi trasversali. Fu concepito come spazio completamente architettonico, cioè privo di spazi destinati alla coltivazione o alla caccia o a boschi. Durante la passeggiata incontreremo numerose fontane, giochi d’acqua, cascatelle, piccole grotte. Le nostre guide turistiche vi indicheranno scale e viali che offrono la possibilità di variare il percorso di salita o discesa. Ogni angolo è carico di simbolismo. Vi saranno mostrati i principali simboli sul quale è incentrato il giardino. Come noterete, domina il tema delle fatiche di Ercole, caro agli Este e alla figura del cardinale, è anche presente il paragone con gli orti delle mele d’oro delle Esperidi, che figuravano nel casato D’Este. Visitando le grotte di Venere e Diana vi accorgerete della contrapposizione del tema del Vizio e della Virtù. La prima dea è infatti il simbolo di piaceri, l’altra invece di virtù e castità. Chiari riferimenti sono anche al territorio tiburtino e quindi alla Sibilla e ai tre fiumi tiburtini quali l’Aniene, l’Albuneo e l’Ercolano.
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Il palazzo di Villa D’Este
Benvenuti a Villa D’Este. Sono la vostra guida turistica e oggi vi accompagnerò in questo luogo incantevole, elegante e ricco di fascino. La visita guidata alla villa vi farà vivere una giornata fuori dal presente! Villa d’ Este è un capolavoro del Rinascimento italiano. È una tappa imperdibile che vi lascerà senza fiato! Il cardinale Ippolito D’Este II, deluso per la mancata elezione papale, volle far rivivere a Tivoli i fasti delle corti europee e l’antico splendore della vicina Villa Adriana. Fece erigere così la villa nel 1550 nella cosiddetta Valle Gaudente. L’architetto Pirro Ligorio, responsabile dei lavori, scavò sotto la città di Tivoli un canale lungo 600 m che dal fiume Aniene portava una mole incredibile d’acqua fino alla villa, egli usando il principio dei vasi comunicanti realizzò tutti i giochi d’acqua tuttora visibili. Nella visita guidata entreremo nel lussuoso Palazzo e poi visiteremo il lussureggiante giardino caratterizzato da serie di terrazze e pendii degradanti, di collegamento alle numerose fontane. Concentriamoci ora sul palazzo. Fu costruito secondo linee sobrie, trasformando il vecchio palazzo del Governo, ospitato nel preesistente convento benedettino. L’edificio presenta due piani principali: il superiore, a livello del chiostro benedettino inglobato nella costruzione, riservato ai cardinali d’Este, e quello inferiore in cui si aprono i saloni di rappresentanza. Il piano nobile è costituito da dieci stanze le cui volte furono affrescate da Livio Agresti. La sala centrale, detta del Trono, presenta un soffitto ripartito in quattro parti: due vedute dell’Aniene, il Tempio della Tosse ed il tempietto di Vesta. Da qui si può uscire sulla terrazza e ammirare il bellissimo panorama. A conclusione del piano si trova la piccola Cappella, realizzata da Federico Zuccari. Il piano terreno con le sue nove sale rappresentanza, costituisce la parte di maggior rilievo del palazzo per gli affreschi di Muziano e dello Zuccari. Quest’ultimo dipinse il Convito degli Dei, nel centro del soffitto del Salone di Rappresentanza, dove è anche una fontana in mosaico, raffigurante il Tempio della Sibilla, e , su una parete il Progetto della Villa, realizzato dal Muziano. A sinistra del Salone Centrale si trova una sala con scene delle fatiche di Eracle. È possibile inoltre ammirare le due Stanze tiburtine, eseguite da Cesare Nebbia, a testimonianza della volontà di esaltare le vicende storiche di Tivoli relative alla fondazione della città ed ai miti ad essa collegati. Di effetto scenografico è la facciata caratterizzata da monumentali logge, di cui quella inferiore immette nella doppia scala, con cui si scende nel giardino.
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L’Appartamento Vecchio
Iniziamo la nostra visita guidata a Villa D’Este entrando nell’Appartamento Vecchio, ovvero le stanze del Palazzo adibite ad abitazione privata del cardinale Ippolito II D’Este. L’appartamento è rivolto a settentrione e si affaccia su uno splendido panorama, il quale costituisce la principale attrattiva dell’ala del palazzo. Alcune sale si affacciano sul Giardino Segreto ovvero il giardino privato del cardinale. Si trattava di un piazzaletto rotondo con sedili, chiuso da alti muri con finestre che si affacciavano verso il vasto giardino sul colle. L’ampia sala principale dell’Appartamento Vecchio è dedicata all’esaltazione delle Virtù Romane. Nella parte alta delle pareti potete vedere un’ampia fascia dove compaiono numerose figure allegoriche. Ci spostiamo ora nel terrazzo della sala che consente di godere di uno splendido panorama dei Monti Lucretili, Cornicolani e Sabatini fino ad arrivare ad ovest verso Roma e il mare. Passiamo ora alla sala successiva che fungeva da anticamera. Questa è decorata con medaglioni recanti figure simboliche che si alternano ad aquile araldiche. La stanza da accesso anche alla camera da letto di Ippolito II. Qui sono affrescate le personificazioni delle Virtù: Speranza, Letizia, Giustizia, Abbondanza, Pietà e Fortuna. Da qui si passa allo studio privato del cardinale dedicato ai mestieri e le occupazioni dell’uomo. Nell’ ambiente spicca la raffigurazione simbolica di Tibur Superbum circondata dalle figure del Falegname, Muratore, Fabbro e Ortolano. Da qui raggiungeremo la Cappella del Cardinale affrescata con episodi della vita della Vergine: la nascita, la presentazione al tempio, lo sposalizio della Vergine, la visitazione, L’annunciazione e la morte. Compaiono inoltre profeti e sibille, scene bibliche e il paesaggio tiburtino. Gli affreschi furono eseguiti da Federico Zuccari nel XVI secolo. Nella volta a botte della cappella spicca l’episodio dell’ Incoronazione della Vergine Maria. Il fulcro della cappella è il quadro che sormonta l’altare incorniciato da una fitta ghirlanda di frutti. Esso opera di un artista anonimo che operò nel primo decennio del XVII secolo ritrae la Madonna di Reggio. La particolarità del dipinto sta nel fatto che il Bambino Gesù siede leggermente discosto dalla Madonna anziché in braccio.
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Appartamento di Rappresentanza: Sala della Caccia, Sala della Gloria, Sala della Nobiltà, sala d’ Ercole
Una volta visitato l’Appartamento Vecchio, la vostra visita guidata alla splendida Villa D’Este di Tivoli, continuerà spostandovi attraverso una bellissima scala al piano inferiore del Palazzo. Giungerete così all’Appartamento di Rappresentanza. Il fulcro dell’Appartamento è il grande Salone del Convito, su due lati del quale si aprono da una parte le sale di Venere, di Mosè, di Noè e le due sale tiburtine e, dall’altra, la sala d’Ercole, la sala dei Filosofi e della Gloria D’Este, la sala della Nobiltà e la sala della Caccia. Inizieremo con la sala della Caccia. Qui vedremo le vivaci scene di caccia realizzate dal Tempesta, che si alternano a trofei di caccia e a raffigurazioni di cani ed uccelli. Gli affreschi dai toni morbidi e rilassanti ci offrono una preziosa testimonianza di come veniva effettuata la caccia all’epoca. Da qui passiamo alla sala della Gloria. Il soffitto della stanza è decorato con le personificazioni della Magnanimità, della Religione, del Tempo e della Fortuna. Nelle pareti invece compaiono libri all’interno di armadi, un cappello da cardinale color porpora e una mitra bianca. Segue la sala della Nobiltà, affrescata dalla scuola di Federico Zuccari. Potrete ammirare le otto erme effigianti importanti filosofi dell’antichità tra cui Pitagora, Platone e Socrate. Alzando gli occhi alla volta vedrete le figure allegoriche della Liberalità, della Nobiltà, della Generosità, dell’ Opulenza, dell’ Immortalità , dell’Onore e del Rerum Natura. Il visitatore viene esortato redimersi ed elevarsi moralmente. L’ultimo ambiente di questo lato prima di giungere al salone del Convito è la sala d’Ercole. Qui spicca l’imponente affresco che riproduce il concilio di tutte le principali divinità dell’Olimpo, tra cui scorgerete Bacco incoronato di pampini, Apollo con la lira , Marte con l’elmo, Venere con accanto l’alato Cupido, seguono Vulcano, Nettuno con il tridente, Giove che stringe in mano un fascio di fascio di saette, con a fianco Giuunone accompagnata da un pavone. Sullo sfondo si vedono Diana la cacciatrice, Cerere, dea delle messi incoronata da spighe, e la guerriera Minerva. Sulla sinistra si scorge Ercole di schiena che si appoggia sulla clava, cinto dalla pelle di leone nemeo.
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Il salone del Convito
Il cuore dell’Appartamento di Rappresentanza della Villa D’Este di Tivoli è il vasto e importante Salone del Convito. Prenotando la vostra visita guidata potrete ammirare il famoso Banchetto degli Dei dipinto da Federico Zuccari che campeggia sul soffitto. Il tema del convito celeste è molto ricorrente nel XVI secolo ed allude alla destinazione dell’ambiente a sala per banchetti. La scena centrale è circondata da un fitto colonnato che da all’affresco un consistente valore prospettico. Agli angoli della volta il pittore pose le raffigurazioni allegoriche delle Quattro Stagioni. Nelle decorazioni parietali del salone operarono anche altri famosi artisti che, come lo Zuccari, si distinsero nell’arte del Manierismo italiano. Sto parlando di Matteo Neroni e Girolamo Muziano. Essi hanno dipinto qui i più importanti possedimenti del cardinale Ippolito II D’Este, proprietario della villa. Si ricordano il Prospetto di Villa D’Este su uno dei lati brevi e Il complesso estense visto dalle peschiere su uno dei lati lunghi. Il primo affresco, realizzato dal Muziano, è particolarmente importante perché ci testimonia quale aspetto avrebbe dovuto avere la villa secondo il primitivo progetto. Possiamo vedere la villa suddivisa secondo criteri classici in cardi e decumani, cioè secondo linee rette che si incontrano ad angolo retto. Osservando ancora il dipinto notiamo che la facciata sul giardino era di dimensioni ridotte, gli avancorpi erano dotati di un altro piano, culminante in una sorta di torretta, il basamento era ricoperto di bugnato, così come gli spigoli del palazzo rinforzati in tal modo in tutta la loro altezza. Opposto a questo affresco, sul secondo lato breve, osserviamo il dipinto del Tempietto circolare della Sibilla con la sua cascata. Si tratta di un’originale fontana parietale contenente la raffigurazione di Tivoli nell’antichità. Nel dipinto compaiono i temi dell’aquila e dei pomi aurei delle Esperidi, che sovrastano la raffigurazione del Tempietto. È presente inoltre il motto del cardinale ab insomni non custodita dracone ovvero non custoditi dal drago insonne. Torna così il tema dei tre pomi d’oro e di Ercole.
Guida Turistica di Tivoli ALessandro Innocca

Appartamento di Rappresentanza: Prima Sala Tiburtina, Seconda Sala Tiburtina, Sala di Noè, Sala di Mosè, sala di Venere
La vostra visita guidata alla splendida Villa D’Este di Tivoli, continuerà spostandovi al piano inferiore del Palazzo. Le nostre guide turistiche vi accompagneranno all’Appartamento di Rappresentanza. Il fulcro dell’Appartamento è il grande Salone del Convito dove al centro del soffitto vedremo il Convito degli Dei dipinto dallo Zuccari mentre sulla parete destra l’affresco rappresentante il Progetto della Villa realizzato dal Muziano. Contigue al salone si aprono due stanze dedicate alla fondazione della città di Tivoli che contengono numerosi accenni all’eroe Ercole, protettore della città e del casato D’Este. Nelle pareti della Prima sala tiburtina è raffigurata La lotta di Ercole contro Albione e Bergione, i due giganti figli di Nettuno. Secondo il mito Ercole aveva ormai finito le frecce ed era sul punto di soccombere quando Giove fece piovere grosse pietre con le quali l’eroe riuscì ad avere la meglio sui giganti. Ulteriori dipinti sono La battaglia di Tiburto contro gli indigeni latini e i Sacrifici per la fondazione di Tivoli. Nella volta è illustrata invece La guerra dei Latini contro Catillo e Tiburto. In un piccolo riquadro a sinistra della finestra che si affaccia sul giardino vi è l’affresco della Costruzione della Fontana dell’Ovato. Passiamo ora alla Seconda sala tiburtina. La volta reca l’affresco di Cesare Nebbia del 1569 che raffigura Apollo contraddistinto dall’aureola a raggi e il cocchio. Sulle pareti vediamo Il re Anio annega nel fiume Parnesio, da allora chiamato in suo ricordo Aniene, mentre cerca di raggiungere la figlia Cloris rapita da Mercurio. Sono presenti inoltre gli affreschi Il cocchio di Venere trainato da delfini realizzato da Cesare Nebbia, Le divinità dei tre fiumi di Tivoli, La pazzia del re Atanes, Ino, moglie di Atanes diventa la Sibilla Albunea e due scene di Sacrifici offerti alla Sibilla. Adiacente alla Seconda sala tiburtina è la sala di Noè. Si tratta di un vasto salone da cui si accede sia al Giardino Segreto che al corridoio dove si trova la scalinata che conduce al piano superiore. Nella volta è raffigurato Noè in preghiera e sullo sfondo vi è l’Arca. Le pareti sono decorate con paesaggi marini. Prevale pertanto il tema dell’acqua. La sala successiva è quella di Mosè. Egli è ritratto nella volta della stanza mentre percuote una roccia facendovi scaturire una sorgente, così come il cardinale Ippolito II D’Este fece sgorgare le acque dalla Valle Gaudente per alimentare le fontane di villa D’Este. L’ultima stanza che vedremo è la sala di Venere la cui volta è decorata con la raffigurazione della dea mentre la parete ovest con la rappresentazione di una fontana a grotta tra due statue muliebri.
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La fama di Villa D’Este
Siamo a Tivoli, cittadina a 30 km da Roma, museo a cielo aperto che vanta bellezze architettoniche e paesaggistiche famose in tutto il mondo. Oggi vi accompagnerò in un’indimenticabile visita guidata a Villa D’Este. Dal 2001 la villa figura nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Nel 2013 è stato il dodicesimo sito statale italiano più visitato. Fu fatta erigere nel 1550 dal Cardinale Ippolito II d’Este che affidò i lavori all’architetto Pirro Ligorio. L’ideazione del progetto del palazzo e dei giardini spetta a quest’ultimo ma materialmente i lavori furono compiuti da G.A. Galvani da Ferrara. Entrando nella villa ammireremo le splendide fontane che prendono il nome dalle statue che vi sono collocate, le peschiere, i giochi d’acqua e le cascatelle. Nella sua conformazione architettonica a terrazzamenti ricorda i spettacolari giardini di Babilonia. Andremo ad esaminare i straordinari congegni che gli inventori del tempo crearono appositamente per stupire il visitatore ignaro e sorprenderlo con uno spettacolo inaspettato. Ben presto la fama della villa varcò le Alpi e ne esiste una famosa incisione del 1573 dedicata a Caterina de Medici, la madre di Carlo IX di Francia. Negli stessi anni villa D’Este fu ritratta nel Palazzo Farnese di Caprarola e a Villa Lante a Bagnaia. Le fontane della villa tiburtina servirono come modello per quella di Bagnaia. Nel 1581 il filosofo francese Montaigne dopo averla visitata ne descrisse con entusiasmo l’organo idraulico ed i meccanismi che producevano suoni ad imitazione di quelli della natura, civetta e uccellini, o simili a squilli di tromba o a scoppi di archibugi. Luigi Vanvitelli vi si ispirò per realizzare la villa Reale a Caserta. Il musicista Franz Liszt vi soggiornò nell’ultimo periodo della sua vita e dedico a villa d’Este la famosa composizione “Le Fontane di Tivoli”. Inoltre era amatissima dagli artisti del Grand Tour tra Settecento e Ottocento. Nel Settecento fu ampiamente riprodotta nelle opere del famoso artista francese Fragonard che si innamorò del suo giardino. Villa D’Este divenne così in poco tempo, insieme a Villa Gregoriana e villa Adriana, uno dei luoghi più visitati d’Italia, arrivando nel 2013 a 399.577 visitatori e un introito lordo totale di 1.957.712 Euro.
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Il Manierismo a Villa D’Este
Solo un personaggio eccentrico, facoltoso e di raffinata cultura come il cardinale Ippolito D’Este II poteva farsi costruire una residenza magnifica come quella di Villa D’Este a Tivoli. E’ il 1550 e ci troviamo in pieno Manierismo. Man mano che ci si inoltra nel ‘500 si osserva infatti il passaggio dal gusto classicista del primo Rinascimento all’elegante frivolezza del Manierismo. Questo si origina in Italia e trova le sue espressioni più eleganti nelle città di Firenze, Roma e Mantova. Successivamente è esportato in Francia, Spagna, Germania e Repubblica Cieca. Si tratta di un’arte colta, aristocratica e cosmopolita. Tra le sue caratteristiche fondamentali vi è la mancanza dello studio compositivo dello spazio. Alla realtà rinascimentale, percepibile in natura e riproducibile con leggi matematiche, si contrappone un mondo più soggettivo. La prospettiva viene sostituita pertanto con linee fluide, morbide e forzate che deformano il tratto reale. Le forme diventano plastiche, ritorte e assottigliate. La deformazione della realtà è voluta e ricercata. La scelta dei soggetti è ambigua e inquietante. Il desiderio è quello di suscitare enigmi e interrogativi. Nelle opere emerge la visione soggettiva e personale non solo dell’artista ma anche dell’osservatore che viene coinvolto al suo interno. Ve ne accorgerete quando osserveremo i numerosi affreschi che decorano il suntuoso Palazzo di Villa D’Este durante la vostra visita guidata. Le sale vennero decorate sotto la direzione di protagonisti del tardo manierismo romano come Livio Agresti, Federico Zuccari, Durante Alberti, Girolamo Muziano, Cesare Nebbia e Antonio Tempesta. Capiremo come il Manierismo tende a frazionare la scena in più parti separate non solo esteriormente, ma anche nella loro costruzione interna. L’occhio vi si perderà tra sfingi e grifoni che coprono le pareti in un connubio di colori e stimoli visivi. Gli accostamenti cromatici sono arditi e talvolta stridenti. L’ornato è così abbondante e sontuoso da suscitare stupore all’impatto visivo. Dominano le forme inusuali e i soggetti tratti dai miti classici, mentre è crollato l’interesse per la natura.
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Affresco Prospetto di Villa D’ Este di Gerolamo Muziano
Ci troviamo all’interno del Palazzo di Villa D’Este e propriamente nel vasto e imponente salone del Convito. Al centro del soffitto campeggia il Convito degli Dei dipinto dallo Zuccari mentre sulla parete destra possiamo ammirare l’affresco rappresentante il Progetto della Villa realizzato dal Muziano. L’artista è stato attivo nella pittura tardo-rinascimentale italiana e nel Manierismo. Nel 1560 divenne pittore di corte del cardinale Ippolito II d’Este e fu incaricato di sovrintendere le decorazioni delle sue residenze di Monte Giordano e Monte Cavallo (attuale Quirinale) a Roma e di villa d’Este a Tivoli. L’ affresco con il Prospetto di villa d’Este è particolarmente importante perché ci testimonia quale aspetto avrebbe dovuto avere la villa secondo il primitivo progetto. Possiamo vedere la villa suddivisa secondo criteri classici in cardi e decumani, cioè secondo linee rette che si incontrano ad angolo retto. La regolarità non poté essere seguita sul lato est a causa della presenza della Chiesa della Carità e per l’andamento sinuoso dei possedimenti tiburtini del cardinale Ippolito D’Este II, dovuto all’impossibilità di espropriare terreno all’interno della città di Tivoli. Il terreno espropriato nella Valle Gaudente era già molto e non si poteva chiedere ulteriore terreno alla cittadinanza, sebbene rispettosa e fedele. Tivoli aveva infatti accolto gradatamente il suo governatore il 9 settembre 1550. Ippolito all’inizio dovette accontentarsi di una parte del convento benedettino ma nel 1560 nominato governatore a vita acquisì numerosi terreni per costruirsi una villa degna del suo nome. Come possiamo vedere dal dipinto la facciata sul giardino sarebbe stata di dimensioni ridotte, gli avancorpi avrebbero dovuto essere dotati di un altro piano, culminante in una sorta di torretta, il basamento avrebbe dovuto essere ricoperto di bugnato, così come gli spigoli del palazzo rinforzati in tal modo in tutta la loro altezza. La raffigurazione della villa d’Este compare anche in un affresco di Villa Lante a Bagnaia. Questo costituisce un’ulteriore attestazione delle modifiche apportate al progetto originale di Pirro Ligorio.
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Il mosaico di Elle e Frisso
Villa D’Este è uno dei maggiori esempi di emulazione dell’antico. È il frutto di un preciso clima di entusiasmi archeologici. L’idea dei molti edifici sparsi nel giardino e dei numerosi giochi d’acque che potrete ammirare prenotando la vostra visita guidata è nata proprio osservando la vicina Villa Adriana. Anche lo spunto di alcuni elementi architettonici può essere fatto risalire all’antica villa dell’imperatore Adriano. Ad esempio il ninfeo ad Esedra nella fontana della città di Tivoli può essere stato imitato guardando il triclinio del Canopo a villa Adriana. Oppure la fontana dell’Ovato ha un chiaro collegamento con la Piscina Ovata della villa imperiale. Anche i dipinti illusionistici che potrete osservare al pian terreno del Palazzo richiamano all’antico. Per la decorazione dei ninfei e delle fontane sono utilizzati mosaici, conchiglie e marmi, ad imitazione dell’arte romana antica. Tra i mosaici non possiamo non citare quello di Elle e Frisso che pavimentava la Fontana di Proserpina. Il bellissimo mosaico fu rinvenuto a villa Manni, edificata sui resti dell’antica città romana Trebula Suffenas, nei pressi del Passo della Fortuna a Ciciliano. La città raggiunse il massimo splendore in epoca imperiale divenendo il centro politico ed economico dei Suffenati. Le nostre guide turistiche potranno accompagnarvi a quest’area archeologica dove potrete scrutare gli antichi tratti delle strade, le case, il foro, le tombe e le terme.
Villa Manni detta anche dei Lucilii è edificata proprio sulle terme, risalenti al II secolo d.C., Il mosaico di Elle e Frisso fu rinvenuto nel frigidarium durante gli scavi condotti da Faccenna del Secondo Dopo Guerra. Si tratta di uno splendido pavimento di 45 mq con tessere in bianco e nero in cui sono raffigurati Elle e Frisso. Secondo la leggenda Ino, seconda moglie di Atamante, falsificando il responso dell’oracolo di Delfi, avrebbe convinto il marito a sacrificare i figli, Frisso e Elle, a Zeus per far cessare la siccità. I due vennero però salvati dall’intervento della madre Nefele, che li fece fuggire in volo sull’ariete d’oro verso la Colchide. Ma, durante la fuga, Elle cadde nel braccio di mare che da lei prese il nome e vi affogò. Secondo un’altra versione la fanciulla fu salvata da Poseidone e da lui ebbe due figli Paion o Etonos. Nel mosaico possiamo vedere al centro Frisso sopra l’ariete dal vello d’oro. Egli ha lunghi capelli e manto svolazzante dietro le spalle. Sotto vediamo Elle con braccio proteso verso l’alto che sta per annegare. Intorno vi sono le Nereidi che cavalcano mostri marini, centauri e tritoni che suonano il flauto e un amorino su di un delfino. Il mosaico risale all’imperatore Antonino Pio e gli artigiani che lo eseguirono sono gli stessi che lavorarono ad Ostia antica. Il mosaico come detto fu portato a villa D’Este per la pavimentazione della Fontana di Proserpina e per molto tempo rimase soggetto al calpestio dei numerosissimi visitatori. Ora è conservato nei depositi del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli.
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Ercole e Ippolito a Villa D’Este
Nella vostra visita guidata a Villa D’Este a Tivoli vi renderete conto che in ogni sala del Palazzo, angolo o fontana del Giardino compaiono elementi simbolici basati sulla mitologia classica. Il proprietario della villa, il cardinale Ippolito D’Este II, dedica i giardini ai due eroi Ercole e Ippolito. Egli si riconosce in questi due protagonisti della mitologia classica avendo la castità, virtù che rese famoso Ippolito, di cui il cardinale condivideva anche il nome, e la capacità di grandi e faticose imprese come Ercole. Secondo la leggenda Ippolito era il figlio di Teseo e della regina delle amazzoni Ippolita. Era un giovane dedito agli studi e alla caccia che rifiutò le attenzioni di Afrodite in favore di quelle di Artemide. Per vendetta la dea fece sì che la sua matrigna, Fedra, si innamorasse di lui, sapendo che Ippolito l’avrebbe respinta. Fedra si uccise ma non senza aver scritto una lettera di addio, indirizzata al marito Teseo, in cui incolpava il giovane del suo suicidio in seguito ad una violenza carnale. Ippolito era vincolato da un giuramento a non menzionare l’amore di Fedra per lui e nobilmente si rifiutò di difendersi nonostante le conseguenze. Teseo, fuorviato dalla lettera, maledisse il figlio e chiese a Poseidone di vendicare la sua defunta sposa. Ippolito venne così abbattuto da un toro mandato dal mare che mandò nel panico i cavalli della sua biga e distrusse il veicolo. Artemide lo fece tornare in vita e gli restituì l’onore. Da allora Ippolito visse nella selva di Ariccia, sotto il nome di Virbio, ovvero “due volte uomo”. Sicuramente più nota è la figura di Ercole. Figlio di Giove e Alcmena, dimostrò sin dalla nascita la sua forza straordinaria. Era ancora nella culla quando uccise con le piccole manine due piccoli serpenti che stavano per dilaniarlo. L’eroe è noto soprattutto per le Dodici fatiche e per numerosi azioni memorabili dove dimostra un’incredibile forza fisica coniugata alla rettitudine morale. Nell’arte viene raffigurato come un uomo possente, che impugna una clava coperto da una pelle di leone che lo rende invulnerabile. Il cardinale Ippolito si riconosceva nell’eroe per la titanica impresa di terrazzamento della valle Gaudente di Tivoli nella costruzione di villa D’Este. Il difficoltoso lavoro poteva essere equiparato a una delle dodici fatiche di Ercole. Inoltre l’undicesima fatica riguardò proprio un giardino, il giardino delle Esperidi. Nel Giardino cresceva un albero di pomi d’oro. Esso era custodito dal drago Ladone e dalle tre Esperidi, Egle, Erizia ed Esperaretusa, figlie del titano Atlante. Euristeo impose ad Eracle di consegnarli i pomi. Eracle così si offrì di reggere il cielo al posto di Atlante purché egli gli portasse i frutti. Atlante colse i tre pomi e tornò da Eracle, ma ora che aveva apprezzato la libertà dal dovere di sostenere il cielo, disse ad Eracle che non avrebbe più voluto riprenderlo. Eracle decise così di usare l’astuzia: disse che, se avesse dovuto reggere il cielo per mille anni, si sarebbe dovuto sistemare meglio il carico sulle spalle e chiese quindi ad Atlante di reggergli il fardello per un momento. Egli ingenuamente accettò, lasciando a terra i pomi d’oro, cadendo nel tranello di Eracle il quale legò il titano e, una volta prese le mele, fulmineo corse a consegnarle a Euristeo. Viene da pensare che il cardinale Ippolito II paragonasse il giardino di Villa D’Este a quello delle Esperidi. Ercole era inoltre il protettore della città di Tivoli e del casato D’Este.
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La simbologia di Villa D’Este
Benvenuti a Villa D’Este! La visita guidata vi permetterà di entrare in uno dei giardini più incantevoli del mondo, tanto da essere inserito nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Le nostre guide turistiche saranno liete di accompagnarvi in questo luogo dove ogni angolo è carico di simbolismo. Domina il tema delle fatiche di Ercole. L’eroe della mitologia classica era caro agli Este e alla figura del cardinale Ippolito II . Quest’ultimo si riconosceva nell’eroe per la titanica impresa di terrazzamento della valle Gaudente di Tivoli. Ercole era anche il protettore dell’antica Tibur e a lui è dedicato il famosissimo santuario di Ercole Vincitore. Compare inoltre il paragone con gli orti delle mele d’oro delle Esperidi, che figuravano nel casato D’Este. Il cardinale Ippolito II paragonava il giardino di Villa D’Este a quello delle Esperidi. Un altro tema dominante è quello dell’eroe Ippolito, famoso per la sua castità, con il quale il cardinale condivideva anche il nome. I giardini di villa D’Este sono dedicati pertanto ad Ercole ed Ippolito. La simbologia della villa è però ancora più complessa. Durante la vostra passeggiata vedrete incrociarsi numerosi altri temi come la storia delle città di Tivoli e Roma che beneficiarono delle attività di costruttore e mecenate delle arti del cardinale. Chiari riferimenti sono anche al territorio tiburtino e quindi alla Sibilla e ai tre fiumi tiburtini quali l’Aniene, l’Albuneo e l’Ercolano. Fortissima è la presenza del tema delle Virtù e del Vizio. Ve ne accorgerete visitando le grotte di Venere e Diana. La prima dea è infatti il simbolo di piaceri, l’altra invece di virtù e castità. Il cardinale scelse le virtù come Ercole. Quest’ultimo divenuto adulto si ritirò in una grotta per decidere quale tipo di vita abbracciare. Qui gli apparvero due donne bellissime: una dignitosa e composta, l’altra più appariscente ed esuberante. L’eroe scelse la prima prediligendo la Virtù al Vizio. La stessa cosa fece il cardinale che al momento della sua vocazione fece decorare le stanze del piano superiore del Palazzo, che ospitava i propri appartamenti, con la raffigurazione delle Virtù cristiane. Importantissimo a villa D’Este è il tema dell’acqua. Essa può apportare la morte ma può anche avere valore salvifico. L’acqua è la vita. I due personaggi della religione cristiana più legati all’acqua sono Noè e Mosè. Il primo salvò l’uomo dal diluvio universale mentre il secondo fece attraversare il Mar Rosso agli Ebrei e quando fu nel deserto diede loro da bere percuotendo una roccia con la propria verga e facendone scaturire acqua. Questo episodio si concilia molto bene con la storia del cardinale Ippolito II D’Este che dalla roccia di Tivoli fece scaturire le acque che alimentavano le meravigliose fontane di villa D’Este. Noè e Mosè compaiono numerosissime volte nel contesto estense. Altri elementi iconografici ricorrenti sono l’aquila e i gigli degli Este. La simbologia che abbiamo esaminato si inserisce perfettamente nei gusti dell’epoca.
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Gli alberi e i fiori che un tempo decoravano Villa D’Este
All’interno di villa D’Este si possono ammirare cipressi pluricentenari, gigantesche sequoie e altre piante di notevole valore storico e paesaggistico che abbelliscono le numerose fontane, realizzate dall’ architetto Pirro Ligorio nel 1550. Ma quali alberi poteva vedere e i profumi di quali fiori annusare il visitatore di un tempo? In passato nella villa erano presenti più di oggi gli agrumi e gli olmi. Dell’ impianto originario facevano parte anche garofani, gigli, gelsomini, erbe aromatiche, viti, corbezzoli, mirti, lecci e allori. Questo tipo di flora, molto comune nella zona, è consueta in tutti i giardini di derivazione classica. I pini e i cipressi, che caratterizzano tutt’ora il giardino estense, furono inseriti nel XVII secolo. La struttura delle zone verdi della villa è ricostruibile grazie all’affresco di Girolamo Muziano nel salone del Palazzo oltre che dalle fonti letterarie. Sappiamo che al centro si trovava il Giardino dei Semplici con padiglioni e pergolati in legno ricchi di aranci, uva edera e gelsomini. A sud ovest vi erano due labirinti di mirti, allori e corbezzoli chiusi a valle da una serie di olmi per difendere il giardino dall’aria marina. I bellissimi olmi si trovavano precisamente nei pressi delle Peschiere, della Fontana dell’Ovato e nel viale tra la Fontana della Civetta ed il Portone di San Pietro.Lo storico Gian Battista Zappi nel 1576 racconta che nella villa crescevano edera, gelsomini e uva nera, la cui bontà attirava i principi e i cardinali di Roma. Ci dice inoltre che circa 80 bellissimi vasi di creta erano impiantati con melograni e limoni. Sappiamo inoltre che la parte centrale del giardino inizialmente fu lasciata libera dagli alberi. Dall’affresco Prospetto della villa di Girolamo Muziano possiamo vedere i quattro labirinti del giardino basso piantati con mirti, allori e ciliegie. La scelta progettuale era quella di dare un effetto di profondità dal basso verso l’alto per creare un effetto scenografico e un allontanamento prospettico del Palazzo. Pertanto gli alberi si intensificavano dalla zona in piano per arrivare ai fitti boschetti dei piani superiori. Adiacente al palazzo si trovava il Giardino Segreto, ovvero il giardino privato del cardinale Ippolito D’Este, a cui accedeva direttamente dalle sue stanze. Si trattava di un piazzaletto rotondo con sedili, chiuso da alti muri con finestre che si affacciavano verso il vasto giardino sul colle. Oggi l’assetto vegetale di villa D’Este è completamente mutato rispetto al giardino originario. Nel Seicento gli olmi furono sostituiti dai lecci nel lato sud ovest, e nei pendii collinari le viti e gli agrumi lasciarono spazio a pini e cipressi. I labirinti, i padiglioni, i pergolati in legno e il Giardino dei semplici furono sostituiti da parterres riccamente decorati. Nell’Ottocento si reintegrò l’antica vegetazione e si impiantarono specie mediterranee come il tasso, l’albero di Giuda, l’olivo e la palma da datteri. Si introdussero anche i cedri e le sequoie. Attualmente a villa D’Este vediamo prevalere le piante impiantate in occasione del restauro degli anni ’20 del XIX secolo, estranee all’antico contesto.
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Il Giardino nel Rinascimento
Villa D’Este a Tivoli illustra in maniera esemplare la cultura Rinascimentale all’apice della sua raffinatezza. Il suo giardino, esempio straordinario di giardino italiano del XVI secolo, è stato uno dei modelli su cui si è basato lo sviluppo dei giardini in tutta Europa. Prenotate la vostra visita guidata a Villa d’Este non ve ne pentirete! Entrerete accompagnati dalle nostre guide turistiche nel giardino delle meraviglie! Andiamo a vedere quali erano le principali caratteristiche dei giardini rinascimentali. Erano spazi chiusi intesi come luoghi di lusso e di rappresentanza. Esprimono il desiderio di creare un ambiente colmo di pace e di tranquillità in cui uomo e natura sono perfettamente conciliati. Ogni giardino di questo periodo comprende un bosco riservato alla caccia. Spesso vi è inserito un labirinto vegetale per sottolineare il senso di disorientamento che la natura può causare. Il bosco dona inoltre refrigerio nelle ore più calde. Nel giardino di Villa D’Este, come altri giardini dell’epoca, è presente un Giardino segreto. Si tratta di uno spazio chiuso e raccolto, luogo privilegiato per un più intimo contatto con la natura. Entrando nella villa possiamo ammirare inoltre varie grotte associate con le sorgenti e quindi con le misteriose forze naturali provenienti dalle viscere della terra. Ulteriori spazi che possiamo trovare a Villa D’Este e in tutti i giardini Rinascimentali sono la rete di sentieri che consente di indirizzare i visitatori lungo un percorso predeterminato. Questi saranno guidati in una sorta di itinerario iniziatico di rivelazione e conoscenza di sé. Caratteristico inoltre è il ricco patrimonio di opere d’arte, consistente principalmente in sculture, con il quale il proprietario suscita ammirazione e meraviglia tra i suoi ospiti. Ma l’elemento che più contraddistingue i giardini dell’Umanesimo è l’acqua. Bellissime vasche, fontane, cascate creano giochi d’acqua che lasciano senza fiato i spettatori. L’acqua serve ad introdurre il movimento in un contesto caratterizzato dall’immobilità dovuta ad alberi e statue. È un eterno fluire! Tipici sono inoltre alberi ed aiuole dall’aspetto curato e geometrico, come pioppi e lecci. Troviamo anche alberi da frutto spesso disposti in tralicci come viti, agrumi, melagrane, amarene, gelsi e meli cotogni. Piante esotiche come palme e ananas. Mentre tra le piante da fiore sono comuni i tulipani, i narcisi, i gigli e gli amarillidi.
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I secolari cipressi di Villa D’Este
Se siete turisti a Roma, vale la pena una visita guidata alla vicina cittadina di Tivoli per scoprire la bellissima Villa D’Este. La passeggiata tra le sue fontane e i suoi giardini è qualcosa da non perdere assolutamente. Non a caso Villa d’Este vanta il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Tra le zone più apprezzate del giardino di villa D’Este vi è la Rotonda dei Cipressi. Si trova nella parte più bassa del giardino, vicino all’originario ingresso del palazzo. Vi si giunge attraversando il piazzale prospiciente la Fontana di Nettuno e proseguendo in avanti, svoltando poi a sinistra. Si tratta di uno slargo circolare circondato da giganteschi alberi di cipresso. Le nostre guide turistiche saranno liete di accompagnarvi nel posto. Qui avrete una visione di insieme della villa, delle fontane e del paesaggio circostante. Alla vista dei maestosi alberi rimarrete stupiti ed estasiati. Questi alberi sono secolari e probabilmente sono tra i più antichi esempi d’Italia. In origine al posto dei cipressi qui vi erano un grande chiosco in legno, grandi pergole ed un anfiteatro di statue che raffiguravano le Arti Liberali. I pini e i cipressi, che caratterizzano tutt’ora il giardino estense, dandole un accento romantico furono inseriti nel XVII secolo. Gli ospiti dei cardinali estensi restavano di stucco una volta giunti dinanzi l’esedra circolare. Da qui tra il verde e i zampilli delle acque delle Fontane si scorgeva in alto il sontuoso Palazzo. Nell’opera il Notturno di Gabriele D’Annunzio sono cantati proprio questi cipressi “Essere il più alto e il più fosco cipresso di Villa D’Este”. Purtroppo oggi non godono di ottima salute ma come un tempo incutono ammirazione e stupore. Tra le condizioni ambientali sfavorevoli va in primo luogo segnalato l’eccessivo ombreggiamento di molte zone dovuto all’esposizione a settentrione del giardino. L’alto grado di ombreggiamento favorisce l’insorgere di fenomeni virosi e di attacchi fungini alle piante. La mancanza per moltissimi anni di interventi nutrizionali al terreno con le opportune concimazioni non ha giovato alla salute delle piante. Inoltre è stata disastrosa la ricopertura durante il dopoguerra dei fondi in terra battuta dei viali e dei piazzali con pavimentazioni in pietra o cemento. Queste impediscono la respirazione delle radici, incrementano nei mesi estivi la temperatura del suolo e ostacolano l’assorbimento delle acque piovane o di irrigazione.
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Il pino marittimo a Villa D’Este
Tra le specie arboree che potrete osservare nei giardini di Villa D’Este a Tivoli vi è il Pino Marittimo. Questa specie non molto comune nella zona, fu inserita, insieme ai cipressi, nel XVII secolo, sostituendo gli agrumi e le viti che sorgevano sui pendii collinari della villa. I fiori e le piante minute persero così d’ importanza a favore delle piante ad alto fusto. Il pino marittimo, nome comune per pinus pinaster, è un albero sempreverde originario dell’Italia, da cui si diffuse largamente nel resto del Mediterraneo. È particolarmente diffuso lungo le coste tirreniche e forma sia boschi in cui è l’albero predominante, sia altri misti, in cui la sua presenza è affiancata a quella del pino domestico e del cipresso. Può raggiungere i 30 m di altezza ma di solito è più basso. Presenta foglie aghiformi raggruppate a coppie o mazzetti di 3 o 5. Ha una corteccia spessa, molto rugosa, con un colore marrone scuro screziato di sfumature tendenti al viola. Negli alberi con un età avanzata è molto apprezzato l’effetto di colore che si crea sulla corteccia, dove vanno a mischiarsi in modo armonioso le tonalità marrone, rosso e porpora. Produce pochi rami e il suo fusto può essere dritto o lievemente curvo. Ha una bella chioma che si apre in una suggestiva colorazione verde scura. Essa è maggiormente espansa verso la cima, mentre nella parte inferiore dell’albero si presenta più rada. Il suo uso è prevalentemente finalizzato al rimboschimento o alla creazione di barriere frangivento, specialmente lungo le zone costiere. Predilige luoghi assolati. La sua condizione climatica ideale è quella marittima. Nella mitologia il pino marittimo evoca il mito della ninfa Pitys, nome greco del pino marittimo. Il pino marittimo possiede l’anima della giovane ninfa Pytis, amata sia da Pan , il dio dei boschi, che da Borea, il vento del Nord. Ella scelse Pan e Borea si vendicò, soffiando contro di lei con furore e precipitandola giù da una parete rocciosa. Lì, morente, la trovò Pan e trasformò in un pino. E da allora, quando Borea soffia, dalle pigne del pino sgorga una resina trasparente e profumata le lacrime di Pytis. Prenotate la vostra visita guidata a Villa D’Este, le nostre guide turistiche vi illustreranno il ruolo simbolico e culturale delle tante specie vegetali presenti.
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Alloro a Villa D’Este
Se siete amanti della natura e della botanica prenotando la vostra visita guidata a Villa D’Este potrete ammirare cipressi secolari, gigantesche sequoie, pini marittimi e altre piante di notevole valore storico e paesaggistico che abbelliscono le numerose fontane, realizzate dall’ architetto Pirro Ligorio nel 1550. Tra queste non possiamo non parlare dell’alloro. L’alloro è una pianta aromatica appartenente alla famiglia Lauraceae. È diffuso lungo le zone costiere settentrionali del Mar Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia e nell’Asia Minore. In Italia cresce spontaneamente nelle zone centro-meridionali e lungo le coste. Pur presentandosi molto spesso in forma arbustiva è un vero e proprio albero sempreverde che può raggiungere un’altezza sino a 10 m. Il fusto è eretto, la corteccia verde nerastra, le foglie verde scuro, lucide nella parte superiore e opache in quella inferiore e molto profumate. I fiori, di colore giallo chiaro, compaiono a primavera. I frutti sono drupe nere e lucide con un solo seme. La pianta può essere utilizzata in cucina, per aromatizzare carni e pesci, come rimedio casalingo per allontanare le tarme dagli armadi, per ricavarne liquori dalle proprietà digestive, stimolanti, antisettiche e tisane rinfrescanti. Le nostre guide turistiche a Villa D’Este vi narreranno dello spirito che risiede in esso. Nell’alloro vive Dafne , ninfa amata dal dio Apollo. Lei lo respinse e, per questo, fu trasformata in pianta. "..... poiché non puoi essermi sposa - disse Apollo dalle parole a lui messe in bocca da Ovidio - sarai almeno la mia pianta. O alloro, di te si orneranno/ i miei capelli per sempre....." L’alloro ha una natura celebrativa, posto sulla testa di qualcuno è sempre simbolo di potere su qualcun altro. E il potere fa vittime. La prima di un’innumerevole serie di vittime dei portatori di alloro fu, appunto Dafne. Dafne, cioè l’alloro, ha sempre ornato la testa dei vincitori o dei Poeti e decorato le tombe dei Vinti o comunque dei caduti. Per i Romani l’alloro era infatti una pianta sacra e simboleggiava la sapienza e la gloria. La presenza dell’alloro a Villa D’Este è coerente con i gusti dell’epoca. Nelle ville Rinascimentali infatti tutte le parti del terreno sono ridotte a forme geometriche, i viali guidano lo sguardo sui punti più interessanti come le fontane, i belvederi, i giochi d’acqua, gli spiazzi ameni e le statue. Poiché la vegetazione è plasmata con potature eccezionali, sono preferite le specie di alberi che possono essere potate come l’alloro, il cipresso, il mirto ed il leccio.
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I limoni, i mirti e gli alberi da frutto a Villa D’Este
Villa d’Este è situata nel centro storico della città di Tivoli. L’ingresso principale è situato a Piazza Trento, nelle vicinanze di Piazza Garibaldi. È una tappa imperdibile che vi lascerà senza fiato! È consigliato vivamente il supporto delle nostre valenti guide turistiche che vi accompagneranno tra le numerose fontane e i panorami spettacolari. Giunti nella villa gli ospiti del cardinale Ippolito II D’Este erano travolti dal profumo intenso dei limoni, dei mirti e degli alberi da frutto che crescevano nei suoi giardini. Questo tipo di flora, molto comune nella zona, è consueta in tutti i giardini di derivazione classica. Il giardino rinascimentale presentava infatti anche una zona avente finalità pratiche ovvero con piante utili. Si trattava dei cosiddetti “semplici” medievali impiegati per fare cosmetici e farmaci oppure alberi da frutto dall’aspetto invitante e colorato disposti in tralicci e spalliere. Melograni , viscioli e mele cotogne erano piantate anche nei vasi. Andiamo ora a vedere nello specifico la particolarità di queste specie floristiche. Il limone è un albero da frutto appartenente al genere Citrus e alla famiglia delle Rutaceae. Si pensa che i primi luoghi in cui sia cresciuto siano la Cina, dove veniva coltivato già prima della Dinastia Song (960-1279 d.C.),la regione indiana dell’Assam e il nord della Birmania. Intorno al 700 d.C. il limone si diffuse in Persia, Iraq e Egitto. In Europa la prima coltivazione di limoni è stata avviata in Sicilia, dopo il X secolo. L’albero raggiunge fino ai 6 metri di altezza. Il frutto è giallo all’esterno e quasi incolore all’interno, di forma sferica fino ad ovale. Il limone è usato in cucina ed in farmacologia come antiemorragico e disinfettante. Il mirto è una pianta arbustiva ella famiglia delle Myrtaceae, tipica della macchia mediterranea. Presenta una corteccia di colore grigiastro, foglie ovali-acute con molti punti traslucidi in corrispondenza delle glandole aromatiche e, fiori di colore bianco o rosa. I suoi frutti sono bacche di colore nero-azzurrastro. Al mirto sono attribuite proprietà balsamiche, antiinfiammatorie e astringenti, pertanto trova impiego in campo erboristico e farmaceutico per la cura di affezioni a carico dell’apparato digerente e del sistema respiratorio. Le sue bacche sono utilizzate per la preparazione del liquore di mirto propriamente detto, ottenuto per infusione alcolica delle bacche attraverso macerazione o corrente di vapore.
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Il Palazzo della Farnesina
Il Palazzo della Farnesina si trova a Roma, nella zona del Foro Italico,tra Monte Mario e il fiume Tevere. Spesso chiamato il palazzo è chiamato semplicemente Farnesina, in quanto l’area apparteneva ad uno dei Papi più famosi: Paolo III Farnese. Qui c’erano infatti i cosiddetti "Orti Farnesiani". Il Palazzo della Farnesina è sede del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana. La Farnesina è, insieme alla Reggia di Caserta, uno degli edifici più imponenti presenti in Italia. Con più di 1300 stanze e 9 piani occupa una superficie di 120.000 m2. Originariamente pensato come Palazzo del Littorio, cioè come sede di rappresentanza del Partito Nazionale Fascista, l’edificio avrebbe dovuto sorgere sull’allora via dell’Impero, oggi dei Fori imperiali. Nel 1937 l’edificio fu costruito invece nell’area del Foro Mussolini, oggi Foro Italico. Vi lavorarono gli architetti Enrico Del Debbio, Arnaldo Foschini e Vittorio Ballio Morpurgo. Nel 1940, mentre il cantiere era in piena attività, l’edificio cambiò destinazione d’uso e destinato ad accogliere gli uffici del Ministero degli Affari Esteri, fino al 1922 ospitato nel Palazzo della Consulta e successivamente presso Palazzo Chigi. La monumentalità dell’edificio si è inoltre rivelata un contenitore ideale per ospitare una raccolta di opere d’arte. Nel 1999 la Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del MAE ha avviato l’iniziativa di esporre al Palazzo della Farnesina un complesso di opere rappresentative dell’arte italiana del XX secolo. La Collezione Farnesina ripercorre la storia dell’arte del Novecento italiano attraverso le correnti dell’Art Nouveau, del Futurismo, della Metafisica, dell’Astrattismo, dell’Arte povera, della Transavanguardia e della Nuova Scuola romana. Fuori dal Palazzo della Farnesina si può ammirare la "Sfera Grande", opera del famosissimo sculture Arnaldo Pomodoro concepita per l’Expo di Montréal del 1967.


Palazzo Corsini alla Lungara
Palazzo Corsini alla Lungara è uno splendido esempio di architettura civile del Settecento a Roma. E’situato nel rione di Trastevere, proprio di fronte alla Villa Farnesina, altro edificio storico di Roma. Fu edificato alla fine del XV secolo dai Riario, nipoti di Sisto IV della Rovere. Dal 1659 visse nel Palazzo Riario Cristina di Svezia. Ancora oggi si può ammirare la cosiddetta sala dell’Alcova, dove la regina morì nel 1689. In seguito all’elezione al soglio pontificio di Clemente XII Corsini, il palazzo Riario alla Lungara venne acquistato dal casato Corsini con l’intento di ampliarlo con la costruzione di un edificio degno di un Papa. Il nuovo palazzo fu tenuto dalla famiglia Corsini fino al 1883. Oggi Palazzo Corsini alla Lungara, insieme a Palazzo Barberini, è sede della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, una delle più importanti Gallerie d’arte della città di Roma. Le otto sale allestite ad “incrostazione”,secondo l’uso secentesco di occupare fittamente le pareti, vantano capolavori dell’arte mondiale, tra cui quelli di Caravaggio, J. Bassano, A. Van Dyck, Rubens, Beato Angelico, O. Gentileschi, Murillo e Luca Giordano. Tra i capolavori ricordiamo: Madonna col Bambino di Andrea del Sarto; Ritratto del cardinale Neri Corsini senior di Baciccio; Trittico Giudizio di Beato Angelico; San Giovanni Battista di Caravaggio; Sacra Familgia di Fra’ Bartolomeo; La disputa di Gesù tra i dottori di Luca Giordano; Salomè con la testa di Giovanni Battista di Guido Reni; Venere e Adone di Jusepe de Ribera; San Sebastiano curato dagli angeli di Rubens. Palazzo Corsini alla Lungara ospita anche l’Accademia dei Lincei con la relativa Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana. L’Accademia Nazionale dei Lincei è una delle più antiche accademie italiane e la sua Biblioteca è una delle biblioteche storiche di Roma. Nel giardino di Palazzo Corsini, alle pendici del colle Gianicolo, ha sede l’Orto botanico di Roma.

Palazzo Spada
Nella piazza Capo di Ferro, nei pressi di piazza Farnese e Campo de’ Fiori, potrete ammirare Palazzo Spada. È il luogo delle illusioni ottiche e delle sorprese, uno dei gioielli rinascimentali di quella Roma segreta che quando lo scorgi per caso ti toglie il fiato! Palazzo Spada venne costruito nel 1540 per volere del cardinale Girolamo Capodiferro. Prende il nome, invece, da un altro prelato, Beniamino Spada, che acquistò il palazzo nel 1632, lo Stato italiano ne divenne proprietario nel 1927. In questo splendido edificio di Roma ha sede Il Consiglio di Stato della Repubblica Italiana e la Galleria Spada. La Galleria Spada ospita la collezione privata del cardinale Bernardino Spada comprendente dipinti, sculture antiche, arredi e mobili d’epoca. Nelle quattro sale dedicate alla pittura espone i capolavori di Andrea del Sarto, Guido Reni, Tiziano, Jan Brueghel il Vecchio, Guercino, Rubens, Hans Dürer, Caravaggio, Domenichino, Annibale Carracci, Salvator Rosa, Parmigianino, Francesco Solimena e Artemisia Gentileschi. All’interno di Palazzo Spada rimarrete incantati dinanzi la Galleria Prospettica Borromini. Questo capolavoro di trompe-l’oeil della falsa prospettiva fu realizzato tra il 1652 e il 1653 dal genio Borromini. La Galleria è frutto dell’interesse di Bernardino Spada per la prospettiva e i giochi prospettici. Egli probabilmente attribuiva a questa galleria il significato dell’inganno morale e dell’illusione delle grandezze terrene. La Galleria Prospettica Borromini è lunga 9 metri, ma grazie ad un eccezionale gioco prospettico tipico del periodo barocco, sarà percepita dal vostro sguardo come molto più profonda. La sequenza di colonne di altezza decrescente e il pavimento che si alza generano l’illusione ottica di una galleria lunga 37 metri. In fondo alla Galleria Borromini si trova una scultura che sembra a grandezza naturale, mentre in realtà è alta solo 60 centimetri!


Borromini e i Palazzi di Roma
Lasciati incantare dall’ itinerario tra i luoghi di Roma alla scoperta dei capolavori di Francesco Borromini. Passeggiate nell’arte barocca per ammirare i splendidi Palazzi di Borromini a Roma! Francesco Borromini, col suo antagonista Gian Lorenzo Bernini, è una delle due più originali e importanti figure dell’architettura del sec. 17° in Italia. La città di Roma ospita alcuni dei suoi più celebri capolavori. La carriera di Francesco Borromini come architetto iniziò nel 1625 come collaboratore nella costruzione di Palazzo Barberini, dapprima sotto la direzione di Carlo Maderno poi sotto la direzione di Gian Lorenzo Bernini. La scala interna del Palazzo Barberini dalla forma a spirale fu una delle sue prime opere indipendenti e ci dà già un’idea dei suoi futuri audaci progetti. All’interno di Palazzo Spada, situato nei pressi di piazza Farnese e Campo de’ Fiori, rimarrete incantati dinanzi la Galleria Prospettica Borromini. È il capolavoro di trompe-l’oeil della falsa prospettiva: la profondità virtuale della Galleria è di circa 35 metri ma le misure reali sono di 8, 82 m.! Su via Giulia si affaccia Palazzo Falconieri sede dell’Accademia di Ungheria. L’intervento del Borromini interessò soprattutto la facciata che da sul fiume Tevere. Egli realizzò due grandi erme barocche con busti femminei e teste di falco poste come lesene o cariatidi. All’interno di Palazzo Falconieri sono celebri i suoi dodici soffitti, ornati da fregi floreali in stucco. Palazzo Carpegna, che ospita l’Accademia di belle arti di San Luca (patrono dei pittori) è caratterizzato da una splendida rampa a spirale, costruita dal Borromini in sostituzione delle scale. La prima rampa del genere fu costruita dall’imperatore Adriano nel suo mausoleo, l’attuale Castel Sant’Angelo. Su Piazza di Spagna si affaccia Palazzo di Propaganda Fide. Il primo architetto incaricato dei lavori fu Gianlorenzo Bernini, che fu sostituito nel 1644 da Francesco Borromini, preferito dal committente, papa Innocenzo X. Tra il 1644 e il 1647 ebbe l’incarico da Innocenzo X di presentare progetti per un casino nella villa di San Pancrazio, per il palazzo e per il collocamento di una fontana con obelisco in Piazza Navona e per il rinnovamento della basilica di San Giovanni in Laterano.Tuttavia i progetti elaborati da Borromini per il Palazzo Pamphili e per la fontana in piazza Navona non furono attuati.

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Il Gianicolo e Villa Pamihili
Villa Doria Pamphilj è il parco pubblico più grande di Roma. Situata sul colle Gianicolo è ancora delimitata da antichi tracciati romani come via Aurelia Antica. Nelle vicinanze si trovano il rione Trastevere, la Città del Vaticano e la Villa Farnesina. Villa Doria Pamphilj fu progettata agli inizi del Seicento dallo scultore Alessandro Algardi e dal pittore Giovanni Francesco Grimaldi su commissione di Camillo Pamphilj. Splendido il Casino del Respiro, più noto come Villa Algardi, posto al centro del parco, circondato da un agrumeto e da curatissimi giardini all’italiana. Nel 1849 la villa fu teatro di una delle più cruente battaglie per la difesa della "Repubblica Romana". Durante uno degli assalti morì il colonnello Angelo Masina e fu ferito a morte Goffredo Mameli. Dopo l’Unità d’Italia il colle Gianicolo divenne un grande parco pubblico e una sorta di memoriale del Risorgimento. Sul piazzale di San Pietro in Montorio, nel 1879, fu costruito un "Monumento ai caduti per la causa di Roma Italiana", oggi scomparso. Nel punto più alto del colle potete ammirare le statue equestri di Garibaldi e di Anita. Nel piedistallo sono conservate le spoglie di Anita. Nel declivio sotto il Fontanone di Paolo V e lungo la via del Gianicolo che scende verso San Pietro potrete vedere mezzibusti marmorei e ritratti di illustri garibaldini. Stiamo parlando dei Mille e dei combattenti che avevano resistito per settimane, con Garibaldi, alle truppe francesi di gran lunga più numerose e meglio armate. Il colle Gianicolo è uno dei colli più romantici della città di Roma. Sorge alle spalle di Trastevere e si estende fino alla Basilica di San Pietro. In cima al colle il panorama è mozzafiato! Qui tutti i giorni a mezzogiorno un cannone spara a salve. Lo sparo è udibile fino al colle Esquilino. Una delle attrazioni assolutamente da non perdere è il Tempietto del Bramante, il miglior esempio di architettura rinascimentale a Roma. L’edificio risale al 1502 e fu eretto dal genio del Rinascimento Bramante, per ricordare il presunto luogo dell’esecuzione di San Pietro. Se amate la natura, recatevi all’Orto Botanico, qui potrete ammirare circa 8000 specie di piante.

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Villa Borghese

Villa Borghese è uno dei spazi verdi più amati dai Romani e terzo parco pubblico più grande di Roma dopo villa Doria Pamphilj e villa Ada. Villa Borghese è il cuore verde di Roma. La villa si trova fra la zona di Piazzale Flaminio, Porta Pinciana ed i novecenteschi quartieri Salario e Pinciano. Alla costruzione collaborarono architetti illustri come l’olandese Jan Van Staten e alla sistemazione dei giardini partecipò anche Girolamo Rainaldi. La villa doveva riservare sorprese in ogni suo angolo, dai Giardini segreti, col Casino dell’Uccelliera e quello della Meridiana, opera di Rainaldi, alla Valle dei Platani, da Piazza di Siena. All’interno dei villa Borghese si trova la Villa Borghese Pinciana. La Villa Borghese Pinciana è sede della Galleria Borghese, autentico scrigno di tesori d’arte. Frutto del collezionismo del Cardinale Scipione Borghese, un museo unico al mondo per il numero e l’importanza delle sculture del Gian Lorenzo Bernini e delle tele del Caravaggio, Raffaello e Tiziano che ospita. un museo unico al mondo per il numero e l’importanza delle sculture del Gian Lorenzo Bernini e delle tele del Caravaggio che ospita. Dalla villa Borghese si giunge al Bioparco e alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea. Salendo la grande scalinata incontriamo il laghetto di villa borghese con il Tempietto di Esculapio e poco distante l’Orologio ad acqua. Eccoci finalmente giunti al Pincio. È parte di Villa Borghese all’interno delle Mura Aureliane e va dalla terrazza su Piazza del Popolo a Villa Medici. Il Pincio è uno dei luoghi più romantici e pittoreschi della Capitale; un colle di Roma, (non uno dei Sette Colli), dal quale si gode di una vista mozzafiato su Piazza del Popolo. Proprio qui, nella tomba dei Domizi, furono conservate le ceneri dell’imperatore Nerone. Moltissimi personaggi famosi hanno attraversato i viali alberati del Pincio, tra questi ricordiamo, ad esempio, Keats, Strauss, Mussolini, Gandhi. Tornando indietro incontriamo un luogo dedicato ai bambini a Villa Borghese: la Casina di Raffaello. Proseguendo oltre la Piazza di Siena, sede del concorso ippico, La fontana dei cavalli marini e Via Trombadori ci conducono all’uscita.

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Cento Fontane

Le Cento Fontane è uno dei luoghi più spettacolari della Villa D’Este a Tivoli. Ha fatto da sfondo a numerosi film, come la scena del banchetto nel "Ben Hur" di Wyler.
Il viale delle Cento Fontane, taglia da est ad ovest tutto il giardino di Villa D’Este,unendo la Fontana della Rometta alla Fontana dell’Ovato. Lungo un centinaio di metri, questo ampio asse longitudinale iniziato nel 1569, ospita precisamente novantaquattro fontane. Tra i zampilli possiamo ammirare aiuole e fiori colorati. L’intero viale è pavimentato con pregiati marmi della Roma antica.
Il viale delle Cento Fontane rappresenta il corso dei tre fiumi nati dal monte Tiburtino: l’Aniene, l’Albuneo e l’Ercolaneo, affluenti del Tevere. Vediamo infatti un lungo canale fiancheggiato da tre canali sovrapposti con giochi d’acqua che fuoriescono da fontanelle a forma di maschere zoomorfe. Il canale superiore è decorato da gigli della casata d’Este, aquile e obelischi. Il canale centrale reca riquadri in stucco con scene tratte dalle Metamorfosi del poeta latino Ovidio. Si presentava come un lungo libro illustrato che raffiguravano scene del XIV libro delle Metamorfosi, narrante la morte e divinizzazione di Ercole.
Dalla splendida balconata posta a metà del viale delle Cento Fontane ammiriamo la sottostante Fontana dei Draghi a cui si accede grazie ad una spettacolare doppia scala circolare. Come per La Rotonda dei Cipressi, le Cento Fontane hanno ispirato Gabriele D’Annunzio nella sua opera Elegie Romane.
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Fontana dei Draghi

La Fontana dei Draghi è una delle più imponenti fontane di Villa D’Este a Tivoli.Vi si accede dal viale delle Cento Fontane tramite una spettacolare doppia scala circolare che l’ abbraccia armoniosamente. Una leggenda la vuole costruita in una sola notte in previsione della visita di papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), sul cui stemma spiccava un drago.
La Fontana dei Draghi è costituita da quattro busti di drago da cui fuoriescono potenti getti d’acqua, sormontati da un alto zampillo centrale che era possibile disattivare causando dei rumori simili a ruggiti. Ai lati vediamo due delfini. Sulle colonnette un canale crea un piccolo ruscello di acque, e vasi innalzano zampilli terminanti a circolo nella vasca dei draghi.
I draghi alludono al mitologico Ladone, custode del giardino delle Esperidi, dotato di cento teste. Nella nicchia retrostante si trova una statua di Ercole. Originariamente la fontana era detta della Girandola, per i complicatissimi meccanismi idraulici ideati da Tommaso da Siena, che riproducevano in una velocissima sequenza di spari, scoppi di petardi, tuonate di cannoni, esplosioni e colpi laceranti di armi da fuoco: una girandola di fragori e rumori di ordigni da fuoco, ispirata a quella di Castel Sant’Angelo a Roma.
In fondo, all’estremità opposta, possiamo ammirare la Fontana della Civetta e la Fontana di Proserpina.
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Fontana Dell’Organo

La Fontana Dell’Organo è la più fantastica e ingegnosa creazione della Villa D’Este a Tivoli. Un prodigioso meccanismo ad acqua presente al suo interno produce dei sorprendenti motivi d’organo! La sua costruzione fu iniziata nel 1568 da Luca Clerico e Claude Venard, le erme di travertino a braccia conserte sono opera di Pirrin del Gagliardo.
La Fontana Dell’Organo è caratterizzata da un prospetto monumentale con al centro in una grande nicchia, un tempietto ottagonale coperto da una doppia cupola. Alla base vi è una terrazza con una balaustra. Ai lati, due nicchie più piccole ospitano, a destra la statua di Orfeo e a sinistra la statua di Apollo. Le nicchie sono inquadrate da quattro lesene con telamoni, ovvero figure maschili che reggano la trabeazione. Al piano superiore, due bassorilievi, inquadrati da cariatidi, corrispondenti femminili dei telamoni, con scene mitologiche: la contesa musicale d Apollo e Marsia a sinistra e Orfeo che ammansisce gli animali a destra. Il tempietto centrale è un organo che grazie ad un meccanismo idraulico emette musica. Fu il cardinale Alessandro d’Este a far aggiungere il piccolo tempio, realizzato dal Bernini, per proteggere l’organo idraulico. Siamo in debito con Claude Venard per la realizzazione del sorprendente meccanismo sonoro. Il funzionamento è garantito da un cilindro dentato azionato dall’acqua, che va a percuotere una tastiera producendo sonorità fantastiche.
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Fontana dell’Ovato

La Fontana dell’Ovato detta anche, per la sua bellezza, “Regina delle fontane”, è la più barocca delle fontane della Villa D’Este a Tivoli. Fa parte di un complesso programma iconologico ideato nel 1567 dall’architetto Pirro Ligorio e comprendente anche la Fontana di Pegaso, le Cento Fontane e la Fontana della Rometta: un sistema che allude metaforicamente alla natura del territorio circostante, con la rappresentazione del monte Tiburtino, la ricostruzione artificiale della morfologia delle rocce e delle grotte, la descrizione dei fiumi di Tivoli. La Fontana dell’Ovato rappresenta infatti, la città di Tivoli con i suoi monti, i suoi fiumi, le sue cascate e le sue divinità.
Detta anche la fontana di Tivoli o Fontana Regina, è un grande bacino ovale che ha il suo fulcro nella statua che raffigura la Sibilla Tiburtina o Albunea, divinità protettrice della città di Tivoli e artefice dei leggendari libri Sibillini, raccolte oracolari scritte in greco che l’imperatore Augusto, dopo l’85 d.C., fece depositare in una teca aurea nel tempio di Apollo sul Colle Palatino. Secondo il mito, la Sibilla profetizzò al mondo la nascita di Cristo. Vicino la Sibilla notiamo le personificazioni dei fiumi Aniene ed Ercolaneo. Dietro la montagna vi è la statua del cavallo Pegaso, legato al mito delle muse, allusione al mecenatismo del cardinale Ippolito D’Este, protettore di artisti e letterati.
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Fontana della Civetta

La Fontana della Civetta è una delle più antiche fontane di Villa D’Este. Iniziata da Giovanni Del Duca, nel 1566 fu portata avanti da Raffaello Da Sangallo, poi Ulisse Macciolini e ultimata da Leonardo Sormano.
Questa fontana, che nel progetto di Pirro Ligorio si incontra scendendo dalla Fontana della Rometta, rappresenta l’apoteosi della megalomania del cardinale Ippolito d’Este.
La Fontana della Civetta è una grande nicchia sormontata da un arco trionfale. È inquadrata tra due colonne realizzate a mosaico con raffigurazione di tralci di frutti dorati. In alto notiamo lo stemma del cardinale Ippolito D’Este tra due angeli, sormontato dall’aquila e dai gigli estensi. Anche in questo caso, come per la Fontana dell’Organo, ci troviamo dinanzi ad un congegno idraulico che sfrutta la caduta dell’acqua. La Fontana della Civetta è dotata infatti, di un meccanismo idraulico grazie al quale degli uccellini, poggiati su rami d’olivo in bronzo, cantano fino all’apparire di una civetta.
Dalle incisioni del Venturini sappiamo che la zona antistante alla fontana presentava numerosi scherzi d’acqua ovvero getti d’acqua che venivano azionati a intermittenza e che dal basso schizzavano i visitatori. Ora la Fontana della Civetta è perfettamente innocua!
Risalendo possiamo riprendere il viale delle Cento Fontane.
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Fontana della Rometta

La Fontana della Rometta è una delle più belle fontane della Villa D’Este a Tivoli. Insieme alla Fontana dell’Ovato e alle Cento Fontane, realizzate dall’architetto Pirro Ligorio, rappresenta la natura ed il territorio tra Tivoli e Roma, e i legami culturali e politici tra le due città. La Fontana della Rometta, posta in direzione della città di Roma, chiude idealmente il percorso simbolico.
Costruita dal 1568 dal fontaniere Curzio Maccarone, in essa comparivano i più importanti monumenti della Roma in epoca classica: Porta Flaminia e Porta San Paolo, il Pantheon, il Colosseo, la Colonna Traiana, gli archi di Tito e Costantino e l’acquedotto Claudio.
Procedendo da sinistra a destra vediamo una montagna artificiale con una cascata d’acqua e la statua della personificazione del fiume Tevere in cui confluisce il fiume Aniene. Più in alto possiamo notare la statua che rappresenta l’Appennino, dove nascono i fiumi Aniene e Tevere. L’Appennino è raffigurato come un giovane uomo di spalle che regge la pietra. Da questo punto l’acqua scorre fino ad una vasca in cui al centro possiamo ammirare una navicella sormontata da un obelisco, allusione all’isola Tiberina e il tempio di Esculapio. Sul bordo della terrazza vediamo la statua raffigurante Roma vittoriosa e la Lupa Capitolina che allatta i gemelli Romolo e Remo. Scendendo i scalini sulla sinistra possiamo giungere alla Fontana di Proserpina.
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Fontana di Nettuno

La Fontana di Nettuno è la più imponente e scenografica tra le fontane di Villa D’Este. Altissimi i getti d’acqua dietro i quali spicca la più ingegnosa creazione della villa, ossia l’imponente Fontana dell’Organo. Guardandola dal basso sembra quasi un unico insieme con la Fontana dell’Organo.
La Fontana di Nettuno fu realizzata nel 1927 ad opera di Attilio Rossi, originario di Castel Madama, con la collaborazione dell’ingegnere Emo Salvati, restaurando la suggestiva cascata del Bernini, fortemente degradata. La bellezza della fontana del Bernini fu modello per numerose fontane settecentesche, comprese quelle della celebre Reggia di Caserta.
Al centro, tra gli altissimi zampilli d’acqua che prendono i colori dell’arcobaleno se illuminati dal sole, scende una spettacolare cascata in fondo alla quale, attraverso il velo d’acqua, il busto del dio Nettuno. La statua fu realizzata nel Rinascimento e doveva essere collocata nella Fontana del Mare, mai realizzata dal cardinale Ippolito II D’Este a causa delle difficoltà economiche. Da altre vasche di forma circolare su più livelli sgorga altra acqua in numerosi zampilli per poi riversarsi nelle prospicienti Peschiere. A metà troviamo i due affacci con le Grotte delle Sibille praticabili e intercomunicanti tra loro, dove il rumore delle acque prepotentemente scroscianti è assordante.
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Fontana di Proserpina

La Fontana di Proserpina a Villa D’Este doveva essere, nel progetto dell’architetto Pirro Ligorio, un cenacolo all’ aperto per gli ospiti del cardinale Ippolito II D’Este. Si scendeva dalla Fontana della Rometta, si mangiava alla Fontana di Proserpina e si parlava o ascoltava il cinguettio degli uccellini alla Fontana della Civetta.
La Fontana di Proserpina è costituita da un’ampia nicchia con un arco trionfale con ai lati quattro colonne, realizzate ad imitazione delle colonne tortili della Basilica Vaticana a Roma. Originariamente la fontana di Proserpina, detta anche fontana degli Imperatori, ospitava le statue degli imperatori romani che avevano avuto dei possedimenti nei pressi della città di Tivoli, ossia Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, Traiano e ovviamente l’imperatore Adriano che a Tivoli aveva fatto costruire la sua lussuosa residenza: la famosissima Villa Adriana. Successivamente nella nicchia centrale fu inserito il gruppo scultoreo di Plutone che rapisce Proserpina. Plutone è effigiato nell’atto di portare via Proserpina su una barca a forma di una conchiglia trainata da due cavalli.
La Fontana di Proserpina è racchiusa da due rampe ricurve di scale che consentono di salire alla terrazza superiore e alla Fontana della Rometta.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Giardino di Villa D’Este

Il meraviglioso giardino di Villa D’Este, capolavoro del Rinascimento italiano, figura nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. È opera del celebre architetto Pirro Ligorio. Le fontane con i loro splendidi giochi d’acqua, i rigogliosi alberi e le piante di varie specie rendono il giardino di Villa d’Este uno dei più belli al mondo.
Illustre esempio del giardino rinascimentale, esso presenta una conformazione planimetrica costituita da un asse longitudinale centrale e cinque assi trasversali. Gli alti cipressi creano un’ atmosfera romantica oscurando l’originale idea di razionalismo.
L’ ingresso originario, era posto suggestivamente in basso, sull’antica via del Colle, vicino alla chiesa di San Pietro. Il visitatore dunque, contrariamente a quanto si verifica oggi, saliva verso il Palazzo di Villa D’Este. Si aveva in questo modo una visione stupefacente del palazzo posto in alto ed in linea con il cancello. Oggi l’ingresso è in alto nei pressi della Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ogni angolo è carico di simbolismo: domina il tema delle fatiche di Ercole, caro al cardinale Ippolito D’Este; presente anche il paragone con gli orti delle mele d’oro delle Esperidi, che figuravano nel casato D’Este; inoltre il tema del Vizio e della Virtù e i riferimenti al territorio tiburtino e quindi alla Sibilla e ai tre fiumi di Tivoli quali l’Aniene, l’Albuneo e l’Ercolano. Imperdibili le fontane dell’Organo, dell’Ovato, della Rometta, della Civetta, di Proserpina dei Draghi e le Cento Fontane.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Palazzo del cardinale Ippolito II d’Este

Villa d’ Este è un capolavoro del Rinascimento italiano. Fu commissionata nel 1550 dal cardinale Ippolito II d’Este, figlio di Lucrezia Borgia e Alfonso I Duca di Ferrara. Il cardinale, deluso per la mancata elezione papale, volle far rivivere a Tivoli i fasti delle corti europee e l’antico splendore della vicina Villa Adriana, residenza dell’imperatore Adriano.
Il lussuoso Palazzo di Villa D’Este con il lussureggiante giardino fu costruito, su progetto di Pirro Ligorio, trasformando il vecchio palazzo del Governo, ospitato nel preesistente convento benedettino di Santa Maria Maggiore. È articolato su due piani principali: il superiore, a livello del chiostro benedettino inglobato nella costruzione, riservato ai cardinali d’Este, e quello inferiore in cui si aprono i saloni di rappresentanza. Bellissima la sala centrale del Piano Nobile, detta del Trono, con un soffitto ripartito in quattro parti: due vedute dell’Aniene, il Tempio della Tosse ed il tempietto di Vesta. Da non perdere la piccola Cappella, realizzata da Federico Zuccari. Il Pian terreno costituisce la parte di maggior rilievo per gli affreschi di Muziano e dello Zuccari. Quest’ultimo dipinse il Convito degli Dei, nel centro del soffitto del Salone di Rappresentanza, dove è anche una fontana in mosaico, raffigurante il Tempio della Sibilla, e , su una parete il Progetto della Villa, realizzato dal Muziano. A sinistra del Salone Centrale si trova una sala con scene delle fatiche di Ercole. Suggestive le due Stanze tiburtine, eseguite da Cesare Nebbia.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Antinoeion

Si racconta da secoli dell’ amore dell’imperatore Adriano per il greco Antinoo. Il giovane originario della Bitinia, provincia romana in Asia Minore, faceva parte del seguito personale dell’imperatore e ne divenne presto il favorito. Probabilmente Antinoo affogò nel fiume Nilo perché si vergognava di avere un rapporto omosessuale con l’imperatore. Un’altra versione invece dice che fu gettato nel fiume poiché poteva essere il possibile successore di Adriano. Fu divinizzato dall’imperatore che in suo onore fondò Antinopolis in Egitto e giochi in sua commemorazione ad Antinopoli e ad Atene. La tomba-tempio di Antinoo si trova nella residenza privata dell’imperatore: Villa Adriana. A soli 4 km dall’antica Tibur, odierna Tivoli, essa la più grande delle ville imperiali romane estendendosi per circa 120 ettari.
Lungo la strada di accesso al Grande Vestibolo e davanti al fronte delle Cento Camerelle, l’ Antinoeion è uno degli edifici di Villa Adriana di recente scoperta. E’caratterizzato da un basamento di due templi opposti all’interno di un recinto sacro con un’esedra sul fondo. Al centro, tra i due templi, notiamo il basamento dell’obelisco che è stato identificato con l’Obelisco del Pincio. Colpiscono le e somiglianze con il Serapeo del Campo Marzio a Roma, e i templi di Iside a Pompei e Serapeo Campense.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Canopo e Serapeo

Uno degli ambienti più amati di Villa Adriana, che probabilmente ha influenzato il senso del bello nei corso dei secoli, dal Rinascimento in poi, è il Canopo. A Pirro Ligorio, famoso architetto napoletano al servizio del cardinale Ippolito d’Este nella costruzione della Villa D’Este a Tivoli, il riconoscimento del Canopo menzionato nella biografia di Adriano.
Con questo edificio l’imperatore Adriano voleva ricordare Canopo, il canale che collegava le città egizie di Alessandria e quella di Canopo, quest’ultima situata sul delta del fiume Nilo e famosa per il tempio di Serapide le feste notturne che vi venivano celebrate.
Il Canopo è costituito da un lungo canale d’acqua, inserito in una piccola valle appositamente creata e chiuso su un lato da un edificio absidato, tradizionalmente identificato con un Serapeion o Serapeo. Attorno alla piscina-canale correva un elegante colonnato, con copie di famose statue greche, come le statue delle cariatidi, copie romane di quelle dell’Eretteo. Fra i ritrovamenti ricordiamo una statua di personaggio semisdraiato raffigurante il Nilo e due Sileni.
Escluso che la funzione del Canopo fosse religiosa, escluso anche che fosse dedicato all’amatissimo Antinoo, morto in Egitto, si pensa che il Serapeion della Villa fosse una sorta di triclinio estivo, in cui l’imperatore riceveva i suoi ospiti. Il Canopo va interpretato come una rappresentazione evocativa di un ambiente egizio esotico, un giardino nilotico destinato ai banchetti, analogamente al canale sul delta del Nilo.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Il Pecile di Villa Adriana

Se siete in vacanza a Roma per qualche giorno, una tappa imperdibile è la Villa Adriana a Tivoli. Stiamo parlando della più grande villa romana mai appartenuta ad un imperatore romano. Con un perimetro di 3 km ed un’area di 120 ettari, la villa fu voluta dall’imperatore Adriano nel II secolo d.C.
Raggiungerla è molto facile, anche con i mezzi di trasporto pubblico. Basta recarsi alla fermata Ponte Mammolo della linea B della metropolitana e prendere poi l’autobus CoTral per Tivoli, via Prenestina; la fermata Villa Adriana è a soli 300 metri dal sito archeologico. Qui scoprirete le meraviglie del passato immersi nel verde di maestosi alberi secolari: ulivi, querce, pini, lecci e cipressi che ospitano scorrazzate di scoiattoli.
La visita a Villa Adriana inizia nel Pecile che l’imperatore Adriano fece costruire in ricordo del viaggio alla stoà Pecile di Atene, un lungo edificio porticato in cui si tenevano riunioni pubbliche.
Il Pecile di Villa Adriana era un quadriportico, che delimitava un giardino con grande piscina centrale. Sul lato corto occidentale, dove potrete ammirare uno splendido panorama sulla Campagna Romana, era dotato di robusti terrapieni per superare il dislivello; sul lato lungo settentrionale c’era un doppio portico che permetteva di passeggiare nella stagione invernale e estiva. Oggi ne rimane solo il muro di spina, attraverso il quale si entra nel sito archeologico di Villa Adriana. Dal Pecile si poteva accedere, tramite scale, alla Sala dei Filosofi, al Teatro Marittimo, all’Edificio con Tre Esedre, al Ninfeo-Stadio e all’Edificio con Peschiera.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli


La Sala dei Filosofi di Villa Adriana

Tra la Piazza del Pecile e il Teatro Marittimo di Villa Adriana ammiriamo La Sala dei Filosofi. L’edificio, con accesso principale da nord attraverso due colonne in antis, è una ampia sala caratterizzata da un’ abside con varie nicchie, in cui probabilmente, erano collocate le statue della Famiglia Imperiale. Sul muro vi sono infatti sette nicchie dove, probabilmente erano rappresentati parenti o sette filosofi.
La Sala dei Filosofi, ricoperta di marmo rosso per ricordare la potenza dell’imperatore Adriano, era destinata alle riunioni con senatori e personalità importanti dell’Impero Romano. Alcuni ritengono invece, che si trattasse di una biblioteca e interpretando le nicchie come scaffali per i volumina.
La Sala dei Filosofi dà accesso a una delle strutture più misteriose di villa Adriana, un inconsueto edificio rotondo con al centro un’isola: il famosissimo Teatro Marittimo. L’Edificio prende il nome da un raffinato fregio figurato in marmo con soggetto marino che ne decorava la trabeazione ed era il luogo dove l’imperatore Adriano, isolato dal mondo esterno, si dedicava alla lettura, poesia, filosofia, aritmetica ed osservazione delle stelle.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli


Le Biblioteche di Villa Adriana

A Tivoli nella splendida villa Adriana, residenza del pacifico imperatore Adriano, troviamo due imponenti edifici collegati da un portico, affacciati sul Cortile delle Biblioteche, si tratta delle cosiddette Biblioteca Greca e Latina.
Le due strutture, orientate a nord, avevano la facciata principale sul giardino Questo era decorato con una lunga fontana parallela al muro perimetrale della Terrazza Superiore.
La Biblioteca Greca aveva tre piani, di cui quello superiore era dotato di impianto di riscaldamento. Quest’ultimo piano era collegato tramite una scala al Teatro Marittimo, la più originale costruzione di Villa Adriana. Le stanze e corridoi di servizio dove erano sistemati i praefurnia, erano collocati al piano intermedio e non aveva nessun collegamento diretto con il livello superiore. Vi si trovavano pertanto i locali di servizio.
La Biblioteca Latina, aveva due piani rivestiti in marmo sul pavimento e sulle pareti, e presenta una pianta simile a quella della Biblioteca Greca. Oggi è visitabile solo il piano inferiore. Notiamo due sale disposte sullo stesso asse: quella anteriore, aperta sul giardino con fontana, presenta nicchie rettangolari alle pareti, mentre la sala posteriore è arricchita nell’ abside di fondo da un basamento per un gruppo statuario.
Le Biblioteca Greca e Latina sono state interpretate come biblioteche, triclini estivi, dimore dell’imperatore oppure come più accreditati ingressi monumentali al Palazzo.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli


Le Cento Camerelle

Durante la visita guidata a Villa Adriana, la più sontuosa dimora mai costruita durante l’Impero Romano, vi colpiranno i resti di un imponente struttura di circa 330 m di lunghezza e 15 m di altezza: stiamo parlando delle ben note Cento Camerelle. Si tratta di una grande sostruzione a nicchie che sostiene la spianata del Pecile, costruito dall’imperatore Adriano in ricordo della Stoà Pecile di Atene.
Le Cento Camerelle sono costituite da ben 92 vani disposti su più piani, accessibili per mezzo di ballatoio ligneo. Una latrina multipla era posta alla fine di ogni fila di vani. L’alto numero di ambienti, cui deve il nome La struttura, la modestia dei rivestimenti parietali e pavimentali, la presenza di una strada basolata che, inoltrandosi sotto il vestibolo con percorso sotterraneo, dava accesso diretto agli ambienti servili delle Terme, ha fatto ipotizzare che si trattasse degli alloggi riservati al personale più umile che prestava servizio nella villa. E’ possibile tuttavia che gli ambienti a livello del piano stradale, sia per l’estrema accessibilità dalla strada carrabile, che per la presenza in alcuni vani di soffitti molto più bassi rispetto a quelli dei piani superiori, possano essere stati utilizzati per lo stoccaggio delle merci e dei prodotti che servivano per la gestione di Villa Adriana.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Le Terme della Villa Adriana

Poco distante da Roma, si trova una cittadina di antica fondazione, Tibur, l’odierna Tivoli, dove nel II secolo d.C., l’imperatore Adriano decise di fondare la sua straordinaria dimora, Villa Adriana. Egli amava la letteratura, la poesia e la filosofia, inoltre come tutti i Romani teneva al benessere e la cura del corpo. Pertanto non rinunciò alla costruzione di spazi termali che possiamo ammirare a Villa Adriana, in asse con la valle del Canopo.
Le Grandi e Le Piccole Terme sono due strutture riservate all’attività termale, dotati di tutti gli ambienti necessari per il ciclo dei bagni. Erano collegate da un corridoio sotterraneo che permetteva l’accesso ai praefurnia ed era direttamente raggiungibile dal personale di servizio alloggiato nell’area delle Cento Camerelle. Sono ancora visibili gli spazi sotterranei, attraverso i quali passava l’aria calda, sostenuti da piccoli pilastrini di laterizi.
Le dimensioni e le decorazioni fanno pensare che le Piccole Terme fossero riservate al personale della villa e le Grandi Terme agli ospiti dell’imperatore. Tutti gli spazi avevano pareti di marmo, in punti ancora vediamo i fori per le grappe di sostegno delle lastre di marmo, pavimenti di mosaico o riccamente affrescati, decorati da colonne, statue, fontane e giochi d’acqua.
Annessi alle Terme, notiamo una serie di ambienti probabilmente destinati ad alloggio del personale della Villa Adriana o della guardia imperiale. Sono detti infatti Pretorio.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Piazza D’Oro a Villa Adriana

Uno degli edifici più imponenti ed importanti di Villa Adriana è Piazza D’Oro. Sfarzose statue e ricchissimi mosaici abbellivano questa struttura, da qui il nome moderno Piazza D’Oro. È da qui che arrivano numerose opere d’arte ospitate nei musei di mezzo mondo come i Musei Vaticani a Roma, il British Museum di Londra e il Louvre di Parigi. Ricordiamo i ritratti imperiali di Sabina, Marco Aurelio e Caracalla.
Piazza D’Oro è costituita da un grande giardino centrale, caratterizzato da una lunga vasca rettangolare affiancata da aiuole e vasche. La struttura è circondata da un grandioso portico a pilastri in laterizio. Lo spazio coperto era suddiviso in due navate da colonne in cipollino e granito verde alternati. Pilastri con semicolonne in laterizio sono ripetuti sul muro di fondo del portico. Sul lato meridionale ammiriamo i resti di un grandioso edificio che aveva al centro una sala ottagonale, molto probabilmente coperta, i cui giochi di linee concave e convesse creano prospettive con i giochi d’acqua delle fontane, danno leggerezza all’ambiente e testimoniano la padronanza romana della linea curva.
Piazza D’Oro così elegante e lussuosa doveva essere uno degli edifici di Villa Adriana riservati alle feste e al ricevimento degli ospiti più importanti.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli



Teatro Marittimo di Villa Adriana

Il Teatro Marittimo è uno dei più famosi e suggestivi monumenti di Villa Adriana. Probabilmente fu una delle prime costruzioni del sito archeologico, tanto da essere interpretata come la primissima residenza dell’imperatore Adriano a Villa Adriana. Fu iniziato infatti nel 118 d.C.
L’ingresso principale del Teatro Marittimo è rivolto a nord dinanzi il giardino delle Biblioteche di Villa Adriana. Ammirerete un singolare edificio rotondo, con al centro un’isola, anch’essa rotonda, circondata da un anello d’acqua e da un portico. L’isola era accessibile attraverso due strutture girevoli in legno. Il Teatro Marittimo non prevedeva infatti, alcun ponte in muratura che collegasse l’isolotto al mondo esterno!Qui l’imperatore Adriano fece ricreare una piccola domus romana, con tanto di terme! Probabilmente Adriano si ritirava qui quando voleva stare solo e dedicarsi all’otium, ovvero allo studio delle stelle, della filosofia, della letteratura. Anche voi avrete la sensazione di trovarvi in un luogo immerso di pace e tranquillità!
Il Teatro Marittimo è un complesso molto originale, senza alcun rapporto con la forma abituale di un teatro romano. È costituito da un pronao di cui non resta più nulla, mentre sono riconoscibili la soglia dell’atrio e tracce di mosaici pavimentali. All’interno consta di un portico circolare a colonne ioniche, ripetendo lo schema tipico della domus romana, con atrio, cortile, portico per passeggiare, tablino, cubicula, impianto termale e, perfino, latrine.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Terme con Heliocaminus a Villa Adriana

Le Terme con Heliocaminus sono l’edificio termale più antico di Villa Adriana. Le terme romane anticiparono le odierne spa! Importantissime le terme di Caracalla e Domiziano a Roma. Erano luoghi affollatissimi dove si riuniva tutto il popolo romano. L’accesso era quasi sempre gratuito. Aprivano a mezzogiorno e chiudevano al tramonto. . Era prevista la divisione tra uomini e donne in spazi ed orari diversi. In questi luoghi era possibile fare bagni caldi o freddi in acque profumate, massaggi con oli ed unguenti speciali, esercizi ginnici e fisici nelle annesse palestre. Si ascoltavano conferenze e letture, esibizioni canore e musicali.
Le Terme con Heliocaminus devono il nome all’ impressionante sala circolare con un heliocaminus: un ambiente particolarmente riscaldato, oltre che dai raggi solari, anche da un sistema tradizionale ad ipocausto. Recentemente è stata identificata come una sudatio, ovvero una sauna. Restano ancora i forni che potevano integrare il consueto riscaldamento pavimentale e parietale della sala e al contempo immettere vapore acqueo necessario per la sauna. La sala, coperta da una cupola, con occhio centrale, era dotata di grandi finestre, interamente crollate. Alle spalle della sala è riconoscibile il frigidarium, ambiente rettangolare aperto su una grande piscina circondata da un portico colonnato e provvisto di una seconda vasca semicircolare, dal quale si accedeva, attraverso una stanza riscaldata, al caldarium.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Aque Albule

A soli venti chilometri da Roma, le terme Aque Albule o Bagni di Tivoli offrono, tanto ai turisti quanto ai romani, l’opportunità di trascorrere una vacanza all’insegna del benessere.
Scaturiscono da due laghi, Regina e Colonnelle, entrambi a nord della Via Tiburtina, e giungono allo stabilimento nella considerevole quantità di circa 3.000 litri al secondo; una ricchezza d’acqua che le fa annoverare tra le più ricche d’Europa. L’ acqua mantiene costantemente per tutto l’anno la temperatura di 23° C.
Queste terme devono il loro nome, Acque Albule, al loro colore biancastro dovuto all’emulsione gassosa che si forma in superficie, quando, al diminuire della pressione, si liberano anidride carbonica e idrogeno solforato prima disciolti nell’acqua. L’imperatore Augusto ordinò ad Agrippa la costruzione delle Terme Imperiali i cui resti furono ritrovati casualmente nel 1826. Le terme non furono usate fino al XIX secolo. Circondato da secolari alberi di Eucalyptus, le Aque Albule di Tivoli sono una fonte ideale di benessere al quale ricorrere in qualunque momento dell’anno. Si pratica anche la balneoterapia orale per curare i disturbi gengivali e la piorrea. Le acque solfuree sono indicate anche per le malattie delle vie respiratorie; malattie reumatiche; malattie dermatologiche.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Il Duomo di Tivoli

San Lorenzo è il patrono della città di Tivoli, famosa al mondo per la presenza dei patrimoni Unesco, Villa Adriana e Villa D’Este, e del patrimonio preservato dal Fai, Villa Gregoriana. A lui è dedicato Il Duomo di Tivoli in cui riposano alcune sue reliquie. Durante il periodo pre-cristiano a Tivoli veniva venerato il culto di Ercole nel Santuario di Ercole Vincitore. A partire dal V secolo d.C. iniziò la graduale sostituzione della figura di Ercole Vincitore con quella di Lorenzo, diacono martire nel 258 durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano.
La Cattedrale di San Lorenzo svetta a Piazza del Duomo, sui resti dell’antico Foro Tiburtino. La fondazione è attribuita all’imperatore Costantino. Della vecchia chiesa medievale resta solo il campanile di 45 metri in stile romanico, essendo stata completamente ricostruita nel 1635. All’interno il gruppo duecentesco della Deposizione di Cristo, capolavoro ligneo della scultura romana del XII-XIII secolo, testimonianza del momento di passaggio dal romanico al gotico; e il Trittico del Salvatore, pregevole pittura su tavola del XII secolo, attribuita ai monaci benedettini di Farfa.
A Piazza Duomo non dimenticate di visitare la Mensa ponderaria, luogo in cui si conservavano i campioni dei pesi e delle misure usati per il commercio romano dell’adiacente foro. Sempre nella piazza è conservato il lavatoio pubblico che i tiburtini chiamavano “La forma”.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Il tempio della Sibilla a Tivoli

Presso il centro storico di Tivoli potrete visitare il tempio della Sibilla, antico tempio romano posto sull’acropoli antica, nelle vicinanze del rinomato tempio di Vesta. Non sappiamo con certezza a quale divinità fosse dedicato, se a Tiburno, Ercole, Vesta o la più accreditata Sibilla. La Sibilla Tiburtina o Albunea, protettrice della città di Tivoli, era una sacerdotessa dotata di poteri profetici che avrebbe preannunciato la nascita di Cristo. Il simbolo della dea era un libro. Artefice dei Libri Sibillini, raccolte oracolari scritte in greco, andate bruciate nell’incendio sul Campidoglio dell’85 d.C., e trasferite dall’imperatore Augusto nel tempio di Apollo sul Palatino, all’interno di una teca aurea. Secondo la leggenda sulle rive del fiume Aniene fu trovata la statua raffigurante la Sibilla Tiburtina con un libro. La fontana dell’Ovato, la Fontana Regina di Villa d’Este, detta anche Fontana di Tivoli, costruita dal cardinale Ippolito II d’Este nel 1550, ha il suo fulcro proprio nella statua della Sibilla, rappresentata in trono con un libro in mano. Il tempio della Sibilla ha una pianta rettangolare ed è databile alla metà circa del II secolo a.C. Fu costruito su una sostruzione artificiale che ampliava il piano dell’acropoli con un effetto altamente scenografico che ancora oggi stupisce. Nel Medioevo, assieme al il tempio di Vesta, fu trasformato nella chiesa di Santa Maria Rotonda.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Il tempio di Vesta a Tivoli

Uno dei monumenti più noti di Tivoli, ritratto da pittori italiani e stranieri già nel Grand Tour , è il Tempio di Vesta. Visibile da Ponte Gregoriano che scavalca il fiume Aniene, è raggiungibili da Piazza del Tempio di Vesta. Il tempio, simbolo della città di Tivoli, è situato su un ripido sperone roccioso, sulla sommità dell’acropoli antica, non distante dal tempio della Sibilla, con il quale domina la valle sottostante, oggi sede della spettacolare Villa Gregoriana.
Il tempio di Vesta risale alla prima metà del I sec a.C. e presenta una pianta rotonda con cella centrale. Il nome del suo realizzatore è inciso sull’architrave: LUCIO GELLIO. Probabilmente il tempio era dedicato a Tiburno, il mitico fondatore della città di Tivoli e il cui bosco sacro era localizzato nei pressi delle cascate di Villa Gregoriana. Secondo altri invece il tempio sarebbe stato innalzato per la protettrice del fuoco sacro, Vesta. Il culto della dea era affidato alle Vestali, sacerdotesse che avevano il compito di tenere sempre acceso il fuoco sacro al centro del tempio e che ebbero in Cossinia, sepolta poco oltre la città, la loro massima rappresentante.
Nel Medioevo l’edificio venne trasformato, come accadde al vicino Tempio della Sibilla, nella chiesa di S. Maria Rotonda. Fu poi restituito alla sua primitiva struttura, ma le tracce della sua trasformazione in chiesa si sono conservate in una piccola nicchia della cella dove, agli inizi del XX secolo, si scorgevano ancora frammenti di pitture cristiane.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

La chiesa di San Pietro alla Carità e la Piazza Campitelli

La città di Tivoli possiede alcune chiese architettonicamente rilevanti e assai antiche come la chiesa di San Pietro alla Carità. È situata in uno dei luoghi più belli del centro storico di Tivoli: piazza Campitelli. La piazza in epoca romana ospitava la villa di Publio Cornelio Scipione Nasica, detto Quinto Cecilio Metello Pio Scipione. Poiché la villa sorgeva fuori dalle mura della città antica, la zona era detta Campus Metelli da cui Campitelli.
La chiesa di San Pietro alla Carità fu costruita nel XII secolo su un impianto precedente secondo lo stile romanico di tipo basilicale a tre navate, divise da due file di colonne antiche di marmo cipollino. A destra è situato il meraviglioso campanile quadrato con pregevoli cornici sostenute da mensole marmoree e mattoni dentati. Nella navata maggiore è possibile ammirare pavimenti di opera cosmatesca composti da pregiati marmi colorati. Nei pressi dell’abside e dell’altare maggiore ammiriamo il “Cristo crocifisso tra la Madonna e San Giovanni Evangelista”, risalente al XIV secolo e la “Madonna in trono fra i santi Pietro e Paolo”, risalente al XIII secolo.
Su Piazza Campitelli, oltre alla bellissima chiesa romanica, vi è un ingresso secondario di Villa D’Este.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

La Riserva Naturale di Monte Catillo

Nelle vicinanze di Tivoli è possibile visitare la Riserva Naturale di Monte Catillo che vi offrirà splendidi panorami sulla valle dell’Aniene. Istituita nel 1997 la spettacolare zona naturalistica occupa una superficie di poco superiore ai 1.300 ettari, interamente nel Comune di Tivoli. Sviluppandosi presso il Monte Catillo, la riserva naturale domina il corso del fiume Aniene lì dove la Campagna Romana lascia spazio alle prime propaggini montuose che andranno poi a culminare nei Monti Lucretili, Monti Prenestini, e più oltre nei Monti Simbruini.
La visita guidata alla Riserva Naturale di Monte Catillo vi permetterà di ammirare moltissime specie vegetali come il bosco di sughere, gli alberi e gli arbusti di origine balcanica, tra i quali lo storace, l’albero di Giuda, la marruca e il carpino orientale. Ricchissima la fauna tra cui il rigogolo, il rampichino, il picchio muratore, l’allocco, il picchio rosso maggiore e il picchio verde. Lo scoiattolo, il riccio, l’istrice, il moscardino. E molte altre!
Diversi gli itinerari a piedi: dal Ex Casello Ferroviario a Monte Sterparo; dal Quadrivio a Monte Sterparo; dalla Salita Villaggio Don Bosco a Colle Lucco; dal Bivio Hotel S. Angelo a San Polo; dal Bivio Colle delle Travi a Colle Lecinone; da Colle Lecinone a Monte Sterparo.
A pochi minuti il centro storico di Tivoli e le straordinarie Villa Gregoriana, Villa d’Este e Villa Adriana. Nelle vicinanze le famosissime Acque Albule (Bagni di Tivoli).
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

La Villa di Manlio Vopisco a Villa Gregoriana

Una tappa fondamentale durante il soggiorno nella cittadina di Tivoli è la visita guidata alla splendida Villa Gregoriana, particolarissimo esempio di giardino romantico. Situata ai piedi dell’acropoli romana, è nota soprattutto per la Grande Cascata alta 120 metri, le Grotte di Nettuno e le Grotte delle Sirene. Non da meno sono i resti archeologici tra cui quelli della Villa di Manio Vopisco, risalente al II secolo d.C. Gli scavi realizzati su volere di Papa Giovanni XVI e coordinati dall’architetto Clemente Falchi nel 1835 hanno permesso il ripristino degli edifici di epoca romana.
Manlio Vopisco divenuto console nel 114 d C, durante l’impero di Traiano, scelse Tivoli come luogo per la sua residenza. La scelta fu influenzata dalla presenza del Bosco Sacro di Tiburtino, ma anche della Grotta della Sibilla e soprattutto dal fatto che qui si trovavano i templi dell’Acropoli Tiburtina. Era talmente imponente che si estendeva dall’attuale ingresso di villa Gregoriana fino all’ex albergo delle Sirene. Il racconto del poeta latino Publio Papinio Stanzio, ci descrive la villa con i bagni, abbellita con marmi pregiati, porte d’avorio, travi dorate, statue di bronzo e di marmo, pavimenti ornati di pitture. Il palazzo era composto da due complessi, costruiti sulle opposte rive dell’Aniene, uniti tra loro da un ponte. Oggi restano intatte le arcate di pietra calcarea ed un ninfeo.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

La Villa Gregoriana di Tivoli

Meta obbligata a Tivoli è Villa Gregoriana commissionata da Papa Gregorio XVI. Nel 1832 dopo una rovinosa piena dell’ Aniene, viene approvato il progetto di Clemente Folchi che ha l’idea di traforare il Monte Catillo, realizzando dei cunicoli che deviano il corso del fiume creando una spettacolare cascata, alta circa 120 metri.
Situata nell’impervia valle tra la riva destra del fiume Aniene e l’acropoli romana di Tivoli, Villa Gregoriana vanta un ingente patrimonio naturalistico, storico e archeologico. È nota per lo spettacolare getto d’acqua della Grande Cascata, per le Grotte di Nettuno e Grotte delle Sirene, caverne erose dallo stesso fiume poste sotto la zona del Tempio di Vesta e raggiungibili attraverso una strada alberata ornata da una grande varietà di piante.
La Villa Gregoriana si può considerare un particolarissimo esempio di giardino romantico. Unicum dell’estetica del sublime tanto cara alla cultura romantica; divenne nell’Ottocento meta del Grand Tour. Fra i numerosissimi visitatori si ricordano Chateaubriand, Madame de Stael e Wolfgang Goethe
A pochi passi Ponte Gregoriano, imponente struttura fatta costruire da papa Gregorio XVI, che oggi collega il Parco della Villa Gregoriana al centro storico di Tivoli. Da qui si può ammirare uno straordinario panorama della Valle dell’Aniene e dell’antica acropoli.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

La Chiesa di Santa Maria Maggiore a Tivoli

Uno degli edifici religiosi più importanti di Tivoli è la Chiesa di Santa Maria Maggiore a Piazza Trento. La chiesa fu edificata sui ruderi di una villa romana da Papa Simplicio (468-483) che la dedicò alla beata Vergine deponendovi un’immagine che ancora oggi si trova sull’Altare Maggiore. La Chiesa di Santa Maria Maggiore comprende anche il convento, nel quale si susseguirono i Benedettini di Farfa , i Frati Minori Conventuali e i Frati Minori Osservanti. Fu ampliata e radicalmente trasformata nel XII secolo a seguito dell’inclusione dell’abitato all’ interno delle mura cittadine del Barbarossa. Bellissimo il portale gotico con sovrastante tabernacolo, opera dello scultore Angelo da Tivoli. Sul lato sinistro della chiesa possiamo ammirare il campanile ricostruito nel 1590. L’altare maggiore ospita la tomba del cardinale Ippolito II D’Este, e la venerata Madonna delle Grazie, un’immagine su tavola del 1200, alla quale la città di Tivoli è stata sempre devota. Ogni anno, la sera del 14 agosto, la sacra immagine si incontra con il Santissimo Salvatore, conservato nella Cattedrale di San Lorenzo e portato in processione nel centro storico di Tivoli fino a Piazza Trento, durante la Festa dell’Inchinata. Alla destra della Chiesa di Santa Maria Maggiore vi è l’ingresso per la Villa D’Este, capolavoro del Rinascimento italiano, commissionata dal cardinale Ippolito II D’Este.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli

Tivoli il centro storico

A circa 30 km ad est di Roma, alle pendici dei monti Tiburtini tra la Campagna romana a ovest e il territorio dei comuni di Castel Madama e Vicovaro nell’entroterra est, troviamo la ridente cittadina di Tivoli. L’abitato è collocato lungo il fiume Aniene, nelle vicinanze della Grande Cascata. La ricchezza delle acque ha favorito nel corso degli anni l’impianto di grandi complessi architettonici. Ricordiamo Il Santuario di Ercole Vincitore del II secolo a.C., la Villa Adriana, residenza dell’imperatore Adriano, la Villa D’Este commissionata dal cardinale Ippolito II D’Este nel Rinascimento e Villa Gregoriana risalente al 1800.
Lo straordinario centro storico di Tivoli , ancora oggi, in molte sue parti, conserva l’impianto romano originario e le trasformazioni avvenute nelle epoche medioevale, rinascimentale e ottocentesca. Tra le piazze più antiche si ricorda Piazza del Comune. Da non perdere Piazza Campitelli la chiesa di San Pietro della Carità fondata secondo la leggenda da S. Simplicio. A Piazza Duomo noterete i resti della Basilica, del Foro romano e la Mensa ponderaria, luogo in cui si conservavano i campioni dei pesi e delle misure usati per il commercio romano. Non dimenticate di visitare il Duomo o basilica di San Lorenzo Martire e le intricate viuzze storiche tra cui Via Campitelli, via del Colle, via Maggiore, via del tempio d’Ercole.
Alessandro Innocca Guida Turistica di Roma e Tivoli




































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